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“Passi nel Cosmo e Mappa del Cosmo”

Articoli sparsi intorno al mondo
e intorno alla vita di chi ci abita.

Cerco di creare una interconnessione tra concetti, scritti e immagini, come una “rete di spin” nella fisica quantistica.

Il concetto di spazio granulare, composto dai quanti del campo gravitazionale, come evidenziato, dopo un lunghissimo percorso di ricerche, dai grandi scienziati della fisica moderna, non si discosta gran che da quanto rilevato da Leucippo e Democrito, 5 SECOLI prima di Cristo.

Che la materia e lo spazio avessero la stessa natura, di atomi elementari indivisibili era già nel pensiero e nelle intuizioni di Democrito, dei cui scritti nulla ci è rimasto.

Con questo non si vuol certo dire che “la fisica di due millenni è stata inutile, che non servono gli esperimenti e la matematica, e che Democrito poteva offrire la credibilità che offre la scienza moderna. Ovviamente no. Senza esperimenti e senza matematica non avremmo mai compreso quello che abbiamo compreso” (Carlo Rovelli “La realtà non è come ci appare” pag. 149).

Ma questa “comprensione”, per come si è evoluto il Mondo, secondo le linee portanti dell’Imperialismo, quanto è costata in termini oppressivi e distruttivi.

Di ogni cosa, ne “sappiamo di più”, ma il Mondo va verso l’autodistruzione; non era forse meglio fermarsi? Restare in una dimensione CLASSICA, dove è errato pensare che avremmo, senz’altro, saputo meno di scienza e, in particolare, di fisica, matematica, astronomia, ecc.; avremmo “saputo”, certo in un contesto di armonia ed equilibrio con altre categorie dell’animo umano, la filosofia, la poesia, l’arte.

L’evoluzione dell’animo umano sarebbe stata limpidamente e delicatamente spirituale, sia pure con tutte le contraddizioni e i limiti dell’Uomo, per sua natura imperfetto, non egemonica e portatrice di sopraffazione politica ed economica.

E se anche avessimo saputo qualcosa di meno, questo sarebbe stato ampiamente compensato dall’andare nella direzione della VITA, opposta a quella di andare verso il tentativo di sottrarsi alla morte, come è adesso.

Probabilmente era storicamente impossibile, data l’affermazione dell’Imperialismo, che ha avuto vigorosa e inarrestabile origine dalla potenza di Roma, ma non credo sia giusto gioirne senza alcuna riflessione; occorre piuttosto preoccuparsi, considerare possibili ulteriori passi ecc.

Non ci salverà saperne ancora di più; ma forse utilizare quello che sappiamo, ed eventuali altre conoscenze, verso le quali siamo ormai avviati, per cercare di risolvere un problema fondamentale:

Salvare il mondo (sia pure dopo aver determinato, o contribuito significativamente a determinare le condizioni della sua fine).

Questo è possibile, secondo me, solo scoprendo un nuovo umanesimo, un ritorno ai principi e ai valori del Mondo Classico, l’antica Grecia, o più recentemente, il Rinascimento Italiano (per quanto, lo ripeto, possa essere limitato e imperfetto l’Uomo); la ricerca del BENE, in questo caso, ovviamente, su scala mondiale.

Una via d’uscita dal moderno Medio Evo, come accadde, oltre 500 anni fa, dal Medio Evo storico, ma con tutt’altra esperienza e consapevolezza, e quindi tutt’altra prospettiva, tutt’altra idea del futuro?

Difficilissimo, ma non impossibile.

Che cosa fa dire Platone a Socrate, in un passo del “Fedone”, rivolgendosi ai fisici?

Avrei voluto sapere quale fosse il “bene” della Terra, piatta o rotonda; la causa della necessità di questa forma e la prova che fosse un bene per essa, e così essere, o non essere, al centro del Mondo.

(pag.24 del libro di Rovelli - v. sopra)

Penso che sia giunto il momento, a distanza di 2500 anni, di tentare, almeno, di dare una risposta a questa domanda:

Che cosa è meglio per la terra?

Big Bang o Big Bounce?

Il Mondo, le particelle, l’energia, lo spazio e il tempo, non sono altro che la manifestazione di un solo tipo di entità: i campi quantistici covarianti.

Essi rappresentano la migliore descrizione che abbiamo oggi, dell’ἄπειρον, la sostanza primordiale che forma il tutto, ipotizzata dal primo scienziato e primo filosofo, Anassimandro (Carlo Rovelli “La realtà non è come ci appare” pag.167).

Ma come mai i Greci del periodo classico raggiunsero, in un tempo relativamente breve, e con una certa rapidità, rispetto ad un precedente periodo, a sua volta di grande civiltà, come è ben noto, vette astrali in ogni campo dell’intelletto e del sapere, che ancora oggi lasciano senza parole? Di quali sofisticati congegni disponevano, alla scuola di Abdera, Leucippo, Democrito, Anassimandro, e gli altri filosofi e scienziati atomistici, per “vedere” gli atomi? Di quali computer ed elaborati sistemi potevano avvalersi Pitagora e Archimede per i loro calcoli? E così via. Il Mondo Greco si arenò, infine, sulle sponde della Romanità, il cui percorso era più scandito dai ritmi dell’epoca, fin dalle prime aggregazioni, la fondazione e l’inizio dell’espansione della Città Stato.

E gli antichi Egizi, la cui conformazione fisica è già contornata di singolarità e mistero, con riferimento tanto all’epoca, quanto ai nostri giorni, e la cui civiltà proveniva direttamente dalla Preistoria, come è possibile che d’un sol balzo siano stati in grado di realizzare opere e raggiungere risultati in campo scientifico e amministrativo, assolutamente impensabili per la loro epoca, prima di approdare, a loro volta, sulle floride sponde della Civiltà Classica, mentre prevalevano, nel resto del Mondo, i canoni di riferimento dei cavernicoli? Tanto da considerare, prendendo, convenzionalmente, come punto di partenza, l’anno 3000 a. C, che, perché il Mondo si schiodi dallo stato di soddisfacente inerzia al quale era giunto, occorrerà attendere altri 4200 anni, fino a quel XII secolo del Medio Evo, definito “il secolo gaio”, per i progressi che ripresero il loro lento e faticoso cammino.

