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Epicedio sulla morte dell'Eros

Come tutti lavori molto complessi e di grande ambizione (non dimentichiamo che Venero Scarselli vorrebbe riesumare le caratteristiche di poeta-vate), Torbidi e amorosi labirinti non dà spazio a giudizi avventati, è un lavoro che va digerito, rivisitato. Innanzi tutto imposta il genere del romanzo lirico (come l'altro libro fiale e tele), vale a dire che Scarselli parla di se stesso e, da un lato il romanzo, per la presenza della qualificazione di lirico, scalza l'ipotesi di diario, dall'altro l'aggettivo vorrebbe condurre alla poesia una prosa collante che ci rammemora le traduzioni più belle del De rerum natura di Luccrezio: "un ritmo" lutulento, implacabile che sommerge creature e cose in lotta per riemergere. L'io del romanziere lirico si fa cavia, dolorosamente attratto e respinto dai simulacra, entrando, se il tentativo è riuscito a far parte del clan di Catullo, nostalgico (nel terrore della foemina simplex) del sacro patto, dell'amore eterno, mal riposti in C:lodia. Il problema del critico è quello di giungere a valutare questo moderno attraversamento della "selva oscura" che all'immediato appare l'epicedio sulla morte lell'Eros. il de profundis più disperato e insieme volto a uno spiraglio di luce dell'uomo a un soffio dal Duemila, un mimo corrotto dalla sua stessa anima e cultura.

Non credo che neppure chi fosse indulgente al femminismo, si sentirebbe dì ridicolizzare «gli archetipi dell'immaginario erotico maschile» (vedi risvolto del libro!), piuttosto considerare con pena l'approdo, un approdo di vuoto, di dolore, di amore al negativo. Se l ironia poi non è posseduta dal poeta che qui si dibatte quasi secondo la legge dantesca del contrappasso, come farne? Sarebbe un ridere ai funerali.

Ripeto che la questione è se il tentativo, alto per la verità nel suo assunto sia davvero riuscito. Si può certamente fare un tipo di lettura allegorica come per l'Histoire d'O (ma in Scarselli o nell'uomo-cavia non c'è l'abbandono e provvisoria felicità della depersonalizzazione, dello svuotamento di sé). Il corpo della Femmina divoratrice allora rappresenterebbe il sociale, il potere fagocitante ambito e poi fuggito, l'essere padroni e poi servitori di esso, pur nelle indulgenze al visivo, al torbido, al laido, legate alla struttura mentis di Scarselli, vicino professionalmente al disgregarsi e decomporsi della materia.

L'uomo allora fugge dalla donna che lo aveva ingannato con la sua bellezza esteriore e dalla società che lo aveva sedotto con i suoi miraggi, per sentirsi libero e la storia di questa libertà diviene psicodramma nei suoi lavori poetici; per esempio in Pavana per una madre defunta, il paesaggio del ventre materno, visto impietosamente, non è altro che fucina di morte.

Baldacci che presenta il nuovo libro, scrive che Scarselli non ha ricevuto nemmeno mezzo premio (nonostante ne citi qualcuno!), ciò «perché non ha sottoscritto l'identificazione tra letteratura e mondo letterario».

Allora perché cercare premi se la corsa, più o meno consapevol mente, sarebbe al "successo" dal quale Scarselli è fuggito? Il successo lo porterebbe verso le cose aborrite, salvo a recuperarne qualcuna, nella sua condizione dì eremita, come la luce, il telefono... Dico questo, perché l'illustre biologo (la qualifica professionale è citata, per poi accentuare l'abbandono di una condizione di potere) prima aveva attraversato ogni sorta di disagi di vita primitiva (e autopunitiva), per distaccarsi da quella civiltà che gli aveva parato davanti e dentro tanti mostri dei quali la femmina, in sé, è il meno tremendo.

Baldacci aggiunge che questo poeta «avrebbe la forza di cambiare le regole del gioco»; ma ricadrebbe tout court nel meccanismo del successo, del consumo, perché, nonostante il suo finto primitivismo, prodotto da una civiltà tecnicizzata che lo ha deluso, egli appartiene alla civiltà dell'"usa e getta".' Tocca così così saper scegliere, senza rimpianti tra il successo dell'opera e il successo nell'opera. Le regole del gioco cambiano, quando non si può giocare e gioca soltanto e meravigliosamente l'opera. Il conforto, per ora, è la considerazione oraziana: «Pallida mors aequo pulsat pede pauperum tabernas regunque turres» (Orazio, Odi, 1, 4, 13-14).

E l'innocente «signora di buona volontà», chiamata nel risvolto alla lettura di Scarselli, cosa mai potrà aggiungere? Invito piuttosto l'uomo nuovo, se esiste, a dare utili consigli (dopo "un'utile lettura"), per disseppellìrc l'amore.

Recensione
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