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Le ragioni dell'ovvio

Cara Noemi,

ho letto e riletto il tuo Le ragioni dell’ovvio con vivissimo interesse ed interiore partecipazione. Il termine “interiore” già mi porta in medias res sul versante dell”ovvio” che “non c’è” secondo gli spiritosissimi brani dell’exergo. Diciamo che il tuo percorso “da Svevo a Svevo” è sotteso dall’esigenza di una “verità interiore”, di un autobiografismo simbolico che si modula e si articola sugli interrogativi esistenziali, sugli stati di coscienza molteplici del Soggetto. Interrogativi esistenziali, stati di coscienza che rinviano a un’essenza spirituale rimossa: per cui la tua ricerca del senso, la tua affermazione dell’ovvietà misconosciuta del senso, significa il recupero di una vita interiore del Soggetto, tra l’esistenziale e lo spirituale. La tua “preferenza” per una identificazione tra l’esistenziale e lo spirituale (che io sottoscrivo pienamente) non è mai da te esplicitata in termini teorici, ma è tenuta “implicita”: e ciò è consentito anche dalla “cornice”, costituita da un autore spiritualmente “laico” come Svevo.

Su un piano più propriamente critico, quello che io sento e approvo nelle tue pagine dense, “innocenti” e smaliziate a un tempo, è il rifiuto, espresso nel tuo linguaggio nutrito di ironica polemica, degli apriorismi ideologici e metodologici nei confronti della letteratura. Tu pensi, in sostanza, che il compito della letteratura sia quello di rispondere agli interrogativi esistenziali del Soggetto. Non a caso l’explicit del tuo esemplare libro (che non esito a considerare tra le cose più importanti recentemente uscite: e credo che Emerico possa anzi confermarlo con maggiore competenza della mia) attraverso i riferimenti giornalistici (al “Sole 24 Ore”) e attraverso il satirico esperimento di “Verrò domani” evidenzia da un lato la deriva del limite formalistico (Il nonsense del Burchiello) dall’altro l’istanza propria della scrittura autobiografica (dello scrittore autobiografico) a “esistere di più” (la “scandalosa” affermazione di Gadamer!) attraverso i “barlumi di luce” (istanza concomitante con quella di Emerico!). Il rifiuto degli apriorismi ideologici e metodologici, e il richiamo all’autobiografismo simbolico della verità interiore, sul crinale tra esistenzialità e spiritualità, mi ricordano l’ottica interpretativa del compianto Filippo Secchieri, il suo rifiuto dei “sogni precostituiti”, nei confronti dell’esperienza letteraria. Sul terreno della letteratura come spazio della pluridimensionalità del Soggetto (nei cui confronti la critica letteraria “istituzionale” scantona) si pone il tuo interrogativo fondamentale: come si vede nella distinzione tra “Zeno assassino”, Zeno narrante, Zeno narrato.

Importante è nel tuo libro la segnalazione di “assi” critici: Lavagetto-Vittorini per Svevo, Debenedetti-Agosti-Coletti per Ungaretti. Circa Contini sono d’accordo sul “fraintendimento” formalistico (p.103).

Quanto alla sua interpretazione del “varco” della Casa dei doganieri come “un possibile, solo possibile ritorno al passato”, non dimenticherei (anzi, convintamene ricorderei) quanto Contini scrisse circa “la grazia gnoseologica”, “l’interno lavoro”, la “creazione ex novo del passato” (a proposito di Montale), nuclei critici che possono rinviare alla matrice rosminiana di Contini (appropriatamente evidenziata nel libro di Andrea Poli, Fede sperimentale. La filologia di Gianfranco Contini, uscito da qualche mese da Areabianca).

Detto questo, cara Noemi, in termini del tutto sommari e probabilmente imprecisi, vorrei citare qualche tuo passo maggiormente suscettibile di feconde estensioni teoriche: [omissis]. A p.70 sulle “scelte stilistiche [di Ungaretti] connesse con la ricerca interiore, una ricerca conoscitiva che mette in moto una complessa fenomenologia dell’anima, operante, se non altro, in fase di creazione artistica”; alle pp. 79-80 circa l’ermeneutica come interpretazione quanto più possibile libera da preconcetti ideologici e la, poco apprezzata, sovrapposizione del nuovo “canone realistico” al vecchio canone formalistico; a p. 92 circa “la poesia immersa in uno spazio ben più vasto e pluridimensionale…”; a p. 104 circa “l’autonomia del senso dal significato…estremizzata” tanto che “esso si riduce spesso a una indicibile assenza”; a p. 23: “È proprio vero che uno scrittore autobiografico racconta solo fatti spinto da motivazioni contingenti?” Non può capitare che in certe scritture di sé i fatti addirittura non compaiano o siano trascesi?”

Insomma, cara Noemi, il tuo libro mi pare implicare una “liquidazione” dell’approccio critico tradizionalmente novecentesco, sostituibile con un approccio “ermeneutico”.

Ti sono gratissimo di questo libro. È stata, per me, una lettura che non esito a definire “esaltante”.

docente
Università di Venezia

Recensione
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