E potrebbero qui menzionarsi gli splendidi lasciti di lontane civiltà: i Maya, e, subito dopo, gli Incas, gli Aztechi, di cui sappiamo poco per essere stato annientato in pochi anni, dalla grande Civiltà Occidentale, quello che decine di secoli avevano permesso di costruire; le Civiltà della Valle dell’Indo, la Civiltà Cinese, nata dagli insediamenti lungo le vallate del Fiume Giallo e del Fiume Azzurro. Un breve cenno va fatto alla grandezza della Civiltà assiro-babilonese, nella geometria, nell’astronomia, ecc.. Basti ricordare che i giardini pensili di Babilonia furono una delle sette meraviglie del Mondo antico; non dimenticando altri eccellenti riferimenti , quali i fenici, gli ittiti, gli etruschi, dalla misteriosa lingua non indoeuropea , per quanto di effetto meno eclatante rispetto al resto del Mondo.

Se fosse, come sembra, vera la teoria, secondo la quale può considerarsi l’esistenza di un altro universo, oltre il big bang (nato a sua volta, nello stesso modo), e le menti degli abitanti di quell’universo avessero raggiunto una sublime rarefazione del pensiero, tanto per rendere l’idea; noi, oggi, attingendo alla moderna astrofisica e alla cosmologia quantistica, con l’entusiasmo del poeta, e la modestia del cantastorie, potremmo pensare a qualcosa che residua dall’altro Universo, precipitato alla velocità della luce in questo Universo, dove ha poi vissuto, non essendo più possibile tornare indietro, chiuso ogni legame, perduto ogni ricordo? No, evidentemente non ogni ricordo.

Ma gli anni, le ere, le epoche, le settimane, i giorni ormai indistinguibili e allacciati come erano, con i pianeti Terra, non Terra, quasi Terra, affatto Terra e, nell’ambito di essi, i continenti, le isole, gli asterischi, i non asterischi, le montagne, le valli, le colline, naturali, artificiali, gli esseri umani e gli androidi, gli incroci, le razze, ormai centinaia, migliaia, mescolate tra loro e diffuse dappertutto nell’universo, come le lingue, le religioni, le realtà-realtà e quelle virtuali, le fantasie, le macchine, le opinioni più o meno scientifiche, che comprendevano anche forme di vita diverse, nel crogiolo del tempo e dello spazio infine esplosero. L’universo stesso, sempre più schiacciato ai poli, ridotto a un ovale sempre più compresso, esplose, dando via libera al Big Bang.

Miliardi di anni luce percorsi nello stesso istante, o la frazione di un successivo istante, nell’infinito stellato, lo splendore effimero di una supernova, poi più nulla.

Come sempre la cupola di costellazioni e galassie: il mondo senza tempo e senza spazio.

Si sentiva parlare, talora, e si sarebbe continuato a sentire in vari luoghi del mondo e in varie dimensioni, di un altro remoto Big Bang quale origine dell’universo, ma nella comune opinione questo aveva il valore di una leggenda o poco più, un parere scientifico o fantasioso da lasciar perdere, come era per la Terra esistita e sparita prima della notte dei tempi.

(“Rumore di passi nei giardini imperiali” pag, 72)

Un grande fermento di studi riguarda il riflesso della dinamica quantistica dell’Universo primordiale sui dati della dinamica quantistica a loop. La distribuzione statistica delle fluttuazioni di tale fondo di radiazioni cosmiche, dovrebbe risentire del rimbalzo iniziale dell’Universo; big bounce in questo caso, non più big bang. Queste radiazioni cosmiche potrebbero quindi, provenire da un altro Universo, e, almeno alcune di esse, serbare significativi frammenti, “ricordi” del precedente Universo.

Perché non ipotizzare, con l’aiuto dello spirito poetico, che le probabilità che si intravedono come valenti nella fisica cosmica, possano esserlo anche per la fenomenologia storica?

Se così fosse, potremmo fondatamente riconoscere quale promotore e autore dell’Umanità e della sua storia, non già l’homo sapiens sapiens, il primo frazionista della staffetta dell’uomo moderno, bensì l’ultimo portatore del testimone di un altro continuo spaziotemporale, a sua volta riempito di galassie, di geometria, di storia e di ogni altra cosa.

Nota

Quando l'idea del giovane prete e scienziato belga Georges Lemaître (in un primo momento ritenuta una enorme panzana, ma ben presto confermata da qualcuno che rispondeva al nome di Albert Einstein), secondo la quale l’Universo era nato da un “atomo primordiale” (successivamente definito, più che altro per sfottò, Big Bang, espressione poi affermatasi definitivamente) cominciò a diffondersi, papa Pio XII dichiarò pubblicamente, con grande enfasi che, finalmente, anche la scienza, confermava il racconto religioso della Genesi. A questo punto Lemaître si precipitò a prendere contatto col consigliere scientifico del papa, pregandolo di adoperarsi perché mai più il papa affrontasse questo argomento perché era fortemente possibile che, attraverso le ricerche si dovesse giungere alla conclusione che il Big Bang non fosse il vero inizio, ma che prima di esso ci fosse un altro Universo (“la Bibbia non sa nulla della fisica e la fisica non sa nulla di Dio” Carlo Rovelli “La realtà non è come ci appare” pag. 177/178).

Per fortuna, da quel momento, il papa mai più parlò di questo argomento.

In seguito la teoria di Lemaître ha avuto conferme, praticamente da tutto il mondo della scienza, più qualificato; da ultimo, nel 2013 da Abhay Ashtekar, Ivan Agullo e William Nelson.

