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La poesia in gocce

Come goccia di vetrata titolo originale, incomprensibile ad una prima lettura, ma mirabilmente spiegato dallo scorrere dei versi.

Le gocce che scendono sui vetri delle finestre durante un acquazzone intraprendono ognuna una propria strada così come la vita di ognuno di noi ha un destino personale e unico e scorre col suo zig zag di dolore e felicità fino a spegnersi.

Come goccia di vetrata è un testamento spirituale che percorre quattro capitoli: “Come goccia di vetrata”, “Nel bosco trascorso”, Al cancello rugginoso dell’anima”, “Endecasillabo ultimo” ossia l’infanzia, l’adolescenza la maturità, la morte.

Un testamento spirituale nel quale l’anima va alla ricerca della “cosa in sé” kantiana, impossibile secondo Kant da percepire, che la poetessa col suo talento poetico cerca senza posa fino a cogliere la preziosità dell’attimo che si nasconde negli eventi.

Così trova l’essenza in un’atmosfera rarefatta di sogno e la descrive con parole colme di fantasia e magia.

Ma ode anche gli echi e i rimbombi che hanno accompagnato la sua nascita nell’ultimo bombardamento di Trento (02.04.1945). La sua fantasia la vede così: “Avrei voluto stringerti la mano | nel nostro primo incontro di dolore. | Nello sguardo, fiorivano profumi, scintille di fiammiferi sfregati | al buio nell’attesa nel rifugio. | Rimbombo nelle viscere il tuono, | l’uragano, il boccio della vita. | Sono nata così, nella paura | di una guerra sfinita: Lacerante | l’urlo sotto la volta illuminata | di follia. In attimi solinghi | mi hai stretta al seno nell’abbraccio vivo. | Ne ho sognato un altro all’infinito.”

Le immagini scorrono riportando ricordi, sogni, e anche nascosti dall’endecasillabo pezzi di storia che si dipanano nella memoria dalla borsa nera alle tessete annonarie, ai famosi pacchi Eca, indispensabili alla sopravvivenza ma colmi di cibo scadente.

Nel suo peregrinare l’autrice afferma con forza: “Mio l’attimo, per diritto natale | sia esso felice o tragico! E mio l’ordito delle lacrime. Nessuno | osi l’analisi. Impossibile | l’impresa, quel battito di ciglia tramontose, | il sospiro della felicità che lo cavalca, | l’estasi del petalo prono alla corolla, | l’esplosione del raccoglimento | dopo il temporale che muore | trasognato d’arcobaleno:…”

L’anima canta la gioia, il dolore, l’ansia, i ricordi in un’orgia di natura che non è inerte spettatrice ma partecipa ai sentimenti che i versi esprimono.

La poesia di Lilia Slomp non si ferma all’interiorità, ai ricordi personali, ma si tuffa nel mondo e dopo Auschwitz e l’undici settembre che hanno toccato profondamente le corde del suo spirito si chiede: “E’ ancora possibile scrivere versi?”.

Ma le rime esprimono mirabilmente sia la gioia che il profondo dolore persino alla morte l’autrice parla con innocenza di bambino.

In “Fallimento” dice: “Mi ero prefissata quattro righe, | quattro per una lacrima di penna. | Rimbocco la sottana sopra il fosso | profondo quattro notti d’agonia. | Dall’altra sponda porgo le mie scuse | per questo fallimento di magia.” Il linguaggio della poetessa è dolce e forte nello stesso tempo, colmo di magia ma anche di realtà interpretata nella sua crudezza e i versi scorrono nella loro musicalità densi di metafore talvolta pungenti. Conclude il libro inneggiando all’endecasillabo che è il ritmo dei versi che l’ha affascinata sin da bambina e che esprime col suo passo musicale l’indole nascosta di questa poetessa così ricca di immaginazione.

Recensione
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