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Affari di cuore

Paolo Ruffilli come un moderno Ovidio

Quo me fixit amor, quo me violentius ussit,
Hoc melior facti vulneris ultor ero
[...]

Quanto più amore mi trafisse, quanto
più violentemente m'arse, su di lui
tanto più grande prenderò vendetta
[...]

Publio Ovidio Nasone, Ars Amatoria, I, vv. 23-24.

Il letto per l'amore
è un campo di battaglia
del mistero:
vi dura la pace
nella guerra e nel conflitto,
più si è morti
più si vive meglio
da risorti
e, colpendo,
ognuno
vuole essere trafitto.

P. Ruffilli, Affari di cuore, cit., p. 19.

Questa poesia è posta sulla copertina dell'ultima raccolta di poesie di Paolo Ruffilli, Affari di cuore, come se fosse un preambolo ai versi successivi, che hanno il pregio particolare di descrivere il sentimento dell'amore in una gamma di sfumature di eccezionale ampiezza, con la sensibilità che solamente un uomo che ama profondamente le donne può avere.

Affari di cuore è una silloge di ben centodieci poesie che il lettore “percorre” attraverso la descrizione di più modulazioni, se così posso chiamarle, della passione amorosa, che costituiscono altrettante parti alle quali l'autore dà un titolo specifico: Per amore, Le canzonette della passione amara, Guerre di posizione ed Il mercato dell'amore perduto.

In Per amore, se si vuole trovare una distinzione di senso tra i settori, che tuttavia dialogano sempre costantemente tra loro, il poeta si concentra maggiormente sulle sensazioni, le pulsioni ed i sentimenti provocati dall'amore, sia nell'attimo stesso, sia nel momento in cui si pensa ad esso, in un'analisi accurata di ogni tratto della relazione amorosa con la donna, che può essere intesa come immaginata o reale.

In tutte le composizioni il poeta e l'uomo si fondono e si confondono ad ogni parola, come il corpo e l'anima, variamente miscelati, riescono a dare ragione, in quanto sempre autentico, ad un sentimento inafferrabile, dio alato, come lo dipinge il mito greco, contraddittorio, tormento ed estasi del cuore e dei sensi, momento che esorcizza la morte, portando al massimo punto di esaltazione la volontà di vita.

I versi scorrono quasi inafferrabili al pensiero razionale per la loro densità di immagini ed emozioni, ma, proprio per questo, sono ancor più affascinanti, poiché riescono a catturare l'attimo fuggente, comunque faustianamente bello.

In Le canzonette della passione amara l'amore è subìto come tormento dell'incertezza, come possesso effimero e transeunte, quasi destino d'ineluttabile infelicità di cui si conoscono bene le contraddizioni, i patti non duraturi, la trasgressione che si paga, ma che non si è capaci di evitare, perché l' “ordine” è peggiore del disordine dei sensi.

È sicuramente una poesia scritta al maschile, ma con una sensibilità rara, tipica dell'amatore che conosce a fondo l'animo femminile, che riesce sempre a decentrarsi al fine di comprendere l'altra metà sin nel “non detto” o “non fatto”, nelle minime sfumature reali o presunte.

E proprio in questa sua capacità di percepire come uniti in un sinolo due anime e due corpi consiste l'amore più puro e più generoso, voluto e cercato senza posa, solo per darsi, come se un altro genere di amore non potesse essere concepibile.

È impossibile trovare le mezze misure nella passione: non c'è modus in rebus nell'Eros, quando ci si sa lasciar andare veramente alla sua forza come fa il poeta.

Difficile non trovare nei versi di Ruffilli i richiami agli afflati “infuocati” di Saffo, Alceo, Anacreonte: sembra quasi che ciò che è rimasto inespresso per il cecidit manus della tradizione della lirica greca si sia improvvisamente materializzato nelle parole di un poeta moderno che canta senza falsi pudori, ma con grande delicatezza d'animo, un sentimento concepito come puro ed assoluto: Eros rivive in tutte le sue forme carnali o intime, nei moti dell'animo e nelle reazioni del corpo, che, di pari passo, indicano il nascere dell'impeto d'amore oppure la sua ricerca continua in forme e modi femminini, che hanno la funzione quasi archetipica di compensare un ente-uomo vs donna, che sa di non poter esistere veramente e compiutamente senza la sua parte opposta.

Sono versi che richiamano il concetto di un ermafroditismo platonico, che vede proprio nella compresenza degli opposti la perfezione assoluta del suo essere.