Se la Chiesa fosse rimasta ferma al discorso di Pio XII del 22 novembre 1951, oggi l’espressione “Fiat lux!” dovrebbe essere corretta in “Riaccendiamo la luce!”

Poeti e scienziati

Bisogna ricordare quanto invasivamente e profondamente l'imperialismo abbia divorato e ancora divori il bene dell'Umanità.

Matvej Petrovič Bronštejn, grande scienziato russo, pioniere della gravità quantistica, vero scopritore di quella che sarà poi chiamata "Lunghezza di Planck" (costanti determinate da gravità, relatività, meccanica quantistica), e che avrebbe portato, probabilmente a risolvere il problema della incompatibilità tra la meccanica quantistica e la relatività generale, con l'idea dello spazio come un continuo infinitamente divisibile, già negli anni '40, probabile premio Nobel (la verticalità del pensiero che considero come tipicamente appartenente alla civiltà classica), fu giustiziato, in Unione Sovietica, il 18 febbraio 1938, a 30 anni, il giorno stesso della sentenza, solo per aver scritto, da comunista, alcuni articoli, vedendolo come un cattivo interprete dell'ideale comunista, contro Stalin che, peraltro tenne nascosta l'esecuzione, lasciando credere che era stata comminata solo una condanna detentiva.

Ma i Paesi Imperialisti mortificano i grandi tra i loro figli, anche quando non li perseguitano.

Dove erano i poeti e gli scienziati britannici, mentre l'Inghilterra, nel XVIII e XIX secolo, conquistava nuovi territori?

E i poeti e gli scienziati americani, mentre gli Stati Uniti mettevano in ginocchio il Sud America di Cento anni di solitudine, e massacravano il Viet Nam di Apocalypse Now?

Il pensiero orizzontale schiaccia ottusamente, senza pietà e senza appello (è proprio il caso di dirlo) il PENSIERO in VERTICALE.

Un altro universo precedente o parallelo?

Non abbiamo che indizi, come dicono gli “addetti ai lavori”, per stabilire se è la gravità quantistica granulare o lo spazio continuo governato dalle stringhe, la teoria che deve prevalere nel braccio di ferro tra stringhisti e loopisti; sembrerebbe esserci, al momento, una maggiore tendenza verso questi ultimi (anche perché alcuni esperimenti che avrebbero dovuto incoraggiare la teoria delle stringhe, non hanno avuto il successo sperato).

Ma il Mondo non è un match tra intellettualità atletiche di opposte scuderie accademiche.

Il Mondo è una migrazione epocale di profughi con un enorme fardello di morti, sul groppone di tutta l’Umanità, tra cui molti bambini; è l’inquinamento massiccio dell’aria e del mare; è la deforestazione, lo scioglimento dei ghiacciai eterni e delle calotte polari; gli sconvolgimenti atmosferici; l’innalzamento del livello dei mari; il sovraffollamento, lo spreco di risorse e di energie, varie forme di ingiustizia sociale, guerre, violenze ecc.

Questo è il vero mondo.

In tal senso davvero “ la realtà non è come ci appare”.

D’altronde io e altri uomini della strada, come me, noi, i c.d. “profani”, possiamo dire qualcosa, essendo, in fondo, i destinatari del pensiero scientifico che, se così non fosse, sarebbe semplicemente un’arena di dispute accademiche, come tale irrilevante per il resto dell’umanità.

In tal senso, il mio modesto parere sulla “guerra dei Mondi”, senza turbare le indiscusse eccellenze delle diverse tendenze scientifiche è che, se noi viviamo in un Mondo “senza tempo e senza spazio”, come sembrerebbe evincersi dagli studi e dai risultati di rilevanza stratosferica, attraverso i quali ci sentiamo condotti, passo dopo passo, da menti geniali, quali Einstein, Planck, Bohr, Heisenberg, Dirac, Bronštejn, Lemaître, Leavitt, Hubble e tanti altri, fino ai nostri giorni; o più modestamente, dal mio punto di vista di uomo della strada, se quello che consideriamo “tempo”, non è che la proiezione esponenziale del rapporto tra i battiti del polso e le oscillazioni di un pendolo (a parte i mutamenti dovuti all’importante componente del calore; quello che definiamo “tempo termico”); come aveva già intuito Galilei, che, non potendo ancora avvalersi di un orologio, in tal modo valutò la costante velocità delle oscillazioni di un pendolo, indipendentemente dalla loro ampiezza; e se lo “spazio” è, comunque, un giudizio di relazione tra distanze plurime che si espandono o si contraggono, allora non ha alcun senso infervorarsi sul “” oltre il big bang ci sia un altro mondo cronologicamente antecedente al Mondo contemporaneo, o coesistente.

Quindi parlare di un mondo parallelo al nostro mondo può essere considerato, convenzionalmente, un diverso modo di dire mondo precedente il nostro; e viceversa un mondo precedente, non sarebbe altro che un mondo parallelo al nostro.

Solo l'interazione è realtà

Si dice che Diogene si aggirasse con una lampada e, a chi gliene chiedeva il motivo, rispondesse “cerco l’uomo”.

Ma chi è l’uomo?

Il suo contemporaneo Democrito così lo definisce “l’uomo è ciò che tutti conosciamo”.

In pratica, come aveva felicemente intuito Leopardi che nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”, assegna a quest’ultimo il ruolo di un discendente, o un ospite della Natura, non di una sua parte (“Passi nel Cosmo e mappa del Cosmo” Alberto Liguoro – La natura umana pag.10 ss.), l’uomo, come soggetto in sé, non esiste; quindi Diogene non lo troverà mai, e questo sarà il suo tormento.

O meglio

L’uomo esiste in funzione di tutte le possibili variabili di informazioni su di lui e sue, su se stesso e gli altri.

Quindi Diogene, per trovare l’uomo non ha bisogno di una lampada; ha bisogno di comprendere questo.

