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Dove va il mondo - I

Un Nuovo Contesto del Pensiero e i Cigni Neri
sulle orme di David Hume e N. Nicholas Taleb

In un Mondo diretto a fracassarsi come “un bolide senza pilota, senza marcia indietro e senza freni, contro i limiti del pianeta”, sento l’indispensabile esigenza di dare una svolta decisiva al mio pensiero e tentare di individuare nuovi percorsi ideali.

Siamo in un territorio privo di riferimenti anche astrali, senza tracce e solo vagamente illuminato.

Provo a posare al suolo, seguendo orme altrui, come ho detto e come, probabilmente è sempre stato nella storia, abbozzando una linea, del pietrisco, per cominciare, compattare, livellare; poi, semmai, ci sarà da approfondire, scavare, collocare sabbia, strati di terra, sbriciolatura di pietre dure, amalgamare con calcina, quindi rivestire con grosse lastre calcaree, e così via, fino a… già fino a dove?

Parto per motivi epistemologici, che nel corso dell’elaborato, appariranno, via via, più chiari, da Nassim Nicholas TALEB, professore di scienze dell’incertezza all’Università di New York, operatore di borsa, saggista, umanista e filosofo, autore del libro “Il Cigno nero”.

Ma che razza di Mondo è questo? Proprio questo, attuale, presente, nel quotidiano, come se potesse essere fermato in un istante da una macchina del tempo.

Riterrei che possiamo definirlo un Mondo dove sovrabbondano i Cigni neri.

Procediamo per ordine.

Che cosa è un “cigno nero”?

Ce lo dice lo stesso Taleb, come più avanti vedremo: l’EVENTO ECCEZIONALE, l’IGNOTO, attraverso varie sfumature.

Ad essi, ai cigni neri, è sempre stato affidato il destino dell’Umanità e da essi, quindi, dipende il suo futuro? E non sono prevedibili; assolutamente inutile tentare di prevederli.

Lo vedremo costruendo, pian piano, la strada e, passo dopo passo, percorrendola.

Alcuni esempi:

Chi aveva previsto, se non con elucubrazioni mentali del senno di poi, il successo SCHIACCIANTE di un tale Macron alle elezioni francesi?

E qualcuno ha prestato particolare attenzione all’ECCEZIONALE EVENTO del concerto modenese di Vasco Rossi, a 65 anni, con un incasso di 36 milioni di €?

250mila persone presenti (70mila più degli abitanti di Modena). Record mondiale assoluto in una sola serata; più di Paul Mc Cartney a Rio de Janeiro nel 1990 (185mila), o di Madonna a Parigi nel 1987 (130mila). Gli affollatissimi comizi di Enrico Berlinguer raccoglievano, al massimo, 70/80mila persone [lasciamo perdere gli oceanici proclami pilotati del Duce (come del Führer, credo) per ovvi motivi, nonché le kermesse papali, settorializzate a ragnatela].

Indubbiamente qualcosa di inatteso e imprevedibile, un “cigno nero”, appunto.

E, parallelamente, c’è qualcosa di simile nell’ordine, la civiltà e la tranquillità con cui gli spettatori sono intervenuti e successivamente si sono allontanati.

E’ quello che, secondo la terminologia di Taleb, potremmo definire un Cigno nero “a metà” (v. nel libro citato, pag.58), cioè tale da poter essere gestito, con competenza ed attenzione, pur appartenendo alle proprie dinamiche non conosciute e non conoscibili.

Tralascerò di parlare della sorprendente affermazione di Trump nelle elezioni americane, viste le probabili implicazioni di altre componenti (vedi servizi segreti ecc.), stando alle pur sciatte mezze verità dei media, che non hanno nulla a che vedere con l’incertezza e l’imprevedibilità e non permettono un pensiero “pulito”, per cui non ne deriva alcun apporto sul piano argomentativo (e altrettanto potrebbe dirsi circa fenomeni come l’ISIS, al- Qaida, ecc.).

