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Edito appena nella storica collana Maior della V Generazione, Abbandonare Troia di Lucio Zinna, insieme a pochi altri libri del 1986, è rimasto fuori del mio saggio L’alterità immaginata che abbraccia opere edite in questa collana dal suo esordio a tutto il 1985.

Lucio Zinna potrebbe essere compreso, senza sentirsene limitato, nella sezione “Il reale e il suo richiamo” del suddetto saggio, appunto perché, come precisai, “l’attenzione dei poeti è più volta verso un anelito di realtà che non verso un’accettazione di essa pura e semplice come luogo privilegiato”.

I raggruppamenti non sono però categorici, essi esprimono non tanto l’appartenenza a un indirizzo preciso, quanto il tentativo, nel segno della poesia, di ampliarlo, forzando le frontiere del reale e dell’immaginario.

Abbandonare Troia, oltre ad essere uno splendido titolo emblematico di questo nostro tempo, costituisce un atto di coraggio che è distacco da luoghi cari (della cultura, della memoria, della vita), senza tuttavia rinunciare a portarsi dietro i propri Lari e Penati. È questo un aspetto fondamentale del temperamento e dell’opera poetica di Lucio Zinna.

In una situazione culturale di crisi, dove tutte le alleanze sono precarie, la scissione delle culture un fenomeno a tutti i livelli. Troia rappresenta lo specchio della conflittualità ultima che minaccia la sopravvivenza. Abbandonare Troia, portando in salvo qualcosa di sacro, è operazione da compiersi, metaforicamente, su vasta scala, integrando alla fine le culture, nel dialogo imprescindibile con il passato a confronto con il proprio tempo.

Va detto che il poeta muove da premesse ideologiche che prendono il posto del contenuto mitico (“Custodire i custodi – ecco il problema”). La giustizia è stata rubata, nell’allegoria, dal prezioso scrigno e il cavaliere, giunto dai primordi, ormai sa tutta la verità e il rimedio, anch’esso pericoloso, documenta l’immaturità inguaribile dell’uomo, la sua decrepita infanzia nel naufragio delle rivoluzioni e nella vana lezione della storia. Così la vicenda personale è metafora di una storia più vasta alla quale viene contrapposta un’altra eterna: “Sarà passata tra le nove e le dieci la cometa di Halley | la dicono diffìcile a vedersi (ma ci sfuggirà soltanto | per disattenzione...” (Isola delle femmine) Ed ancora: “...e dopo conquistata la città in una lotta a quartiere | durata mezza vita ci spenderemo il resto a conquistarne l’abbandono a barattare stereo di cemento | per stereo di cavallo vivaddio la stufa piezoelettrica | per un camino a legna i sindacati per una gallina”. (Scartabello degli attimi invenduti).

Questo testo, fra l’altro, è altamente paradigmatico in un confronto di culture dove vince sempre l’elemento umano. La poesia è mossa da una necessaria emarginazione: “Recito controvento controcampo contro gloria” (Controcanto). È la sofferenza dell’intellettuale che si distingue nella ricerca culturale pura, che non ha contropartita, irrisoria nell’essere gratuita, ma scavata da una fede ineluttabile, capace di scelte anche eroiche, in fondo consapevoli che la strada della poesia è solo uno scomodo sentiero, ma è il sentiero che si è voluto percorrere senza agevolazioni in una sud-ità che è non tanto di Zinna, in quanto siciliano, ma di Zinna in quanto poeta. E lo confessa con ingenuità maliziosa, dichiara la sua ispirazione (il suo scandalo!), considerata come droga che favorisce l’estro (a un soffio dell’“entusiasmo”) e che allude certamente a un destino di morte, legato all’arte, alla poesia, intesa come amore. Un destino di morte non tanto di un poeta, ma dell’esaurirsi della poesia e lo scrittore siciliano (che splendida appartenenza!) domanda: “...che faremo poi?” “Piantare tutto. Allogarsi da queste parti | con la sacrafamiglia nel più remoto villaggio | mettersi in pensione anzitempo vivere del minimo | prima che entrino falsi cavalli abbandonare Troia”.

La favola del Cavaliere marino è la bella e amara allegoria di un viaggio nel tempo, a un passo ormai dalla dolorosa confessione di Richard Engländer nelle Cartoline Postali (scritte con lo pseudonimo di Altemberg): “qui piango su tutto. Qui si effonde il mio illimitato, incom-prensibile dolore, che mi arde l’anima”.

Non c’è Itaca a cui fare ritorno a meno che Itaca non simboleggi la poesia per il nuovo Ulisse che percorre la sua odissea “par avion”, dopo averla iniziata a piedi o su malcerti “legni”. Il mito viene rifiutato, se pure nominato, perché ormai irriconoscibile per “trasformazioni | radicali...”.