Il suo tormento, pertanto, deriva da se stesso; dal non aver ancora compreso questo, conseguentemente, dal fatto di essere fuori strada, di avvalersi di mezzi inadeguati di ricerca.

Una statua non è solo un blocco di marmo, è qualcosa di più.

Che cosa è, allora una statua?

E’ una interazione tra il cervello di chi guarda, il marmo, il cervello di chi ha scolpito la statua, il cervello degli altri osservatori della statua, il cervello di tutti coloro che si guardano e parlano tra loro, avendo sottocchio la statua.

Se non ci fosse questa interazione, non ci sarebbe storia, o, con maggior precisione e aderenza alla realtà fenomenica, non esisterebbe la statua.

Immaginiamo un mastodontico Museo, patrimonio dell’Umanità, dove siano custodite migliaia di opere artistiche di tutto il Mondo e di tutte le Ere, chiuso al pubblico per motivi di sicurezza e di conservazione; possiamo affermare che esso è, semplicemente, inesistente.

Sarebbe solo un enorme buco nell’acqua, averlo eletto “patrimonio dell’Umanità”.

Il nulla patrimonio dell’Umanità?

La realtà sfuma nei ricordi, nelle opinioni, nei giudizi di per sé fallaci e controversi fino ad annullarsi, come accade agli elettroni quando non urtano, non interagiscono con un altro oggetto, secondo l’eccelsa osservazione di Paul Dirac.

In tal senso è risolto il dubbio di Amleto; sfatato il mito che una cosa c’è o non c’è.

Ora… proprio su questo effetto illusorio tra il prima e il dopo, sulla soglia di questa porta tra le stelle, questa dépendance delle grandi e piccole epopee, si gioca, con tutta probabilità, il destino della Terra e di ogni altro mondo conosciuto o non conosciuto, immaginato o immaginario.

Se nessuno avesse più scritto, o scrivesse, se nessuno avesse letto, o leggesse, non ci fosse stato, o non ci fosse più alcun regista o attore, nessuno più a cinema o a teatro, o semplicemente, nessuno avesse acceso o accendesse la televisione o il computer, nessuno disegnasse o avesse più disegnato, dipinto, registrato, e nessuno andasse o fosse più andato a visitare una mostra d’arte, o, almeno, prendesse o avesse preso in considerazione un’opera pittorica, un’astrazione, una scultura, una stampa, un semplice schizzo, o una fotografia, che cosa ne sarebbe o ne sarebbe stato di tutto questo, in un’unica parola… del mondo?

A onta degli eventi, dei sentimenti e dei ragionamenti, un esile e precario fil rouge unisce tutti i secoli, le ere, i giorni, le stagioni, le ore e persino i minuti, i secondi, gli attimi dell’umanità, in ogni dimensione, dovunque e da sempre, ed è l’unica prova dell’esistenza del mondo.

Restare sulla soglia… deve essere questo il destino dell’uomo.

(Rumore di passi nei giardini imperiali pag.74)

Web e Uma, pur essendo avvezzi alle grandi opere architettoniche, non poterono astenersi da una prolungata espressione di meraviglia di fronte a questa.

“Pinacoteca Universale” era scritto al di sopra del grande portone d’ingresso di un palazzo non meno alto di duemila metri, per duemila, per duemila ancora.

≪Il nostro vanto!≫ asseri Frank a nome di tutta la cittadinanza.

(Ivi pag.137)

L’alba trovò tutti e tre incantati a guardare il cielo rosso di fiamme.

Un incendio così non si era mai visto. Barriere di rosse lingue danzanti aggredivano e annullavano il chiarore del sole nascente.

La pinacoteca andava a fuoco con tutte le opere d’arte custodite e probabilmente tutti i suoi impiegati. Le fiamme arroventavano le più alte sfere d’aria e i crolli rimbombavano come terremoti o graziosi lanci di tonnellate di esplosivi.

‘Non avranno nulla di più quelle della valle di Giosafat’ pensava Web.

(IVI pag. 152)

La forza della scienza e i buchi neri

La grande forza della scienza è che possiamo affidarci ad essa con tranquillità; possiamo controllare se una teoria sia giusta o no

(Carlo Rovelli “La realtà non è come ci appare” pag. 183).

Fino ad un certo punto, però.

Per quanti secoli si è fondatamente creduto che la Terra fosse piatta? Tutti allora controllavano per verificare la correttezza della teoria e non ne venivano a capo.

Oggi ci sono teorie di ben più elevato tasso di attendibilità, col conforto di ben più sofisticati mezzi di ricerca (peraltro in genere incomplete e, in alcuni casi, contraddittorie).

Per quanto tempo reggeranno? Forse per sempre o, se non fosse così, per molti decenni, o molti secoli? E come si evolveranno? Non può essere escluso che saranno smentite (chi ai tempi della Terra piatta avrebbe mai osato ipotizzare che ci potessero essere convincenti smentite?); gli stessi scienziati qualificabili eccellenti e dotati di particolare attendibilità, parlano di “indizi” in moltissimi casi, non di “prove”. Allora diciamo che credere per alcuni anni, o per alcuni secoli, o per alcuni millenni ad un postulato o ad un criterio scientifico, poi rivelatosi errato, rappresentano situazioni che, sotto il profilo valutativo, si EQUIVALGONO, e smentiscono l’affermazione di un primato affidato alla verifica di infallibilità.

D’altronde bisogna riconoscere che, anche nella scienza c’è un discorso di diverse correnti di pensiero, gelosie, sentimenti contrastanti tra scienziati e luoghi di ricerca.

Non esiste la verità assoluta, altrettanto come non esistono la ragione e il toro assoluti.

Anche al grande Einstein è capitato di dover riconoscere di essersi sbagliato, e non solo una volta.

Ci sono, inoltre, molti punti riconosciuti come assolutamente OSCURI: si pensi, ad es. al fenomeno della c.d. “materia oscura” che non sembra riconducibile al “modello standard delle particelle elementari” (Carlo Rovelli “La realtà non è come ci appare” pag. 112 in nota).