Merita menzione, invece, il fenomeno dell’immigrazione dai Paesi del Terzo Mondo.

E’ indubitabile che, in breve tempo, si è passati da qualche migliaio di arrivi annuali, a qualche migliaio mensili, poi settimanali, ormai giornalieri.

Devo subito dire che non faccio riferimento ad alcun orientamento politico, in proposito.

L’inevitabile esigenza di portare acqua al proprio mulino, in questo ambito, gli interessi sottostanti, variamente opposti e strumentali, le mistificazioni a sfondo elettorale, non permettono, anche qui di acquisire elementi utili alla ricerca, ottenere un pensiero “pulito”.

Devo dire anche che trovo ambigui e, sostanzialmente falsi i discorsi “umanitari” dei “salvataggi” in mare, o comunque alle frontiere, abbinati, senza neanche troppi salamelecchi ai discorsi dei “respingimenti” e dei “rimpatri”, così come ai proponimenti “aiutiamoli a casa loro” ecc. quindi non ne tengo conto affatto.

Trovo, infine, ridicola e, sostanzialmente diretta a prendere per i fondelli lettori e ascoltatori, la distinzione, che viene diffusamente enfatizzata, tra chi fugge dalla guerra, o da persecuzioni dittatoriali, e chi fugge dalla fame e dalla siccità.

In tutti i casi, si soffre, si muore e si vedono morire e soffrire i propri cari.

Chiarito tutto ciò, mi pare abbastanza evidente che la situazione “migratoria” alla quale ho appena fatto cenno, prelude ad un “cigno nero”.

Ma… quale sarà? Come sarà?

Come già detto, inutile affannarsi su queste domande; ma vivere, nel frattempo, nel MONDO dei SOGNI, non credo sia la scelta migliore.

Starei per dire qualcosa anche sul Vaticano ma… qui è come per le testimonianze nei processi giudiziari: se sono troppo precise, particolareggiate e coerenti, c’è puzza di bruciato; e così, viceversa, se sono molto confuse, contraddittorie e approssimative, c’è puzza di bruciato.

Allora ogni giudizio rimane in sospeso.

Notiamo solo che Giovanni Paolo I° morì giusto in tempo perché quello che, a prima vista, sembrerebbe un “cigno nero”, si realizzasse:

Giovanni Paolo II° rappresentò l’epocale passaggio, nei Paesi dell’Est, dal Comunismo al Liberalismo, e quindi dalla Chiesa clandestina, a quella libera e riconosciuta.

Ugualmente le dimissioni di Papa Ratzinger, con tempismo formidabile, diedero la stura all’Era di Francesco, il Papa del Consenso.

Tutte opere del “cigno nero”, nei casi considerati, travestito da Spirito Santo?

Ma, fatto questo breve excursus, torniamo al libro di Taleb e agli interessanti spunti che da esso possiamo trarre.

Prima dell’Australia (diciamo da metà del XVII secolo, fino a Cook nel 1770, ed oltre) si credeva che esistessero unicamente i cigni bianchi.

Di fronte alla “scoperta” per caso del cigno nero, tutti restarono sbalorditi.

Questo diventa, per Taleb, emblematico dell’evolversi della storia dell’Umanità.

Non si può PREVEDERE un “cigno nero”, così come Cristoforo Colombo non poteva prevedere che lungo la rotta per l’India, si sarebbe imbattuto in un Continente.

Forse non fu così per chi c’era stato prima, o forse sì; ma qui si può dire che il modo di rapportarsi, poi, al sopravvenire del “cigno nero”, dipende dalla cultura, dai condizionamenti, dalle capacità e dalla volontà di chi, in esso, si imbatte.

In determinate condizioni, pur esclusa la prevedibilità, si possono, tuttavia gestire i “cigni neri”, o da essi ci si può difendere; ma con quali risultati? Quali prospettive?