Oltre alle premesse ideologiche che prendono il posto del mito, rileviamo un originale e soavissimo, vivo e scanzonato ‘dolce stile’; si pensi a “Ridi pulzella appena invasa da un fremito dolce” che è già un’effusione sonora e luminosa nella cadenza metrica e dà il senso dello scorrere della luce, della vita per una allusione alla giovinezza delle vene (fremito), anch’esse, nell’angolo segreto della psiche di Zinna, paragonate a “cannelle d’acqua”, innamorato com’è delle fonti viventi e petrose... La vita vince in quel fremito che si trasmette, che investe l’altro: il poeta abbandona “le sudaticce carte” ed il suo stile, d’antica scuola, diviene corte d’amore: “...e ti coltivo stupendamente viva in faccia al mondo.”Allarme nel museo della poesia, pollini e vibrante primavera e polveri sugli antichi dipinti da cui fugge la primavera, entra nella vita e lascia vuoto il quadro.

Ecco l’ermetismo impareggiabile di “Ne pulluantur corpora”, misterioso trobar clus, testo chiuso e fremente, iniziatico: “Dentro mi sei come spina”, dove penetrare è compito della donna, mentre l’uomo è ferito dall’impossibilità di ferire, dalla riverenza verso “l’intonso pube”. L’immagine originale della spina apre e chiude il testo, mentre la penetrazione è nel “...grido che perfora le monadi e le gonadi ...”. Acutezza del desiderio rappreso e dolente della virilità dinnanzi al corpo vergine. Ma amore è quanto non si conosce, non si possiede, per questo il traguardo di ogni vero poeta erotico è l’Inconoscibile: Dio.

Altro elemento fondamentale, legato al realismo, è l’interpretazione sui generis zinniana della cronaca sino a dare al realismo connotati quasi arcani, allontanando il presente (ed avvicinando il remoto): “...la sera Milano ci smentì −  | spettrale – appena fuori stazione e noi così casuals | nel diluvio dispersi in uno spazio assurdo alla ricerca | di fantasmatici taxi finché non ci raccolse tremanti un tram miraggio dopo venti dilatatissimi minuti | e fu un’oasi l’albergo liberty. “Nubigragio a Milano” | scrissero i giornali il giorno dopo”. (Estate longobarda).

Il titolo Estate longobarda denuncia appunto quell’avvicinarsi del remoto che fa lontanante il quotidiano.

L’estate diviene un tempo lontanissimo, l’abitat reale (“spazio assurdo”) è oltre la realtà stessa quasi la pagina di un libro (penso ora a Notti bianche) e Pietroburgo o Milano o i tetti dove al di sopra Marc e Bella volano, sono lo stesso spazio assurdo.

Un’ironia raffinata pervade, a volte, i testi zinniani come ne L’ode minima a Palermo Pluvia”, quando il poeta ci mostra in un lampo un Rinaldo “con mezza bestemmia aprire di scatto | l’ombrello che non si arruginisse l’armatura”.

Raffaele Pellecchia scrive in prefazione che Abbandonare Troia “si potrebbe leggere come un romanzo psicologico”; ma è una lettura, qualora venga eseguita dal critico, abbastanza pericolosa. Zinna non ricompone “lo statuto privilegiato dell’io”1: c’è la ricerca di altre vie meno limitative in un’ampia diffusività dell’io che non è né soggetto né oggetto di poesia, ma teso a rivelare con la parola la complessità della vita, dell’ideologia, della storia, quella personale e quella cosmica. Dietro una facciata pseudo-romantica, Lucio Zinna scopre ben altre ragioni alla poesia.

Il “fanciullino pascoliano” è rinnegato da il “Piccolo Principe”, in una citazione che fa da epigrafe al suo libro e che indica la necessità della poesia senza la quale non si può vivere. Altre sottili, penetranti motivazioni, dimensioni e prospettive dinamicizzano l’io esibito, piuttosto carico delle esperienze comuni, non nel senso (per carità) del realismo sociale in poesia, ma nella pienezza personale e cosmica.

Come afferma Pellecchia gli strumenti o i ferri del mestiere sono importanti, ma la condizione “sine qua non” resta l’ispirazione che fa raggiungere il massimo con minimi mezzi come ebbe a dire Fernando Palazzi. E Zinna si reputa ispirato, per quanto usi la parola drogato che si allaccia alla morte, faccia opposta dell’amore, nella tradizione occidentale che sembra avere come meta ormai nessuna Troia da abbandonare ed il cavallo altro non è che lo spettro della catastrofe atomica più che una Sicilia da lasciare, per trasferirsi al nord. Così il messaggio

nella bottiglia è la poesia, il tentativo, non ostante tutto, di una speranza ed Abbandonare Troia esce a dieci anni di distanza da Sagana, forse perché si rimandano le risposte urgenti (e qui noi rimandiamo alla citazione di Proust in epigrafe). Il poeta finalmente ha vinto il suo desiderio disperato di far meglio, seppure il “Cosa accadrà?” lo angosci.

Perché non comportarci allora come davvero si profilasse la speranza di un umanesimo integrale? Quando i tempi sono davvero tragici, non resta nei più consapevoli neppure l’ombra di un lamento, ma regna la civiltà del sorriso, della speranza, affinché le parole non si rivoltino contro e contribuiscano alla distruzione del poeta e della poesia. È il profilarsi di una nuova peste non con l’invasione dei topi, ma di parole vendicative e cariche del loro misterioso potere evocativo.

... A volte stringo i denti urlo se capita | difendo mi difendo continuamente resisto”. Tuttavia riesce a farsi strada la luce, la presenza poetica; “Inattingibile fontana di riccioli occhi plenilunari...” (Il bacio).

Recensione
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