Desidero sottolineare che quasi tutti gli scienziati riconoscono l’esistenza di un alone di imperscrutabile mistero che circonda (ed è, a sua volta, circondato, come direbbe Einstein) l’Universo conosciuto, curvo e in espansione, secondo le osservazioni scientifiche fino ad oggi svolte.

Alcuni pensano che, alla fine, quel che c’è di misterioso, sarà sfatato; altri ritengono di no.

Gli studi eccelsi, nello stesso tempo, di incommensurabile profondità e di siderale altezza, intorno ai buchi neri, a partire da John Wheeler, che, nel 1967, coniò la definizione, poi affermatasi, di questo fenomeno già conosciuto, almeno dal 1783 (John Michell dark star), e più di ogni altro, nei tempi moderni, ha reso popolare il termine, come riferito a quelle regioni dello spazio “da cui nulla può uscire”, fino ai nostri giorni, con particolare riguardo alle decisive osservazioni di Stephen Hawking, ci permettono di ipotizzare fondatamente, che se si riuscisse ad attraversare un buco nero, si troverebbe dall’altra parte un futuro estremamente avanzato, dal quale non si potrebbe più tornare indietro, nel tempo brevissimo dell’attraversamento che, essendo il tempo sfasato dalla gravità, risulterebbe, invece, enormemente più lungo, al di fuori di esso (1 ora = diversi secoli?), e in tale futuro (buono o cattivo) ci si ritroverebbe niente affatto invecchiati (o di un tempo irrisorio).

L’ottimo prof. Rovelli, a pag.191 del suo libro (v. sopra in nota), ci dice di attendere con il fervore acceso dello studioso giunto, potremmo dire, ai limiti estremi delle galassie, via via che si affinano sempre più i mezzi di osservazione, “il momento in cui la Natura ci dirà se avevamo ragione o no.”

Auspico anch’io e credo molti, anzi moltissimi altri, che la Natura ci dirà qualcosa, egregio professore, ma temo fortemente che, se nulla cambia, e le cose continuano ad andare così come ora, o addirittura peggio, non ci troverà; non mi riferisco a noi come persone fisiche (difficile che riusciremmo, comunque, ad essere a quel punto nel tempo di “nostra mortal vita”), ma come Umanità.

Ci sarà pure un Mondo fantastico e futurista al di là dei buchi neri, oppure l’intero Universo collasserà su se stesso, e ci sarà, forse, un altro big bang, da cui avrà inizio un altro Universo; ma, nel frattempo, che cosa è di ostacolo a fare in modo che si realizzi una migliore qualità della vita, per gli abitanti di questo Pianeta?

“L’obiettivo della ricerca scientifica non è fare previsioni: è comprendere come funziona il mondo. Costruire e sviluppare un’immagine del mondo, una struttura concettuale per pensarlo. Prima di essere tecnica, la scienza è visionaria.” (La realtà non è come ci appare – pag.184)

Questo è assolutamente ineccepibile, ma in un’ottica di relatività, è davvero tanto importante, rispetto al bene della terra?

Il discorso si sposta sull’importanza di aver ragione o torto circa la visione del Mondo, la correttezza delle teorie sul funzionamento e l’immagine del Mondo, rispetto ad altri problemi che, costantemente, da sempre, assillano l’Umanità.

La fisica, la cosmologia, la matematica, non possono astrarsi dalla filosofia, la sociologia, l’economia, l’arte, non possono isolarsi dalla politica, il senso del potere, la storia; ma, con esse e, in genere, con ogni altra disciplina o categoria, devono NECESSARIAMENTE intrecciarsi e armonizzarsi, per un Mondo migliore e, forse, più nello specifico, per la SALVEZZA del MONDO.

Allora può darsi di sì, la NATURA ci troverà e ci dirà se, dove, come e perché avevamo RAGIONE o TORTO.

A questo punto il mio pensiero va al mondo classico, all’antica Grecia, nonché, se vogliamo, al nostro Rinascimento, dove esisteva questa armonia, questo equilibrio, e ciò non vuol dire affatto che veniva penalizzata la scienza, la sua capacità di spiegare il Mondo e di essere verificata nelle sue enunciazioni, rispetto ad altri campi dello spirito e dell’intelletto.

Nel libro più volte menzionato “La realtà non è come ci appare” (pag. 204 ss.), l’Autore ci ricorda che il libro dell’Ecclesiastico, nella Bibbia, proclama solennemente che nessuno può contare i granelli di sabbia sulle rive dei mari; solo Dio possiede la sapienza. Invece, l’incipit dell’Arenario di Archimede, afferma che i granelli di sabbia si possono contare.

Come si vede, Archimede, che apparteneva al Mondo classico, si ribella a quella forma del sapere che vuole che ci siano misteri intrinsecamente inaccessibili al pensiero dell’uomo, e valorizza la scienza, che permette anche di contare i granelli di sabbia di una spiaggia.

E’ proprio l’Ecclesiastico, invece, che non appartiene al Mondo classico, ad essere portatore di quel pensiero che si ferma di fronte al mistero e non vuole saperne di più.

Si tenga presente che, come ci ricorda il prof. Rovelli, l’Impero Romano, durante il quale i calcoli di Archimede restarono accantonati e polverosi, in quanto incomprensibili ai più, adottò, infine, l’Ecclesiastico fra i testi fondatori della propria religione di Stato.

Questa è la riprova, e sono davvero lieto di trovare implicita conferma nelle parole del prof. Rovelli, della giustezza della ”mia tesi” (www.literary.it), fil rouge del mio pamphlet “Passi nel cosmo e mappa del cosmo”, secondo cui il Mondo classico antico è esclusivamente riconducibile alla realtà delle πόλεις greche, fino alla conquista da parte dei Romani; mentre la grandezza e l’impero di Roma hanno tutt’altra origine, tutt’altra storia e tutt’altra evoluzione; quel Mondo può essere definito postclassico – pre medioevale.