E’ tutto molto vago e nebuloso, tuttavia vero e naturale; in altri ragionamenti, apparentemente ineccepibili, c’è molta fuffa, se non doppiezza, o inganno.

LA CONOSCENZA, certamente aiuta; ma entro quali limiti? E che cosa conoscere?

Taleb propone la parabola del “tacchino”; esso apprende che tutti i giorni viene nutrito, e in modo sempre più consistente.

Se dovesse basare le sue aspettative future, su quelle passate, dovrebbe concludere che ha davanti a sé una vita di grande gioia e benessere; ed ecco “il cigno nero” (per lui) del giorno del ringraziamento.

Quindi siamo di fronte ad uno dei tanti casi di CONOSCENZA FALSATA, e di investimento eccessivo e fuorviante su di essa; come può accadere anche nelle CALUNNIE passate per vere, e così via.

Peraltro il PASSATO non può essere trascorso invano, va considerato. E qui si gioca tutto.

Una BIBLIOTECA è un luogo di ricerca; non è quindi necessario aver letto tutti (o quasi) i libri in essa contenuti; è invece, a volte, indispensabile, consultarli.

Anzi… ma qui non sono molto d’accordo… i LIBRI NON LETTI avrebbero un valore maggiore di quelli letti, perché segnano la MISURA dell’IGNORANZA del fruitore della biblioteca, quindi sono parametri di MODESTIA, di RISPETTO.

I LIBRI LETTI, invece, danno la sensazione del possesso, della pretesa PADRONANZA del SAPERE; indurrebbero, quindi, all’ARROGANZA.

Il prof. Taleb ci parla accoratamente del suo originario Libano; una volta esempio di armonia e coesistenza, incrocio miracoloso tra “cultura orientale” e “cultura occidentale”.

Quel “Paradiso” in terra, che occorsero secoli per costruire, con accumulo di tasselli storici che sembravano indistruttibili, in pochi anni fu sconvolto e annientato da eventi bellici che, solo col senno di poi, si “scoprì” essere quasi logici e ineludibili.

Questa è la VERA STORIA, non i racconti dei giornali e dei libri ad uso e consumo di scuole, interessi di partito, sistemi informativi, ecc.; non una “progressione continua” di eventi, ma un susseguirsi di eventi che saltano da una frattura all’altra, con qualche vibrazione in mezzo.

Questo dà adito a molteplici casi di “revisionismo storico”, il cui carattere fondamentale è la DISTORSIONE RETROSPETTIVA.

Come stanno effettivamente le cose?

OK

IL NUOVO EDEN

(omissis)

In luogo dell’innocenza
fu profuso il senso della felicità;
in luogo di ordine, obbedienza, sacrificio,
si affermò
il rispetto per tutto ciò che era oltre se stesso
nel pensiero, nell’azione,
nel vivere.
Altro solo Dio sa;
quale fu, ad esempio,
la distribuzione
sul vecchio pianeta
ormai non più tale,
dei nuovi abitanti
pur ad esso appartenenti;
quale non fu la loro sorpresa
e la loro reazione
nelle nuove condizioni,
solo Dio sa,
come per ogni altra cosa,
sia così voluto,
senza altra argomentazione.

E’ uno stralcio da una mia poesia di qualche anno fa; ma che cosa diceva, appunto, l’autista libanese Mikhail al servizio del vice primo ministro, a proposito dei drammatici eventi che stavano per realizzarsi in Libano e sconvolgerlo per sempre, nel giugno del 1982, alle Autorità e a tutti coloro che avevano le più disparate opinioni, ma nessuna conforme a ciò che poi realmente accadde?

“Dio solo lo sa”

(Il cigno nero – pag.37)

Il CIGNO NERO è, dunque, un evento rilevante altamente improbabile, che può avere connotazioni BENEFICHE o MALEFICHE (ma anche questo è da iscrivere nella relatività dei rapporti umani. Ciò che è “benefico” per me, può non esserlo per il mio vicino, e viceversa).

