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A ritroso. Versi e prose 2010-1985 A ritroso. Versi e prose 2010-1985

Tornare sul già stato. E’ l’atto della memoria, volontaria o involontaria, quasi necessario alla poesia. Quasi.

La poesia, in effetti, può muovere (e muove) da altro: l’autore sa (e non sa) lo scatto iniziale; il lettore ne va, a volte, alla ricerca, altre volte si lascia trasportare dal flusso dei versi “indifferente” alla loro genesi. La poesia apre le sue strade: chi la legge ne prende una, ci ritorna su, la lascia, ne intravede altre. Il poeta avrà da dire, da ridire, da precisare. O, già su un’altra raccolta – e dunque su un’altra sua realtà di scrittura – lascerà che lo si legga e sarà nel suo silenzio.

Questo inizio per introdurre la mia lettura di A ritroso di Danilo Mandolini. E, giusto per quel che ho appena detto, suggerirei di affidarsi prima alle poesie di Mandolini e solo dopo l’ultima allo scritto di Fabio Franzin, “Oltre la parte più oscura dell’ombra”.

A ritroso sembra (in parte lo è) un’auto-antologia di testi e libri già usciti (l’autore dà la minuziosa “cronaca” delle variazioni nelle pagine di chiusura del libro), ma rivisti e rivisitati, scartati, asciugati, e di testi nuovi in cui utilizza, per esempio, stralci di lettere dei suoi genitori ancora fidanzati.

Sarebbe di tutto interesse una lettura filologica.

Del poeta osimano si vedrebbero, nel caso, le curvature e i differenti livelli linguistici e ritmici. Nonché di coinvolgimento autobiografico. Basilare almeno in Radici e rami – il padre, la sua morte –, nell’antologia attuale il dato personale passa nella sezione “DUE” (le sezioni sono nove): consegna la privazione della perdita alla raccolta del 2007 e intensifica, però, il senso dell’appartenenza acquisita a valore e tessuto interiore.

Ecco allora, oltre la filologia che si può riprendere in qualsiasi altro momento molto al di là di una recensione, una particolarità di A ritroso: il cammino da ripercorrere per cercare – nello ieri e nell’oggi: «L’età è un cumulo d’immagini / che col vento riporta le stagioni, / i rumori, le risa e i ricordi / che fanno provvisorio il mondo intero» (p. 90) – il fulcro di una r-esistenza, la velocità del tempo, la brevità dell’attimo, lo spaziare dei sentimenti da figlio a padre e da padre a figlio, il calare la densità del vivere dalle aspirazioni lontane e giovani alle vicine e fresche perché l’esistenza le richiede e le “precipita in soluzione” nelle persone che hanno bisogno di noi, anzi delle quali noi abbiamo bisogno.

Persone e situazioni: che abbiano la mano nella nostra o che siano discoste ma presenti nelle varie parti del mondo da cui non ci si può, né ci si deve distrarre. (Qualche esempio, pur nella difficoltà di estrapolare da testi in cui prevale la compattezza del pensiero rispetto alla cadenza sentimentale: «Le chiare scie delle navi in partenza / tracciano la rotta del crepuscolo / che avvampa spossato e improvviso / e dove un bagliore muta in ombra, / là, dimora la sferzante carezza / di un altro, dissipato maestrale.», p. 114; «[…Il giorno poi viene a ricoprire la città, / a sottrarre pezzi di distanze tutt’intorno / e a lasciare avanzi sciolti di memorie / per non rivelare adesso cos’è il mondo]», p. 63; «Ieri… Era ieri e non è già più.», p. 173).

Eticità dell’esserci, dunque, valore della vita.

Se la poesia ha avuto in Mandolini la sua spinta dalla consapevole tonalità del nulla («Foglie…Foglie senza scheletro al suolo, / fine sabbia che cola tra le mani. // I suoni non hanno peso alcuno / sotto un sogno ricurvo che è vita.», p. 222: la lirica risale al 1993, cioè ai ventotto anni dell’autore), l’andare e il continuare l’hanno arricchita del pathos spazio-temporale connotativo dell’esistenza e di quanto, in essa, si perde e si guadagna giorno per giorno, con uno sguardo in cui dare e avere si incrociano. Sguardo significato dal poeta anche graficamente: spostamenti in pagina, differenza strofica, prosa e poesia in quanto tale, carattere tondo e corsivo in molti testi.

Vale a dire, nell’eticità dell’esserci, l’incontro, le nuove esperienze, gli affetti che si intensificano, la sensibilità che si affina, nei diversi momenti e frangenti, le perdite, gli straniamenti. Non mutano i cardini. Ma tra il niente (della nascita) e il niente (della fine) vive la scoperta di essere vivi e non «merci che si vendono sugli scaffali» dei supermercati da cui si esce «simulando una corsa» e accampando «pretesti per non pensare» (p. 115). Tra i due poli negativi emerge il simile nel destino, cui si allaccia la mano della solidarietà, a cui si passa in eredità l’esserci.

Recensione
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