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Come è avvenuto per Ta-Pum, Lettere dal fronte e per Adorata Luigia – Mio diletto Antonio (libri ricchi di carteggi epistolari, illustrazioni e testimonianze relative al primo conflitto mondiale), anche questo libro di Lucia Beltrame Menini, vuole essere un doveroso omaggio ai Soldati e ai Caduti della II Guerra Mondiale di San Pietro di Morubio, piccolo centro rurale della provincia veronese.

Pochi i protagonisti rimasti in vita; le loro testimonianze, rilasciate all’autrice e poste nel libro, assumono un ruolo di assoluto valore, anche se si tratta di piccole storie che si intrecciano con i grandi avvenimenti del conflitto.

Nell’intento dell’autrice, il tempo non può e non deve cancellare le tracce delle drammatiche vicende di questi giovani uomini, costretti a lasciare la casa, gli affetti, la famiglia per rispondere alla chiamata di una Patria-matrigna, noncurante delle sofferenze dei suoi figli, votati al sacrificio, alla prigionia e, in molti casi, ad una morte certa. Si tratta perlopiù di contadini strappati dalle loro radici e spediti dove altri hanno deciso.

Il lavoro di Lucia Beltrame inizia con la cronologia degli avvenimenti dal 1935 al 1948, ricavata e ragionevolmente mediata tra le diverse fonti bibliografiche. Le notizie provengono per la maggior parte dalla trasmissione orale, dalla consultazione o dal rinvenimento di documenti, quindi storicamente fondate.

I soldati presi in esame sono 557 (dalla classe 1898 alla 1925): all’incirca 250 sono di S. Pietro di Morubio e di Bonavicina, i rimanenti sono soldati che, pur non appartenendo anagraficamente al Comune in riferimento, prima, durante e dopo il conflitto hanno gravitato nello stesso per lavoro, amicizie, frequentazioni pubbliche religiose o civili, oppure hanno fissato nell’immediato dopoguerra la propria residenza nel paese.

Il profilo militare di ogni soldato è la sintesi del suo foglio matricolare, redatta in modo scrupoloso per garantirgli il massimo della riconoscibilità e, spesso, e accompagnata da testimonianze (62, di soldati o di loro familiari) o pagine di diari inediti, che raccontano fedelmente gli avvenimenti.

La parte conclusiva del lavoro riguarda 29 testimonianze di “civili”, di persone non militarizzate, che puntualizzano le situazioni storiche riflesse sul territorio e vissute in vario modo, abitandolo.

E finché accadeva tutto questo, la gente rimasta al paese non si arrendeva alla crudeltà della guerra, in qualche modo continuava a lavorare la terra, a fare il pane, ad aggiustare i carri agricoli, a tagliare barbe e capelli, a risuolare scarpe… E gli uomini al fronte continuavano a sperare che la guerra passasse in fretta e alle famiglie mandavano a dire: “Io sto bene e così spero di tutti voi.

e la vita pulsava.

Recensione
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