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Va subito precisato che si tratta di un utilizzo intelligente degli articoli pubblicati dal 1997 su Quatro Ciàcoe, mensile in dialetto di cultura e tradizioni venete, scritti dalla giornalista veronese che, tagliando su misura la stoffa, riunendo bene i singoli pezzi, aggiungendo una fodera raffinata e con finiture di tutto rispetto, è riuscita a confezionare un capo di alta qualità, che fa invidia a tante “sartorie letterarie” che spesso smerciano capi fatti in serie o di scarso valore.

Il libro, che gode della prefazione del prof. Manlio Cortelazzo, oltre che delle presentazioni della Provincia di Verona, del Comune e Pro Loco di San Pietro di Morubio, e del contributo del Crediveneto, conferma la fertilità creativa di questa scrittrice che ci sta abituando ad opere che parlano della Bassa Veronese e, in particolare, della sua gente e della sua terra, San Pietro di Morubio, dove ha trascorso la giovinezza e dove il suo cuore ha iniziato a pulsare d’amore e di passione per tutto quello che sa di pulito, di buono, di famiglia, di sacro e di umano.

Ne emerge l’affresco di un mondo rurale che rivive attraverso un lessico familiare, vicino alla sensibilità di noi tutti, che veicola cultura, valori, affetti, storia e storie da serbare e tramandare come preziosa memoria. Così in quest’ultimo “lavoro”, i protagonisti appartengono in buona parte al paese e all’area familiare, anche se non mancano, in una delle tre sezioni che compongono il libro, i pezzi che fanno riferimento a persone, fatti e luoghi diversi, sia pure di area veronese.

La me tera – La me gente è soprattutto una galleria di ritratti di persone comuni e di personaggi importanti, ma anche di luoghi della memoria, episodi, notizie, curiosità, usi e costumi di un mondo non molto lontano nel tempo, eppure cambiato così in fretta, sotto la sferza di una modernità esasperata che non guarda in faccia nessuno e che livella tutto e tutti. Un viaggio nel tempo, che rivive attraverso la lingua parlata della nostra gente, una lingua ricca di sfumature, colori e suoni, cadenze che ben rappresentano le peculiarità di chi ne fa uso ancora oggi.

Ecco allora, in una atmosfera che sa di onesto e di umano, comparire le figure indimenticabili della maestra Odina, Augusta Veronesi, Rita Beltrame Pestagalete, Ida Beltrame, Isotta Nogarola, Chiara Pellini, Marta Gaiani, Wanda Girardi Castellani e poi i signori Gobetti, Luigi Tognella, don Checco Viena, don Bruno Zuccari, Giulio Nascimbeni, Gastone Nunez, il vescovo Flavio Roberto Carraro, il filosofo Alberto Caracciolo, lo scrittore Dino Coltro, il grande Mario Rigoni Stern... Per non parlare delle illustrazioni (99 fotografie), delle macete e del morbin di paese, delle nominaje (i soprannomi) e dei cento e più modi per ordinare un caffè...

Insomma, tra le 280 pagine che formano il libro, l’autrice passa in rassegna un secolo circa di vita di una comunità che si ritrova protagonista di un mondo realmente esistito o, in parte, attuale e che tanto ha ancora da insegnare al tempo che stiamo vivendo. Un bene da lasciare ai nostri giovani come patrimonio a cui attingere, per dare senso più compiuto al presente e al futuro.

Il lavoro di Lucia Beltrame è impreziosito da una serie di note grafiche e linguistiche sul dialetto e da un copioso glossario finale, che aggiungono al libro un valore scientifico, utile per chi vede nel dialetto una grande miniera di espressività e di autentici significati.

Il libro, per come è rigorosamente scritto, fa onore al dialetto e alla cultura dell’identità veneta, ma fa anche del bene ad un progetto (Progetto Agata Smeralda): il ricavato della vendita va a favore delle adozioni a distanza dei meninos de rua di Salvador Bahia, in Brasile. Non possiamo che complimentarci con l’autrice per la sua bellissima creatura e per le nobili finalità.

Recensione
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