Ma se ci fermassimo qui, non sarebbe di nessun significato averlo individuato; così come sarebbe stato per gli esploratori che lo avevano avvistato in natura nei laghi australiani, se si fossero fermati allo stupore iniziale.

E’ buona cosa, quindi, cercare di saperne di più.

A questo scopo, non possiamo prescindere dall’indagare come in un laboratorio, sul mondo fisico, sociale, intellettuale, economico ecc. in cui viviamo; come metterlo in vitro sotto la lente di un microscopio.

Il “cigno nero”, in genere, non ha a che vedere con le condizioni fisiche (e qui si dirà del “mediocristan” e delle situazioni e professioni NON scalabili): in un gruppo di 20 persone, se si esclude (o si aggiunge) il più grasso di tutti (120/130 Kg.?), la media non cambia un gran che.

Ha molto a che vedere, invece, con le condizioni sociali ed economiche (ed ecco l’”estremistan” e le situazioni e professioni SCALABILI): in un gruppo di magnati di 20 persone, se si esclude (o si aggiunge) il più ricco di tutti (che può da solo anche avere una equivalenza con tutti gli altri messi insieme), la media può, in modo notevolmente sensibile, aumentare o diminuire

Questo è il campo d’azione per eccellenza, del “cigno nero”.

Tuttavia, l’ambito operativo generale del “cigno nero”, non è la divisione, ma l’unificazione, la compattezza.

Può considerarsi semplicemente arcaica, sul percorso in atto, la distinzione tra “narrativa” e “saggistica” [il romanzo di Saviano “Gomorra” (lasciando perdere l’omonima serie televisiva meramente scenografica), il film “Robinù” di Michele Santoro, sono alcuni efficaci esempi]; anche la frattura tra ARTE e SCIENZA, va superata (mi limiterò a menzionare, come semplice riferimento, Rembrandt “lezione di anatomia del dottor Tulp”; ma potrei aggiungere il primo trapianto del cuore, del dr. Barnard, ecc.); e così è per la distinzione tra “ideologie” e “scienze” (nonché le “religioni” a mio avviso).

Il futuro dell’Umanità e il futuro del nostro Pianeta, come è sotto gli occhi di tutti, si va sempre più trasformando da argomento ideologico, in argomento scientifico.

Altro problema è, certo, l’applicazione dei risultati scientifici alla vita pratica quotidiana.

Ed eccoci giunti al momento dell’estremistan e del mediocristan.

Rimando a quanto efficacemente porta a nostra conoscenza il libro qui in esame di Taleb (soprattutto a partire da pag.48).

In linea di massima il MEDIOCRISTAN non è scalabile.

La vita si svolge in modo tranquillo e regolare; parliamo di stipendi, di più o meno piccole attività commerciali et similia.

Qui puoi vivere bene, molto bene anche, ma non potrai diventare miliardario; peraltro non potrai mai avere un tracollo finanziario.

Qui non ci sono, in linea di massima, “cigni neri”, né in positivo, né in negativo.

La salute delle persone appartiene al “mediocristan”; non c’è nulla che possa risultare assolutamente imponderabile; neppure una grave malattia o un incidente.

Anche qui, però, una grave, devastante epidemia nei tempi moderni, un contagio di peste in un esclusivo quartiere di Stoccolma, l’aver contratto una malattia rarissima, una “nuova” malattia, che non riguarda più di un centinaio di persone al mondo, come li definiremmo?

E come definiremmo l’avvento del motore scoppio, quando i bravi artigiani delle carrozze a cavallo avevano raggiunto il punto più alto di perfezionamento delle ruote, delle sospensioni, dei sedili, delle redini ecc.?

