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Mezzogiorno dell’animo: Anatomie del dolore

Ciò che colpisce ad una prima lettura della raccolta poetica di Pietrangeli Mezzogiorno dell'anima, è la precisione con la quale l'autore indica il percorso lungo il sentiero polveroso del dolore, puntellandolo con cartelli, indicazioni, pietre miliari, quasi a voler ordinare e governare le tappe di certe percezioni emotive ed abrasioni della coscienza.

Come la tassonomia di un rigoroso scienziato dell'anima dei primi del novecento, il poeta indaga, classifica, contestualizza all'interno di griglie, la terra barbara di un "sentire", anzi dell'essere dolorosamente nel mondo: dal Prologo del dolore, passando per Agnosticismo, Contrappunto, Metamorfosi, Anamnesi, ma anche Fobie, Scherzi, Epitaffi, fino all'Epilogo e alla Traduzione del dolore.

Una ricca declinazione ancorata di tanto in tanto in auto-giustificazioni esistenziali dell'io, come quando il dolore diventa qualcuno che ci vive accanto, coinquilino silenzioso ma invadente. Allora l'esperienza viene legata ai ceppi del minimalismo quotidiano e di questo dolore, apoditticamente, si dichiarano le generalità:

Il dolore è una malandata
pentola lasciata sul fuoco,
distrattamente, mentre ero
fuori, a rifornirmi di sigarette.

Ma l'anamnesi, in questa diagnostica impietosa, non può esulare dal riferire all'ipotetico medico in ascolto, (e l'ombra della guarigione aleggia in più punti del libro), tutte le oscillazioni di una coscienza in bilico tra interiorità e alterità.

Il libro ha il ritmo di queste oscillazioni tra meditazioni personali, squarci di vita vissuta e considerazioni su un destino cosmico di metamorfosi:

...dovrò scegliere
se morire d’inverno, sotto il gelo
oppure sopravvivere perendo
in un altro strato di legname,
nella corteccia di una bara
che, lentamente, tutt’intorno
nell’esigua luce s’estende.

Ma di questo dolore se ne vogliono cogliere tutte le prospettive anche attraverso le diverse modulazioni stilistiche dei testi e accanto ai toni elegiaci, se serve, si sfruttano le possibilità della prosa inserendo l'antipoesia del grottesco, come nella sezione "Prosimetro del dolore" dove l'attenzione si focalizza sulla parabola di vita di una mosca da putrefazione.

A seguire brillano certi "Scherzi del dolore" dove la forma si modella agevolmente anche sull'anagramma.

E non a caso la chiusura è siglata da una traduzione che vuole consegnarci le parole di un bellissimo "Madrigale della morte" di Francisco de Icaza, traduzione, dunque, nel senso di esplicazione e testimonianza di una familiarità con la morte e con il senso di caducità del " bello" che appartiene ad ogni poeta.

Alla fine della lettura giungiamo a consapevolezza che questi testi sono il viatico di chi, esiliato, non cede alla rassegnazione o alla rinuncia, parchè "Itaca" non è utopia del sogno ma meta ultima che si fa origine e inizio, azione o opera, valore fondante da cui ripartire... E ci resta la suggestione che questo percorso non può non avere un valore iniziatico sul quale aleggia il fantasma dell'amore:

Il dolore non è premessa
alla rinuncia, ma oltrepassare
la porta, quella del cuore.

Recensione
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