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La precisione del faro

La poesia: per una connessione tra sé e sé, tra sé e le cose, tra sé e le persone, in una atmosfera di vissuto e di desideri, di luci ed ombre, dentro il senso del probabile faro. Niente è perduto, tutto è ancora salvabile se il sentimento va a sostenere parole e canto. Leda Palma continua la sua ricerca in versi verso il non finito, verso ciò che, liberato dalla falsità della superficie più eclatante, stringe la possibilità di durare oltre l’evidenza.

E può essere la memoria come l’amicizia, la pietas come la vicinanza, il riconoscersi uguali in una sorte esistenziale e l’accettazione del tempo con tutti i suoi antefatti e postfatti. «Chiudo gli occhi per dare all’indistinto / un dilavare d’onda che/ serve al respiro alimento uniforme / all’universo nell’andare come / nel tornare dalle radici all’infinito / che ci spetta dal disordine al riconoscere / nel mistero agisce del silenzio / s’annulla piano ecco si fa cosmo / ogni ramo morto di me / luce» (Meditazione, p. 81).

Bisogna entrare nelle singole poesie de La precisione del faro, farsi assorbire dal ritmo-metro e dal suo andamento classico, per liberarne il “canto” che le distingue: canto alla vita nelle righe che la fanno tale, quasi che sia in ogni caso dono, in ogni caso riga che conduce con precisione al faro, pur nel desiderio di cambiare a volte il foglio dell’assenza, «l’audacia d’ogni foglio che verrà» (“Presenza”, p. 86), o la storia come tale.

La cadenza dalla dimensione classica, una caratteristica della scrittura di Leda Palma, dialoga senza soluzione di continuità con la modernità linguistica: i due registri si amalgamano in ogni testo. La resa è un afflato poetico che mira, sempre, a non elidersi e a non elidere il significato, anzi a fissarlo nel suo primo gradino aperto ai successivi, come una luce di faro, appunto, che nell’intermittenza si fa sempre più vicina e chiara.

Ma, allora, c’è una vita per chi naviga? È quella tra l’andare e la luce lontana, tra la temperie e l’approdo non vicinissimo («…poterti / dire ti cercavo e mi hai trovato», “Il foglio”, p. 15), tra i giorni presenti e l’incontro con la malattia e la morte. La coscienza, allora, mentre si va, mentre si vive. Come nel poemetto “Cammino di Maya” a chiusura de La precisione del faro: quasi canto e controcanto (lo si potrebbe sentire a teatro, a mio parere) in cui illuminazione e suo contrario, luce e buio, elementi di interiorità e notazioni paesaggistiche (il Friuli, origine e amore infinito di Leda Palma, Assisi, l’Oriente) si snodano a formare il cammino di una formazione e, quindi, di una consistenza onirica e reale, definita e alonata tanto da rimandare ad un faro da sempre intravisto e, nello stesso tempo, distante e preciso. Ma baluginante.

Recensione
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