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H-Ombre-S

Sicilypresent

«O voi che cercate il sommo bene nella profondità della scienza, nel tumulto dell’azione, nell’oscurità del passato, nel labirinto del futuro, nelle fosse e sopra le stelle, sapete voi il suo nome? Il suo nome è bellezza»!

Così scriveva Friedrich Hölderlin, e la frase potrebbe in parte racchiudere il senso dell’ultima creazione di Guglielmo Peralta, H-ombre-s. Il condizionale è d’obbligo, poiché una recensione, una critica, un riassunto della suddetta opera dello scrittore palermitano, devono muoversi su uno spazio oscillante, diafano, così come su un terreno tutt’altro che stabile agiscono i personaggi di questo particolare romanzo. Procedere con un criterio univoco, fisso ed immutabile, significa forse non farci raggiungere il quid delle azioni raccontate che si trovano ambientate all’interno di una superficie contesa dalla letteratura e dalla filosofia, in uno spazio che si sottrae alla tirannia del Tempo, che è un non luogo e che è nel sogno.

Svariati sono i temi trattati nello spazio di 180 pagine, diversi gli ambiti sfiorati dai personaggi che ravvivano il racconto, dal tema “infinito” dell’Amore, dalle opposizioni pesantezza-leggerezza, anima-corpo, materialità-spiritualità, immanenza-trascendenza, al tema della Bellezza, il tutto in una scenografica allegoria dell’Arte, intesa, in ultima istanza, come via di liberazione dal dolore, per dirla con Schopenhauer.

Ma proviamo a procedere con maggior ordine possibile. La trama del racconto può riassumersi, forse, in poche parole: personaggi “estrapolati” dai classici della letteratura mondiale e dal mito (a colorare il testo intervengono, tra gli altri, Odisseo, Euridice, Beatrice, Pinocchio, i Sei Personaggi in cerca d’autore pirandelliani) vivono in una dimensione che è a metà tra il sogno e la realtà, in un luogo spazio-temporale non perfettamente definibile che Peralta definisce, con un suo neologismo, Soaltà, e tentano la fuga verso la vita vera, quella degli uomini reali, nonostante sia da tutti vista come «troppo carica di nefandezze e colpe mondane». Questi personaggi non sono altro che ombre (l’autore utilizza il sostantivo Hombres, declinato in questa maniera, H – ombre – s, gioco linguistico italo spagnolo tra ‘uomini’ ed ‘ombre’) che sperano di vivere la realtà vitale di chi li ha creati, dei loro dei, ossia degli autori che li hanno pensati e che hanno raccontato le loro storie sulla pagina; sono ombre e la loro vita appartiene al sogno e «il sogno è la realtà di cui consistiamo», afferma Euridice. Nella loro aspirazione, però, alla fuga, si manifesta una delle opposizioni su cui il racconto si poggia, quella, per l’appunto, tra materialità e spiritualità, immanenza e trascendenza, dicevamo: la vita vera è sì guardata come il luogo della pesantezza, del fardello continuo, a differenza della leggerezza e spiritualità in cui “vivono” le ombre, ma a quella materialità i personaggi non possono che aspirare, non possono che tendere, mantenendo così fede all’umanità di cui i loro autori li hanno rivestiti nelle avventure libresche.

Diversi i temi toccati, dicevamo, nel corso del racconto, in cui ogni pagina è estremamente densa, piena, in cui ogni foglio, ogni parola sono cariche di un significato generale, ogni termine possiede in sé una carica immaginifica ed esplosiva che nel tutto si scioglie: è questa la cifra stilistica che sottende al libro di Peralta, che nelle strategie lessicali trova uno specchio perfetto della storia raccontata. Il perché di questa considerazione è presto detto e risiede nella totale fiducia sulla Parola (che Gorgia definiva un «potente sovrano») e nell’Arte, madre della Bellezza.

Italo Calvino afferma come la letteratura non potrà mai morire, mai cesserà di esistere, perché fino a quando ci sarà vita, essa avrà il magico potere di raccontarla. Questa la fede di Peralta che trasuda da ogni singola pagina.

Ma come il dettaglio si sciolga nell’insieme, nella forma – dicevamo – e nella trama, lo scopriamo nella questua dei personaggi, nel loro tentativo di fuga “alla vita”, nella risposta che infine troveranno. Hölderlin, che inizialmente avevamo citato, ci ammaestra nel suo romanzo, Iperione, come la vita autentica, quella degli dei, consista nell’essere, appunto, uno con il tutto e che questo tutto, che è Uno, è l’infinito che si rivela nell’uomo che per raggiungerlo deve affidarsi alla Bellezza.

Ecco la risposta, ecco il particolare che trova sede nell’universale, in nome della Bellezza e dell’Amore, altro tema portante del racconto e che prende corpo attraverso le parole di Beatrice e che ricalcano ciò che Dante di quella forza cosmica aveva teorizzato. Nelle parole della donna salvifica Amore è reciprocità, affinità, forza che all’uomo «fa abbandonare la sua torre d’avorio confermandolo unico nel riconoscimento e nell’accoglienza dell’altro»: concetto, questo, che quasi in maniera naturale rimanda a Francesco di Sales e al suo Trattato dell’Amor di Dio, in cui la potenza dell’Amore stesso si manifesta nella convenienza, nel “venire insieme”, nel senso che «come l’uomo non può essere portato a perfezione se non dalla divina Bontà, così la divina Bontà non può veramente esercitare così bene la sua perfezione al di fuori di sé se non attraverso la nostra umanità: l’una ha grande bisogno e grande capacità di ricevere del bene, e l’altra ha una grande abbondanza e grande inclinazione a donarlo».

È questo l’iter che Beatrice consiglia, la risposta che si dà Sonja, personaggio chiave del racconto ed estrapolato da Delitto e castigo di Dostoevskij: ogni personaggio troverà la propria risposta nella stesse sede in cui si trova, proprio perché il singolo è diventato tutto, è diventato insieme. La loro forza e la loro vittoria stanno nel donare l’immortalità a chi li ha pensati, a chi li ha generati, come li avverte con accorate parole il ciclope Polifemo, sul finire del racconto: «Voi siete spirito e figli dello spirito, generati e non creati dalla Bellezza, da questa Virtù immacolata».

Ogni personaggio si illumina nella consapevolezza di essere luce nel mondo, «perché gli esseri umani hanno bisogno di storie, di favole, di poesia, e noi siamo quel pane che si moltiplica e che essi ricevono per la ricchezza dello spirito», perché, urlano a gran voce i personaggi ombra – e con essi la Letteratura, la Poesia, l’Arte – «c’è verità nella Bellezza» e «c’è Bellezza nei libri!... E i libri, non sono forse il corpo con cui abbracciamo il mondo?...».

Con i libri e per mezzo di essi l’uomo può ancora trovare spazio nella soaltà dei personaggi che legge, lì restare, sciogliersi con essi, diventare parte di un tutto, un tutto, direbbe Hölderlin, il cui nome è Bellezza.

26 novembre 2012

Recensione
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