Se parliamo di ESTREMISTAN, parliamo di rischio, parliamo di chance, parliamo di lavori che non vengono misurati a ore o a prestazione, ma che, fatti una sola volta, si moltiplicano all’infinito e chi ne è artefice guadagna, pur emergendo solo di un po’, non solo quel po’ che si potrebbe credere, ma tutto.

Basti pensare a che cosa significò, nel mondo della musica, l’innovazione del GRAMMOFONO.

Avvalersi di questo mezzo spostò nell’ESTREMISTAN le performance di artisti, che potevano essere ascoltati (e guadagnare) anche mentre dormivano; anzi possono essere ascoltati (come sappiamo) anche dopo morti; rispetto a cantanti, menestrelli e trovatori che venivano ascoltati solo dal vivo, durante le loro esibizioni. Essi appartenevano (e per quello che ancora oggi è possibile osservare in giro) al MEDIOCRISTAN.

Il CARRO di TESPI, la cui fama ha sfidato i secoli, ed ancora oggi stuzzica la fantasia di poeti e artisti, appartiene al MEDIOCRISTAN.

E’ nell’ESTREMISTAN che il “cigno nero” la fa da padrone.

In poco tempo puoi arrivare alle stelle, o sprofondare all’inferno.

Allo stato attuale della mia ricerca mi è ancora oscura la correlazione, se c’è, e quale essa sia tra il talebiano “cigno nero” e la smithiana “mano invisibile”.

Posso solo dire che quest’ultima sembrerebbe avere una connotazione più sistematica, sia pure nell’ottica specifica del suo fondatore, mentre il “cigno nero” è più simile ad una particella della fisica quantistica che può esistere o non esistere a seconda che la osservi o meno, o che acquista le sue proprietà solo quando si evidenzia.

Ma non è questa l’unica incognita.

La domanda, per quanto mi riguarda, (ancora) senza risposta è:

nell’ormai non più discussa, ma diffusamente accettata come ineluttabile, corsa del Mondo verso l’autodistruzione, può entrarci, ed avere a che fare qualcosa, un “cigno nero”? E in che senso?

Si può solo dire che se è empiricamente provato che rilevanti eventi imprevedibili, saltuariamente, accadono ed, in genere, hanno una incidenza determinante, allora…

Prima di mettere un punto fermo su quale è il VERO SCOPO del libro di Taleb, come dall’autore stesso enunciato, il che metterà un punto fermo anche a questo mio elaborato, salvo proseguire la strada intrapresa in un altro capitolo, dobbiamo occuparci del “problema di Hume”.

DOVE VA IL MONDO I PARTE cap.3

Il “problema di Hume”

E’ del tutto evidente qui, il riferimento allo SCETTICISMO FILOSOFICO ellenico (il TRIONFALISMO ROMANO conobbe ben poco questa corrente di pensiero); se non posso fidarmi della SCIENZA, dell’INFORMAZIONE, dell’INSEGNAMENTO; se è giusto tener presente la sorte del tacchino, alla quale si è sopra fatto cenno, se non posso fare nulla di veramente incisivo sugli eventi che mi riguardano, è proprio lì che si va a parare.

E questo ci riporta, sempre seguendo le orme di Taleb, a David HUME, il filosofo scozzese del XVIII secolo, morto 13 anni prima dell’inizio della rivoluzione francese (un “cigno nero” anche questo evento? Mi sembrerebbe proprio di sì. La frase ”après moi le déluge!” attribuita dalla tradizione a Luigi XV, mi sa tanto di una delle “solite” previsioni, scovate con il senno di poi).

Ateo convinto Hume, e quindi cristallino, puro il suo pensiero, come ha da essere il pensiero, in tal caso, ispirato ad una altrettanto limpida fede “al contrario”, e quindi, una insospettabile religiosità, per quanto al negativo.

Fu lui il SICURO artefice di un “nuovo contesto del pensiero”. E’ quindi a lui risalibile, quell’IDEA che, col “cigno nero”, accompagna questo mio scritto.

