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Gli umani accampamenti

in: Viaggio a Terranova su neri cani d'acqua

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La certezza, ormai, di poter inventare si fa strada tra prosa e versificazione, superando lo scoglio iniziale de Gli umani accampamenti, per un approdo all'alterità che distanzia l'esperienza di vita. Del resto già la voce 'accampamenti' stabiliva una situazione di provvisorietà (“...e più sconnesse / inusitate mulattiere strenui percorriamo / alla ricerca degli umani accampamenti.” (n° 2), mentre l'invenzione veniva avvalorata da “un immanente / punto interrogativo sopra un bianco / foglio di carta trasparente.” Così “la poesia più rispondente / che sia possibile fare / sulla condizione esistenziale / dell'uomo...” (n° 44) è mossa dal rilievo dato alla trasparenza di quel foglio che esprime tutt'altro che la mimesi, piuttosto un capovolgimento della 'condizione' stessa. L'interrogativo, ad esempio, solo apparentemente comico: “Che sapore avrà la saliva di Dio?” (n° 42) a campeggiare sulla pagina, accentuandone il bianco, già, nel nominare un dato concreto dell'esistente, lo distanzia all'inverosimile: sapore, saliva, quindi vita sono nell'ottica interrogante di uno spostamento, sbilanciate ed espropriate.

Il letterario si poneva esso medesimo come luogo provvisorio di sosta, nella ricerca di un modulo stilistico, capace di conglobare la felice e improvvisa sintesi e la pretesa psicodrammatica del dialogo che nella poesia più matura sarà innegabile acquisizione letteraria per assimilazione delle esperienze scientifiche e per distanza calibrata, ironica dalla condizione esistenziale. Sarà l'ironia, infine, un ventaglio di possibili risposte all'interrogativo di quel foglio bianco.

Per constatare il cammino percorso dal poeta, in chiave poematica, basti fare un confronto tra due pièces, la n° 21 (“Al tavolo due posti di una finta stalla ...”, dove i personaggi sono “la donna ossigenata” e “l'uomo brizzolato” a porre la problematica di rapporto di ordinaria cultura dei sessi, e il testo, già perfettamente calibrato (n° 4) da Inventario del motociclista in partenza per la Parigi-Dakar, dove i personaggi: Cavalcanti, Angiolieri, Becchina, conducono, in presenza del coro e della coscienza di Zeno, un psicodramma abilmente camuffato di perfetta resa letteraria. Il miglioramento formale interessa più la poesia-racconto che i versi brevi, nati sapidi e originali: solo il lungo respiro può attestare il limite, ma l'ambizione di Rossano Onano – lo si può ormai dire – è una realizzazione.

Ipercriticamente, nel timore di essere indulgente con se stesso, l'Autore al n° 38 de Gli umani accampamenti scriveva: “La cosa che segue non è, come sembra, una mediocre esperienza letteraria, bensì un testo proiettivo di un certo valore scientifico.” Con ciò non avvertiva, forse, la necessità, avvalorando la scientificità dell'esperienza, di un ulteriore affinamento letterario? Ma già Onano era molto vicino all'acquisizione del suo stile. L'elaborato, nella trinità prosa-poesia-scienza, miracolosamente, già allora, si presentava dosato e interessante.

Bisogna tener conto che solo nel 1985 l'A., nato nel '44, pubblica la sua poesia; parte da postazioni che, per forza, dovranno essere lasciate dietro le spalle, ma da un lato si tiene all'esperienza scientifica, dall'altro segue gli aneliti letterari, mai perdendo di vista l'umano di quegli 'accampamenti', ma sempre più scaltro da salvarli, appunto distanziandoli. Il passare dalle postazioni d'inizio alla vera e propria invenzione (vedi Rosmunda, Elmichi, altri personaggi del Medio Evo), mai trascura né il confronto, interrogandosi, con le esperienze trascorse e neppure la congettura circa le future.

Intanto però il libro di esordio rivela subito l'impostazione di due moduli stilistici (che poi verranno perfezionati, connaturati in quello che si definisce uno stile (e lo stile è l'uomo!): il racconto ironico, minato, disteso in Dolci velenosissime spezie, ambiguo tra vissuto e sogno e la linea a sfondo ludico, nella misura breve, con sussulti parodici. Per quest'ultima l'uso della rima, tra lo spontaneo e l'artefatto, si rappresenta caricaturale, certamente indicativo di uno steccato praticabile, che si può oltrepassare in misure distese e non cantabili. Ne Gli umani accampamenti la misura breve risulta la più riuscita a ricondurre l'aura del discrimine tra discorsività e poesia, ad un'aria di ironia e di grazia.

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Recensione
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