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Pane Nero

G.L. Il Domani

I cafoni di questo paese, come quelli della maggior parte dei paesi della Calabria, sono analfabeti, poveri. E la risposta alla loro miseria vanno a cercarla nelle lontane Americhe; e così nella stagione estiva non vedi messi di grano sulla terra che, ringiovanita nella vita, che le dà la natura, è deserta e sopraffatta da cardi e da spine in una solitudine che uccide il cuore.

Ritornano gli emigrati puliti col soprabito e i baffi rasi come tanti inglesi e si comportano come fossero il sale del mondo. E le campagne dalle ricche messi, dei ricordi giovanili, degli amori innocenti?

Le campagne restano ancora precluse al provvido braccio; restano ancora deserte e il contadino, finito di spendere il denaro straniero, riparte per altri lidi.

I proprietari non vedono le campagne deperire? Non vedono la fame tutt’intorno? Che fare, dunque, se non organizzarsi contro il sistema? Così come per millenni si sono organizzati i più forti contro i molti deboli, ora sono quest’ultimi, i molti che sentono il bisogno di organizzarsi contro nessuno, ma organizzarsi contro i cattivi sistemi dei pochi che si ergono a padroni del mondo. A chi servono le terre incolte? A chi le braccia conserte? Non chiediamo di usurpare le terre, ma solo il diritto di lavorarle. Non è questo nell’interesse di tutti?”

Da queste denunciatarie righe di Pane nero, l’ultimo e più importante romanzo di Manfredi-Gigliotti, si può leggere e compendiare tanti anni di storia meridionale. In questo libro il potere viene rappresentato da un fantomatico marchese pronto a stroncare ogni desiderio di nuovo che porterebbe solo danno ai suoi infiniti latifondi.

Il pane nero i contadini sono usi a consumarlo con le olive infornate e questo cibo viene contrapposto a quello sofisticato delle ricche mense.

La denuncia di Manfredi-Gigliotti si legge, però, tra le righe: il romanzo viene ambientato in un periodo retroattivo a quello in cui viviamo: però il problema ancora per molti versi non è risolto. Lotte contadine, assemblee quasi carbonare, scioperi con occupazione della piazza principale del paese, sono ancora attuali e la loro forza di denuncia popolare è sempre presente nelle cronache.

«I più forti contro i molti deboli» sono dipinti dall’autore con tutta quella crudezza storica purtroppo veritiera. La «questione meridionale» è trattata con esempi di vita, senza togliere o aggiungere niente alla dura realtà. È l’urlo, non la voce di un popolo depresso e colonizzato per secoli, senza poter mai dare il per accordare lo strumento del vivere comune e potere così vivere una vita, invece di sopportarla.

Tutto il romanzo ha come interprete principale Michele, un giovane laureato che viene al paese per poi intraprendere, a Roma, la sua carriera avvocatizia. Da semplice saluto ai compaesani, il viaggio si trasforma in assunzione morale e sociale di responsabilità che solo lui può prendere: la cultura, cioè, in contrapposizione alla classe della borghesia contadina pronta a sfruttare l’ignoranza dei lavoratori agricoli. Nascerà, quindi, una cooperativa formata da contadini e rappresenterà una forma alternativa a tutte quelle istituzioni create per sfruttare la buona fede dell’analfabeta.

Tutto ciò, però, non può essere visto di buon occhio da tutta quella classe di gente che sulla precedente situazione era vissuta e, infine, dopo tante e forse troppo controversie, riesce a trionfare la parola dei molti.

Scritto con grande finezza narrativa, Pane nero è una parola in più su una questione presente nel Meridione per troppi secoli.

È la voce della soppressione a tutti i livelli e contemporaneamente assume in sé il vessillo di gente ormai stanca di sopportare ad oltranza.

Nella lotta dei contadini per ottenere giustizia possiamo anche vedere quella dei baraccati della Valle del Belice, come quella di tutte le categorie umane viventi nei paesi dell’entroterra siciliano e per tanti anni abbandonate al loro destino di vinti. E’ la filosofia dell’uomo ormai sfiduciato nei confronti di una classe dirigente troppo lontana; è l’Enrico IV di pirandelliana memoria che si accontenta di vivere in un mondo tutto suo per completa negazione della vita quotidiana. Però, Enrico IV poteva permetterselo!

Recensione
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