Al contrario, di sicuro, NON fu artefice del problema “dell’induzione”, ovvero “del tacchino (o pollo)”, spesso, impropriamente definito “problema di Hume”.

Parliamo di STUDIO; quello dei “famosi” 1000 giorni di becchime e di baldoria, prima della DECAPITAZIONE.

Del resto i Cesari dell’Impero Romano della decadenza non elargivano al popolo panem et circenses? Becchime anche questo.

E la esausta Monarchia del Regno di Napoli? Feste, farina e forca.

Questo è “il problema”!

Esso risale ad un passato remoto. Fu formulato, infatti, per la prima volta dagli antichi scettici.

Mi perdoneranno i miei attenti 5 lettori, se faccio, a questo punto, una breve sospensione del discorso, così come scorre, che ritengo necessaria per fornire qualche utile chiarimento, anche in vista del proseguimento del cammino, lento ma pieno di fascino, di interessanti scorci e di sorprese, pieno di arricchimenti, ma anche di annichilimenti dello spirito, come se fosse il “cammino di Santiago de Compostela”; senza che, però, ci sia, alla fine, una meta sicura (forse anche lì è così a ben rifletterci).

Ho iniziato questo mio tragitto, variamente caratterizzato, facendo riferimento, metaforicamente, ad una strada, da costruire ex novo, con indispensabili richiami a quelle tecniche che potremmo definire tipiche delle strade romane (in particolare, per la fitta rete di vie consolari). Sembrerebbe avere un che di contraddittorio, questo, con la distinzione netta che ho sempre tracciato, ed anche qui ve ne è cenno, tra MODELLO CLASSICO GRECO e MODELLO IMPERIALISTICO ROMANO, assegnando al primo, la palma dell’armonia e del rispetto, quindi della SALVEZZA del Mondo, e al secondo quella del dominio e dell’impossessamento del Mondo, quindi della sua DISTRUZIONE.

E’ pur vero che tratto qui (anche) di un “nuovo” contesto del pensiero; tuttavia alcune pietre miliari, alcuni punti di riferimento, i “fondamentali”, come direbbero gli addetti ai lavori, in ambito economico-politico, ben difficilmente cambiano, molto meno di quanto non creda un osservatore, più o meno superficiale e distaccato.

In realtà, quel senso di contraddittorio è solo apparente.

Ho già apportato, in alcuni recenti articoli e commenti, una importante (per quanto non radicale) modifica a quanto da me sostenuto in modo categorico in miei precedenti scritti (“Rumore di passi nei Giardini Imperiali”, “Passi nel Cosmo e Mappa del Cosmo”, ecc.), e cioè, in sintesi, che l’Impero Romano soffocò in pieno la grande Civiltà delle πόλεις greche, assimilandone, peraltro la cultura come espressione di raffinatezza intellettuale, l’arte, la ritualità religiosa, gran parte della quotidianità e così via.

Pertanto, secondo il mio pregresso pensiero, sfociarono nel Medio Evo, DUE ANIME, quella PREVALENTE di Roma, che perpetuò l’imperialismo, condusse al protestantesimo, quindi all’illuminismo, all’Europa colonialista, e, in definitiva, al Mondo globale, consumista, delle multinazionali, degli imperi economici di oggi, ecc.; e quella di Atene (per intenderci), che era sopravvissuta, sotto le ceneri, all’invasione ed egemonia di Roma, ed aveva quindi percorso, sia pure in modo abbastanza opaco e MINORITARIO, soprattutto attraverso l’ellenismo orientale, tutti i 10 secoli medioevali, fino ad esplodere nello splendore eccelso ma effimero del Rinascimento Italiano.