A conferma di tutto quanto, lo stesso Rovelli ricorda che:

“Vicino a Siracusa, c’è uno dei luoghi più belli d’Italia, il teatro di Taormina, che si affaccia dall’alto sul Mediterraneo e sull’Etna. Al tempo di Archimede (che venne ucciso in oscure circostanze dai Romani, durante il sacco di Siracusa), veniva usato per recitarvi Sofocle e Euripide. I Romani lo adatteranno per farci combattere i gladiatori e divertirsi a vederli morire (“La realtà non è come ci appare” pag. 206).”

E’ pur vero che, come i musicisti ben sanno, è anche una questione di ritmo:

Se il Mondo fosse andato avanti secondo i tempi del Mondo classico, non staremmo, forse oggi ad interrogarci su che cosa imparare, perché e quale è la sua importanza. Non staremmo a considerare che:

“Se avessero avuto fiducia cieca nel sapere dei loro padri, Einstein, Newton e Copernico non avrebbero rimesso tutto in discussione, non avrebbero fatto fare passi avanti al nostro sapere. Se nessuno avesse sollevato dubbi, saremmo ancora lì ad adorare i faraoni e a pensare che la Terra è appoggiata su una grande tartaruga (IVI pag. 226).”

Colombo non avrebbe scoperto l’America.

Ritornerebbe peraltro la domanda di Platone, attraverso Socrate “che cosa è meglio per la Terra?”

Tutto questo è vero.

Ancora oggi, probabilmente, ci sarebbe in Egitto, il culto dei Faraoni e non esisterebbe l’America. Le colonne d’Ercole delimiterebbero, forse, ancora il Mondo classico.

Sarebbero forse esistiti degli Einstein, Newton, Copernico ma il frutto del loro sapere e delle loro ricerche non si sarebbe riversato, come uno sciame di tsunami su tutto il Mondo, intorno a loro, inerme e ignaro.

Il pensiero si sarebbe sviluppato prevalentemente in senso verticale, verso mete mentali sempre più difficili, non in senso orizzontale, verso conquiste sempre più facili.

Sarebbe forse esistito anche un Dante Alighieri, che avrebbe ugualmente lasciato all’interpretazione dei posteri le parole fatte pronunziare da Ulisse, rivolto ai suoi compagni “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza”.

Questo avrebbe avuto, senza nessun dubbio, valenza di incoraggiamento ad impegnare le forze della mente, del corpo e dell’anima, verso una raffinatezza sempre più elevata, non verso l’espansione, la conquista di altri territori, altre civiltà, altre libere esistenze, sia pure con le migliori intenzioni, ma non riuscendo ad evitare, per la natura stessa dell’uomo (che sarebbe stata, indubbiamente, ancora più messa in evidenza, con grande lucidità e sottile approfondimento), di provocare invasioni indiscriminate, sopraffazioni, ingiustizie, violenze e distruzioni di ogni genere.

Ecco, infatti che, metaforicamente, le Colonne d’Ercole fermano Ulisse.

“Quando Einstein, trovando risposte migliori, ha mostrato che Newton sbagliava, non ha rimesso in discussione la capacità della scienza di dare le migliori risposte possibili: al contrario non ha fatto che confermare questa capacità (IVI pag. 227).”

Va dato atto che nel difficile e infido percorso della scienza si può, in tutto o in parte, sbagliare (come in ogni altro ambito). E’ certo grande pregio della scienza riconoscerlo apertamente (come non sempre avviene in altre situazioni).

Secondo il mio modesto parere, peraltro, la scienza avrebbe dovuto, e dovrebbe avere oggi, maggiore capacità di vivere a contatto con altri ragionamenti, ricerche, pensieri, emozioni, sentimenti che caratterizzano l’umanità, e intrecciarsi con essi influenzandosi reciprocamente, come la filosofia, l’arte, la poesia, la politica, la sociologia, la storia, l’etica, l’estetica, l’amore, la sensualità.

Questo ci dice il Mondo classico, che abbiamo disatteso, ma che ben conosciamo, e dal quale, in ogni caso, riceviamo lunghe onde di richiamo e dal quale, in gran parte, anche proveniamo.

Scienza, Poesia, Religione

Troviamo a pag.92 del libro di Carlo Rovelli “La realtà non è come ci appare”, parole bellissime, riferite ad una virtuale influenza della poesia di Dante sulle intuizioni di Einstein circa l’Universo “finito e senza bordo”, ma dotate, con ogni evidenza, di valenza generale, secondo le quali si vede come:

“la grande Scienza e la grande Poesia siano entrambe similmente visionarie, e talvolta possano arrivare alle stesse intuizioni. La nostra cultura, che tiene Scienza e Poesia separate, è sciocca, perché si rende miope alla complessità e alla bellezza del mondo, rivelate da entrambe”.

E’ con particolare gioia che ricordo qui, come questo non possa dirsi per la cultura classica, riferendomi con questo termine, all’antica Grecia (ma, sotto molteplici aspetti, anche al Rinascimento Italiano, come può essere attestato, per tutti, dal sommo genio nelle arti e nelle scienze: Leonardo da Vinci).

Ho già trattato di questo argomento in un altro articolo che si intitola proprio “Pag.92”; lo riporto qui volentieri, per meglio illustrare il mio pensiero:

Pag. 92 di "La realtà non è come ci appare" - Carlo Rovelli.

(L'esempio della corrispondenza pressoché perfetta, tra l'Universo cosmico descritto da Dante e quello descritto da Einstein come "tre-sfera", è una dimostrazione di come)

"la grande Scienza e la grande Poesia siano entrambe similmente visionarie, e talvolta possano arrivare alle stesse intuizioni. La nostra cultura, che tiene Scienza e Poesia separate, è sciocca, perché si rende miope alla complessità e alla bellezza del mondo, rivelate da entrambe."

