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Per lenti processi

Le liriche del poeta Giovanni Tavčar sgorgano intrinseche di phatos. Tema fulcro dell’intera opera “Per lenti processi” è il viaggio della vita.

Il libro mostra un procedere verso “spazi sconosciuti”, “verso una luce nuova”, “verso abissi incontrollabili”, seppur si tratti di un avanzamento lento, controllato “a piccoli passi, studiati, leggeri” come dice il titolo del libro stesso.

La composizione poetica è molto scorrevole, un fluido di versi semplici, chiari, senza artifici prosastici. Il libro è diviso in quattro sezioni e ciascuna prende il nome da una poesia inserita all’interno di essa: “Quiete e dolcezza”, “Scacco matto”, “Eroe di smarrita fede”, “Roveti ardenti”. La prima poesia che si incontra “Quiete e dolcezza” mette a fuoco già il rigenerare: “rigenerarmi ai soffi dell’infinito” ma in contrapposizione a tale divenire c’è la stasi: “!io amo … la dolcezza del lento assaporare”. Il poeta in queste liriche si dirige verso un viaggio che lo allontana sempre di più dalla vita terrena, da se stesso, dalla sua ricercata e nostalgica giovinezza: un viaggio di vita, insomma, il cui approdo è la morte.

In questo arco di tempo c’è tutta la “pregustazione di un vivere nuovo”, una vita vissuta che è mutevole, imprevedibile come il mare “oggi pacifico … domani selvaggio … dirompente”. L’approdo per il poeta sembra essere lontano e difficoltoso perché prende consapevolezza “pian piano … della nostra limitatezza”, “il tempo s’ingorga” e “l’anima è immersa in una solitudine aspra e contagiosa”. L’anima diventa lo scrigno di quel “malessere dell’aspro vivere quotidiano”.

Forse è il viaggio da una fuga interiore?

Sicuramente c’è la piena maturità di un paziente travaglio verso il risorgimento, un auto-convincimento alla conversione e la morte non è più così temuta ma questa fa parte del ciclo della vita. Il poeta arrivato davanti alla porta della morte arriverà “al miracolo della creazione, alla fonte della luce primordiale”, perché la vita e la morte si mescolano in un ineluttabile arrovellarsi di relazione ciclica, tutto si trasforma, si crea, tutto si può rimodellare, “niente nasce dal niente e niente resta sempre eguale” con questo messaggio di forte speranza si chiude l’intera opera.

In questo cammino in cui ogni passo è in lotta continua, l’autore-poeta si circonda di tutto l’universo, così da uno studio accuratamente introspettivo Giovanni Tavčar guarda al piccolo mondo fatto di galassie, stelle, un gioco di visibile e invisibile, limite-infinito, in cui la linea dell’orizzonte, l’infinitezza, cozza con il segmento dell’esistenza umana e ancora il “fantasmagorico palcoscenico” si scontra con il “mediocre e triste spettacolo” della vita dell’uomo. Le spume delle onde della vita creano a volte disarmonie, disorientano e trascinano verso l’inferno spacciato per paradiso da falsi illusionisti, così la nostra società diviene “un muffito impasto” e l’alba diviene subito tramonto e la vita beffa “scacco matto”. L’ultimo salto anche se verso l’ignoto è un’ansia di volare via dai tormenti della vita e il poeta portandosi dentro i germogli di una giovinezza, crede che la cura allo spasimo irrequieto è la parola Amore.

C’è tutto in questo libro: Fede, Amore, Vita, Morte; temi echeggianti che hanno solcato le migliori letterature italiane ed europee ma ogni volta questi si presentano sotto uno spaccato interpretativo del tutto innovativo come dimostra questa ulteriore opera poetica, lo sfogo di ogni scrittore è unico e perpetuo.

Giovanni Tavčar è un poeta-battello che cerca con una metamorfosi interiore ed esteriore l’ardito anelito vibrante verso l’Alto. Già con la scrittura l’autore viaggia e noi lettori viaggiamo con lui perché la lettura di un libro è la scoperta di nuovi mondi, nuove vite e nuovi sussulti.

“Nessun vascello c’è che, come un libro,
possa portarci in contrade lontane”
Dickinson

Recensione
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