In Guerre di posizione la metafora della lotta fisica, diventa un tutt'uno con l'esperienza d'amore corporea, finita e quasi scontata nelle sue mosse antiche, attrazione e azione che scaturiscono da alchimie ed istinti primordiali, fuori da ogni tempo, luogo, cultura, situazione.

In questa fusione mai compiuta perfettamente, ma sempre tentata, nasce il tormento di non riuscire ad essere veramente capace di possedere del tutto l'altro essere, la donna, che diventa sfuggente proprio nell'attimo stesso in cui è posseduta, mistero incomprensibile.

Ella è, proprio per questo, oggetto di un desiderio maschile costante e quasi ossessivo, proprio nella consapevolezza di non poter trattenere né le sensazioni dell'amore né l'anima dell'amata, se non nell'attimo dell'amplesso, che diviene di per sé stesso illusione e inganno, delusione e dolore proprio nel suo stato di contingenza, incontro e distacco, assolutezza e 'punto finito' all'interno del continuo divenire del tempo e della vita.

Un Eros che non distingue la testa dal cuore e che, proprio per questo, può trasformarsi in alto sentire.

Istinto ed insieme elaborazione della passione si intrecciano in ogni verso con un'attenzione spasmodica per i particolari, per ogni minimo gesto dell'amata reale o potenziale, per uno sguardo o una piega del corpo o anche nell'attesa della percezione del medesimo e poi nel suo completamento.

In Al mercato dell'amore perduto il poeta fa dell'amore una recherche continua proprio nel “dubbio veritiero” di poter essere riamato allo stesso modo dalla donna amata, possesso ambiguo e mai possessore, quasi a manifestare che la catena amorosa trattiene l'amato proprio nel suo non essere vincolo, ma soprattutto sogno, immaginazione, invenzione amorosa della mente maschile, che è chiaramente percepita come diversa al modo femminile di amare.

Quest'ultimo, sembra dire il poeta, non ripaga mai abbastanza l'uomo che ama davvero, perché spesso, per l'altra parte, l'amore sembra essere gioco, mai completa concessione di sé, che si manifesta chiaramente nel momento della perdita non voluta della donna, del suo corpo e del suo desiderio di essere amata, che lascia sempre un senso di vuoto e di amara disillusione, prezzo che , in ogni caso, vale la pena di pagare sempre, scegliendo ogni volta l'azzardo di iniziare un nuovo contatto.

Ma se, come nei lirici greci, si trova, nella poesia di Ruffilli, l'estrema capacità di descrivere la passione amorosa nel suo essere, ai lirici latini Tibullo, Properzio, ma soprattutto a Ovidio e a Catullo, a mio parere, egli si avvicina nelle descrizioni più fisiche del rapporto amoroso, che, unito ad una accurata analisi psicologica, non cade mai nella volgarità, ma crea versi di grande equilibrio musicale e concettuale.

In comune con i versi ovidiani dell'Ars Amatoria troviamo, per esempio, la metafora dell'amore come guerra, come servitium che va al di là della fides, il tema della centralità della donna, dell'amore e del suo mantenimento, il motivo del disincanto di fronte alla fine di una relazione, che, però, non diventa dramma, ma preludio ad un nuovo amore.

Per il poeta non si può concepire una vita senza amore ed un amore senza Eros.

I versi franti, spesso di due sole parole, ma calibrati nella musicalità e nella divisione dei sintagmi, rendono bene la tensione che percorre tutte le poesie come se fosse un'unica melodia, raccontando istanti di vita amorosa vissuti come se fossero eterni, pur nella consapevolezza che questa eternità è di per sé un'illusione dei sensi e della mente, una “passione amara”, appunto, di cui però il poeta non può fare a meno, per sentire ancora vivere la vita dentro.

Se per la sensibilità decadente ottocentesca “la vita era per l'arte e l'arte era per la vita”, si potrebbe affermare che per la sensibilità di un poeta come Ruffilli la vita sia l'amore e l'amore sia la vita: un amore che ha come centro non una donna qualsiasi, ma la femminilità assoluta, che si oggettiva in mille piccoli tratti distintivi, quasi impercettibili per lo stesso essere amato, ma non per il cuore di chi è preso costantemente da Amore, che riesce a coglierli e li cerca “anche non volendo”, come nel famoso Inno ad Afrodite saffico.

Una materia non facile, quindi, un argomento delicato, visto prevalentemente “al maschile”, ma con una venerazione per la parte femminile, che ad ogni istante potrebbe far correre il rischio di banalizzazioni: ed invece questo non accade mai, donandoci il libellum di un moderno poeta elegiaco di rara forza e sensibilità.

Recensione
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