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Viaggio a Terranova con neri cani d'acqua

Rossano Onano è nato a Cavriago di Reggio Emilia nel 1994. Laureato in Medicina all'Università di Milano, lavora come medico specialista psichiatra presso il SIMAP di Correggio.

Ha pubblicato di poesia Gli umani accampamenti (Lacaita, 1985); L'incombenza individuale (Forum/Quinta Generazione, 1987), vincitore del “Primo Premio Fèlsina 1990” e del “Primo Premio Pablo Neruda 1990”; Dolci velenosissime spezie (Forum/Quinta Generazione, 1989), vincitore del “Primo Premio Insieme Nell'Arte 1991); Inventario del motociclista in partenza per la Parigi-Dakar (Tracce, 1990); Rosmunda, Elmichi, altri personaggio di Evo Medio (Laboratorio delle Arti, 1991), vincitore del “Premio Laboratorio delle Arti, 1990” per inediti.

Ogni libro di Rossano Onano è anche la storia di un viaggio che appare senza “meta finita” e il ciclo della sua esperienza poetica, per ora, si chiude con un'opera che ne sottolinea il senso: Viaggio a Terranova con neri cani d'acqua. La simbologia del titolo media tra una meta che sembra definita (Terranova), ma riguarda invece una terra nuova che sta per “non terra”, ma luogo diverso o altro.

Viene sottolineato il pericolo del viaggio verso luoghi senza conforto come lo erano Gli umani accampamenti, dove il calore e l'umanità che dovrebbe essere qui simboleggiata dai “neri cani d'acqua” (salvatori) sono invece freddo e desolazione. Ma bisogna arrivare fin dove è possibile e Terranova è una lingua sconnessa e difficile da esplorare e sottomettere.

Il viaggio si avvia verso altri luoghi per altri endici e c'è il timore di perdere la poesia, di travisare la verità per finti appigli al mondo scritto. E che Terranova sia quel linguaggio di cui anche Zanzotto scrive in Idioma (“Lingua tra i cui baratri invano / si crede di passare...” e ancora “io-lingua, ridotto a seduzione”, non è difficile intuirlo. E' il mondo della parola che viene conosciuto, sondato nelle sue possibilità, se scrive: “la esplosiva fessura delle rime, la resa / mimata...”.

Il linguaggio è anche capace di affastellarsi intorno alla nuda necessità della poesia che fa il suo spogliarello, per restare scheletro e “tutti gli uomini battono le mani, come / liberati ridono...” e, alla fine, “sarà il tempo a dire, espletate le onerose operazioni in corso”.

All'allegoria della poesia segue quella della guerra che allude alla questione del golfo con tutti i suoi riti (maschere, tute mimetiche, balli, il vescovo che benedice).

Il contrasto uomo-donna, sempre palese in tutta la poesia di questo autore, viene alla fine superato 'Altrove' in una sorta di matriarcato sublimemente feroce.

Questo viaggio appare come un'odissea, dove il poeta, alla maniera di Ulisse, tocca posti metaforici e dantescamente penetra nell'oltre la vita, in una sorta di purgatorio, dove si attende “una qualsiasi resurrezione della carne”, entrando intanto “nel sogno dei vivi”.

L'itinerario ha pause di racconti come la storia del 1831, dove si narra di un distaccamento della legione straniera che “venne messo fuori combattimento da una forma dolorosissima di priapismo”. Sono cronache antiche o altre volte scene di arazzi: ninfe e fauni, forse a irridere una forma di poesia arcaica. L'intervento dei fauni però è fallimentare, incrina la parodiata classicità, in quanto è visto in fuga, per tinore di prestazioni erotiche supplementari. Situazione capovolta nel mito, perché pare rovesciata nella vita, impostando altre problematiche tra uomo e donna.

Il viaggio, a differenza dell'Odissea, non prevede un ritorno; Itaca, meta definita, è scomparsa, a meno che non diventi simbolo della più acuta conoscenza che solo la morte può indurre, se tutto non finisce lì. Anche l'isola dell'amore, nell'ultima sezione inedita, dell'antologia, sembra abbandonata; il tema è il viaggio, divenuto fine a se stesso, con qualche vaga nostalgia di quegli umani accampamenti, dove un residuo fuoco poteva scaldare e la parola colpire precisamente il suo oggetto. Il rapporto di esso col segno linguistico è scosso, ma non destituito, semmai il segno è fortemente caricato di suggestioni, al punto da riformare, deformandolo, l'oggetto. Il segno è pure delegato a produrre altri oggetti dalla sua indicazione, fuori dal rischio di una proliferazione vuota e abnorme, per altro paventata al punto da suggerire all'Autore una sosta come a chiusura di un ciclo poetico. Ma “non c'è motivo che il linguaggio debba corrispondere o assomigliare al mondo più che non vi sia motivo che debba assomigliare al mondo il telescopio con cui lo scienziato lo studia” (Max Black).

Il linguaggio ultrametafisicamente acquista un significato apofantico, in questo senso è la casa dell'essere. Onano non ha funzionalismi linguistici da esibire, ma opera una seria modificazione del linguaggio a partire dall'esperimento zanzottiano di vasti possibilismi linguistici, ma anche di incombenti terrori e seduzioni.

Dove ci porterà questo viaggio? Quali saranno le ulteriori proposte di una poesia, già spintasi tanto avanti verso “Terranova”?

Il mio discorso critico finisce qui nel presentare un'era della poesia onaniana, breve per spazio d'anni, ma intensa e non valutabile temporalmente.

Scrivere è desiderio ed è il seme della vita che fa fiorire altrove infinite, possibili vite che il linguaggio dell'Altro rischiosamente anima. La poesia allora non è involucro ma brage (anche gelo che scotta!). Solo allora l'eco è più sconvolgente della voce che chiama: qui, ora, per il suo invadere altri spazi, provocando in chi ode timore, in chi chiama sorpresa, perché la voce continuerà nel silenzio della bocca che l'ha pronunciata.

Recensione
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