Così non era nella cultura classica, intendendosi con questo termine, la cultura risalente all'Antica Grecia, come è attestato da tutta la cosmogonia greca che coniuga ispirazioni poetiche, con interpretazioni scientifiche.

La nostra cultura (in senso generale, non solo con riferimento all'Italia) è sì "sciocca", perché non deriva dalla cultura classica (né dal "neoclassicismo" del Rinascimento), ma dalla cultura romana, che può definirsi sinteticamente "post classica – pre medioevale", improntata al potere e al dominio (che si impossessò di tutta la cultura greca, ma... non è la stessa cosa).

Dall'altro capo del Medio Evo c'è il mondo moderno, che ha molto a che vedere con la derivazione imperialistica romana, ma non ha nulla a che vedere con l'armonia classica della cultura greca e del Rinascimento italiano.

Ecco il perché delle diverse brutture dei tempi moderni, inclusa la separatezza (per fortuna non monolitica) tra Scienza e Poesia, la miopia di fronte alla complessità e bellezza del Mondo ecc.

Ora la scommessa (tale da mandare in tilt i più agguerriti bookmaker ) è sulle possibilità che abbiamo noi appartenenti all'Umanità di questi tempi, e di questo Mondo globalizzato, consumistizzato, stremato, di riuscire, anche attraverso la scienza e la poesia dei nostri tempi, insieme intrecciate, ad appodare ad un nuovo umanesimo, un nuovo mondo, dove non ci siano distruzioni, genocidi, inquinamenti, violenze ecc., ma equilibrio, armonia, misura, rispetto per la natura, come era nella Grecia classica.

* * *

L’illustre Autore sembra però rimangiarsi un po’ questa ampia apertura in due specifici punti:

Uno

Come si è detto egli ricorda che se i grandi scienziati moderni non avessero intrapreso nuove strade, rispetto a quelle tracciate dai “loro padri”, non avrebbero aggiunto nulla al “sapere” della scienza (Ivi pag. 226 v. sopra).

Ora a pag. 188 ricorda l’utilità delle tracce, degli indizi, delle teorie, dei dati sperimentali, attraverso i quali possiamo cercare di scovare quello che non abbiamo saputo ancora immaginare.

“E’ così che hanno fatto Copernico, Newton, Maxwell e Einstein. Non hanno mai provato a immaginare una teoria nuova, come appunto fanno oggi, a mio giudizio, troppi fisici teorici”.

Ma… le tracce, gli indizi, le teorie, non sono proprio quei segni, quei sassi sovrapposti, quelle ceneri di un piccolo fuoco, che coloro che ci hanno preceduto hanno lasciato?

S’era detto anche che scienza e poesia ci mostrano uguali scenari visionari. Perché, allora, il sottile disprezzo che appare, tra le righe, nei confronti di quei fisici teorici del giorno d’oggi che usano esprimersi dicendo “proviamo a immaginare”?

L’immaginazione non è forse la quintessenza della poesia? E di che cosa deve rispondere la poesia di fronte alla giuria del suo tempo e dei suoi destinatari? Non certo della correttezza o meno degli eventuali riferimenti scientifici, in essa contenuti.

Ma su questo aspetto mi soffermerò più avanti.

Due

Mi verrebbe subito da dire che “le Religioni” sono, a loro volta, delle forme di Poesia, come tanti altri modi in cui si manifesta l’animo umano, indipendentemente dai versi in rima, o non in rima.

Preferisco, però, partire, anche qui, dalle parole del prof. Rovelli:

“C’è sempre qualche signore vestito di bianco che dice: Ascoltate me, io sono infallibile (“La realtà non è come ci appare” pag.229).

Ma le Religioni non sono “favole”, esse hanno accompagnato, nei secoli, il percorso dell’Umanità, non la buonanotte ai bambini prima di addormentarsi, oppure l’amore e la pazienza “di una nonna accanto al camino, mentre ad ascoltarla ci sono, occhi sgranati e attenti, orecchie drizzate, bambini che il sonno tarda a ghermire, anche se, prima di quanto essi possano immaginare, l’avrà vinta, lasciandoli sempre a ricominciare daccapo una storia che non avrà mai fine (Rumore di passi nei giardini imperiali pag. 18)”.

Se nessuno può dirsi portatore certificato della verità assoluta, e nessuno ha mai totalmente torto o ragione su qualsiasi argomento, questo vuol dire che “spezzoni” di verità possono trovarsi sparsi nelle più varie religioni e riti, così come nel pensiero laico; e tutto confluisce nel grande catino della spiritualità universale.

La scommessa, certo, del pensiero religioso è non restare imbrigliati nelle superstizioni e nei tabù; ma anche il pensiero laico è esposto alla scommessa di non soccombere agli errori e alle prevaricazioni.

Viviamo, certo, senza sapere tutto quello che vorremmo sapere (“La realtà non è come ci appare” pag.228), ma questo non deve portarci a credere a qualsiasi cosa piuttosto che avere il coraggio della sincerità.

Deve piuttosto stuzzicare il nostro spirito, e farci procedere senza indecisioni, così com’è nell’esortazione di Ulisse ai suoi compagni, attraverso la poesia di Dante.

Ma è ben chiaro che ci sono altri tasselli, altri mattoncini, quanti, o loop, dentro di noi e lungo il nostro percorso, oltre alla ricerca scientifica: la poesia, come dallo stesso Rovelli confermato, la storia, l’arte, la letteratura, la sociologia, la filosofia, la cura del corpo, l’amore, l’amicizia, la solidarietà, il sesso, la sensualità, la politica, ecc. ecc. come si è più volte detto e, in definitiva, anche la propria idea di divinità e religiosità, nel senso vero, intimista e segreto, non celebrativo.

Chi pensa che al di là delle stelle “c’è un giardino incantato, con un dolce padre che ci accoglierà fra le sue braccia” (IVI) è null’altro che portatore di una fede ottusa e ignorante.

Una storia così non può togliere la voglia di imparare, se non a chi non aveva già in alcuna voglia di imparare, e fa della sua Religione un uso meramente strumentale.