Secondo la rettifica che mi è sembrata doverosa alla luce di una più attenta osservazione, già nell’Impero Romano, accanto all’anima della DIREZIONE GENERALE, dell’IMPOSIZIONE della CIVILTA’ dei VINCITORI, dell’AMMINISTRAZIONE EVOLUTA e dell’ ECCELLENZA del DIRITTO e dell’ARTE MILITARE, conviveva, in sordina, l’ANIMA dei GRECI, come riscontrabile nei riflessi sui grandi poeti e pensatori romani.

Nel MEDIO EVO, quindi sfociò l’insieme delle due anime, peraltro nelle articolazioni sopra descritte, soprattutto per quanto riguarda l’ellenismo caratterizzante l’Impero Orientale, e con gli effetti sopra richiamati, che, anche a seguito dell’ulteriore approfondimento (e ciò è significativo) restano tuttavia, secondo il mio parere, ormai assodati e immutabili.

A questo punto credo che ci sia ben poco da farmi perdonare nell’aver ideato una strada che poi si svilupperà secondo “tecniche romane”, percorrendola, tuttavia, indossando gli abiti degli antichi greci.

Inoltre, è pur vero che l’imponente e mirabile RETE STRADALE costruita dai Romani in tutto il Mondo allora conosciuto, era funzionale all’espansione militare, commerciale, amministrativa, di una città che non era più tale, ma era la CAPITALE di un IMPERO di cui si è detto tanto e che quindi, sinteticamente, non trovo parola migliore per definire qui, che INCREDIBILE; altrettanto può dirsi degli ACQUEDOTTI, delle DIRAMAZIONI FOGNARIE (in primis per Roma), e così via.

D’altronde i Greci, che non avevano mire espansionistiche, non è che non sapessero costruirle (come alcuni esempi in quella naturale estensione di ellenismo, successivamente denominata Magna Grecia, dimostrano); semplicemente non ne avevano bisogno, pertanto non se ne curavano se non in modo limitato. Sarebbe stato certamente così anche per Roma se si fosse lasciata “invadere” dal Modello Classico, anziché “invadere”, anche concretamente e materialmente, quest’ultimo.

Nel mondo classico, la vita si svolgeva attraverso lentezza e meditazione. Perché mai i cittadini avrebbero dovuto affrontare l’oneroso impegno di reti stradali attraverso le quali si sarebbero mossi pochi viandanti e si prestavano, invece, ad essere facile passaggio per aggressivi nemici?

Le leggi dell’ECONOMIA devono essere state, certo, INELUTTABILI in tutti i secoli dell’Umanità (lo stesso Uomo primitivo, credo che scavasse la sua caverna o erigesse le sue palafitte, attenendosi allo sforzo necessario, la distanza, la durata ecc.); allora perché costruire imponenti acquedotti o grandi condotti fognari, nelle piccole realtà, come volute e ritenute convenienti per la vita pubblica ellenica, dove, dato anche l’esiguo numero di abitanti (il concetto classico di città è confliggente col concetto di metropoli), era facile approvvigionarsi alle fonti, o, per gli scoli, ad esempio, laddove erano sufficienti i pozzi neri, o brevi canali?

Distinguere, con le precisazioni e gli adattamenti di cui sopra, il MODELLO CLASSICO dal MODELLO IMPERIALISTICO, e non unificare i concetti nella generica espressione “Mondo greco-romano”, può essere un efficace ed appagante modo di esplorare quel “nuovo contesto di pensiero” di humiana memoria, le cui derivazioni, anche per quanto riguarda i tempi moderni, possono essere di insospettabile valenza.

Ecco, quindi, che possiamo ora riprendere il percorso da dove ci eravamo fermati.

La filosofia di David Hume oscillò tra lo scetticismo, radicale dal punto di vista teorico, e moderato dal punto di vista pratico, e il naturalismo; esercitò, inoltre, una notevole influenza sulla scienza e la filosofia moderna.

Hume, pur ateo convinto, fu estremamente critico verso l’illuministica fede nella Ragione; indice questo, di grande levatura intellettuale.