C’è un riferimento attinente nel mio “Rumore di passi nei giardini imperiali”, anzi più d’uno:

‘Si può penetrare con la mente nei luoghi remoti della realtà o della fantasia, ed esplorarli nel modo più pieno e autentico possibile, più di un viaggio vero e proprio o oltre la sua concretezza, e addentrarsi nel regno di Dio o nel regno dei morti, di più, anche molto, di quanto io non abbia potuto o saputo, forse fin nelle loro estreme lontananze o abissali segreti; ma tutto, in ogni caso, appartiene alla vita e perciò stesso non può appartenere né alla dimensione divina, né a quella della morte; quindi… dell’una e dell’altra, resta intatto il mistero’.

Queste riflessioni prendono forma nel pensiero di un viaggiatore dell’Universo, che pure ha avuto il privilegio di soffermarsi sulla soglia del “giardino degli Dei”, e non gli tolgono affatto la spinta ideale e la voglia di apprendere, di affrontare fatiche e disagi, di viaggiare ed amare.

* * *

Sento fortemente di dover concludere questo mio lungo scritto, riprendendo il discorso della POESIA che, a mio modo di vedere, non è privilegio di alcuni, ma riguarda tutti gli uomini, come una seconda pelle; salvo poi quello che uno ne fa della propria pelle, o quello che ne fa il destino.

Anche il più ignorante può essere un poeta… con qualche precisazione: innanzitutto, come ho già fatto cenno, l’ESTRANEITA’ alla dimensione della poesia, dell’ortodossia scientifica.

Qualche esempio sorge spontaneo:

Indizi o prove che siano, trovo convincente la teoria quantistica, secondo la quale l’Universo è granulare, come tale, non può essere né infinitamente piccolo, né infinitamente grande;

ma

come dimenticare il fascino di “Infinities”? Un lavoro teatrale al quale ho potuto assistere, ma meglio sarebbe dire “partecipare” alcuni anni fa, dove l’”intreccio” (qui era più che evidente) tra il genio matematico ed espressivo di John David Barrow, e l’estro realizzativo del regista Luca Ronconi, ha elargito emozioni, riflessioni profonde, discussioni; il meglio del teatro e dell’impegno intellettuale.

Qui, di fronte alla possenza della scienza non posso dire nulla; tentare solo di porre domande, sperando che non siano del tutto infondate:

Possono conciliarsi, in qualche modo, il pensiero di “Infinities” e il pensiero dell’Universo “finito e senza bordo”? l'infinito matematico fa forse eccezione alla regola generale dei quanti, o può, forse, sovvertirla? Finiscono forse anche i numeri, quando sarà stato scritto, o detto, o solo pensato il numero più alto che mente umana abbia mai concepito e mai sia stato enunciato, e dopo di esso risulterà impossibile tenere in mente il successivo numero in modo esplicito, ma solo aggiungendo un vago “più uno”?

Quel che è certo è che uscimmo dal teatro-fabbrica dove lo spettacolo veniva rappresentato, io, mia moglie e i nostri amici, sentendoci l’animo arricchito e gonfio di soddisfazione.

“Oltre la collina, ci sono altri mondi ancora più vasti, ancora inesplorati” dice Carlo Rovelli (pag. 231 del libro più volte menzionato).

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Non occorre menzionare chi lo dice.

Non solo la poesia può prescindere dall’esattezza o meno di una teoria scientifica, ma essa non ha limiti, così come non ha limiti la scienza, se non, in entrambi i casi, a mio avviso, l’appartenenza alla bellezza anche torva, anche oscura, selvaggia, tormentata, e alla generosità della mente umana.

Una tortura, un atto di pedofilia, un crimine odioso, non potranno mai appartenere né alla poesia, né alla scienza.

Non siano mai dimenticati i medici dell’orrore dei lager e i torturatori e assassini di Stato nazisti e stalinisti.

Essi rappresentano il lato schifoso dell’Umanità, quella stessa Umanità che ha prodotto i Mozart, i Beethoven, i Goethe, i Tolstoj, i Dostoevskij.

Non si può fare a meno, a questo punto, di portare una ventata di freschezza allo spirito, con qualche esempio un po’ speciale di poesia; la troviamo nell’arte performativa:

L’artista giapponese Genpei Akasegawa, nel 1965 fu arrestato come falsario, ma le sue banconote da 1000 yen erano stampate da un solo lato. Tuttavia subì un processo che divenne la sua performance; nel corso del quale non mancò di irridere al sistema giudiziario giapponese, rimodellato dal sistema americano. Fantasia, originalità, ironia, spregiudicatezza e una buona dose di dedizione e generosità perché fu, infine, anche condannato, continuando così l’opera senza nessuna preparazione, affidandosi al caso.

Fu certamente un atto di rara ed evanescente bellezza, per il suo coraggio, e di incondizionata generosità, quello dell’artista serbo-americana Marina Abramović, che affidò il proprio corpo al pubblico di una piazza di Napoli, nel 1974, perché ognuno potesse servirsene come volesse; tra i presenti, immediatamente e spontaneamente si formò un gruppo di protezione per evitare che le venisse fatto del male, o fosse violentata.

Tutto questo è poesia, bellezza, generosità, diffusa a pioggia, senza nessuno schema, nessuna trappola, nell’aria, dall’animo dell’artista, direttamente sul Mondo.

Per concludere, possiamo facilmente immaginare che nessuna presa di posizione di carattere scientifico intese far propria Dante Alighieri quando collocò la Terra al centro dell’Universo, ma solo dare vita al suo spirito, al suo estro poetico, e così Giacomo Leopardi, quando scrisse:

…E come il vento / Odo stormir tra queste piante, io quello / Infinito silenzio a questa voce / Vo comparando: e mi sovvien l’eterno, / E le morte stagioni, e la presente / E viva, e il suon di lei. Così tra questa / Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Fine

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