Circa il “concetto di casualità”, sostenne e dimostrò l’assenza di consequenzialità necessaria tra gli eventi, al di là delle apparenze; è quanto, certamente, prelude alla dimensione pragmatica del “cigno nero”.

E’ suo il famoso esempio della palla da biliardo.

E’ fuori dubbio che mentre la palla A va verso la palla B (e quindi, certamente, la colpirà), qualcuno può toglierla dal tavolo, interrompendo la previsione; così come la palla B può essere spostata e, addirittura, al contrario, essere lanciata contro A (B precede A, nello scontro; ecco il “cigno nero”).

Questo può verificarsi anche al contrario, a mio modo di vedere:

è del tutto prevedibile, e universalmente riconosciuto, che un uovo non può mantenersi dritto senza un supporto; ma ecco che arriva Colombo e dimostra il contrario.

IV ed ultima puntata della I PARTE “DOVE va il MONDO”

Del libero amore

(non dimenticando, al punto in cui siamo, la protezione e la prevenzione dalle malattie)

Circa la prevedibilità degli eventi futuri, basandosi su quelli passati, Hume dimostrò che questo non è un principio logicamente necessario; senza ,tuttavia, provocare, come conseguenza, che tutto il bagaglio conoscitivo acquisito, della SCIENZA e della FISICA, perdesse valore. Infatti non è meno corretto, dal punto di vista logico, presupporre un universo in cui le leggi fisiche siano diverse e, comunque, ipotizzare che esse non siano uniformi in ogni zona dello spazio.

Ecco che si apre la strada all’”esempio del tacchino”.

Qui è al suo pensiero scettico (pur non pirroniano) che Hume attinge e, come si è sopra evidenziato, conduce verso soddisfacenti risultati.

Ma non meno può dirsi, a mio avviso, della componente naturalistica serpeggiante nel suo pensiero.

Credo, allo stato attuale della mia indagine intellettuale, che non sia peregrino considerare che, se il “libero amore” entrasse (o ritornasse) a far parte dell’essere umano, non in quanto categoria ideologica, come fu per il transeunte periodo degli hippies, ma nella sua caratterizzazione naturale, di qualità fisica appartenente allo svolgimento ovvio, senza alcun ulteriore orpello o aggettivo, della vita inter-relazionale (“non fate la guerra, fate l’amore” non più uno slogan ideologico, ma un messaggio esistenziale. Perché no?), i rapporti sociali sarebbero eccellenti, la qualità della vita andrebbe alle stelle, non ci sarebbero scompensi, non ci sarebbero guerre, sparirebbe, certamente, ogni sorta di perversione, che, in un contesto evoluto, non avrebbe alcuna ragion d’essere, non ci sarebbe più alcun bisogno della ricerca della felicità perché l’esistenza stessa della vita la integrerebbe in sé.

Chi sa se e quando ci si potrà arrivare, ma se la domanda è: “ci credi a tutto questo?”, la mia risposta è “decisamente sì! Ci credo con tutto il mio animo.”

Ma, a maggior sostegno, va detto che né io, né altri che la pensano in questo modo, abbiamo inventato nulla.

In molti popoli tribali, che avevano una loro vita libera e semplice, un modo interiore e gioioso di rapportarsi agli altri e alla natura circostante, è stato possibile (per loro sfortuna) constatare, da parte di invadenti visitatori, qualcosa di simile, spontaneamente attuato. Molta letteratura, molti film ci sono in proposito; pensiamo ai nativi dell’Oceania, del Nord America e dell’Amazzonia, alle isole sconosciute per molti secoli, del Pacifico; a che cosa dovevano essere la Hawaii e la Polinesia, ad esempio, prima che i “civilizzatori” europei e americani ci mettessero le mani, portando le loro leggi, la loro burocrazia, la loro religione, le loro malattie, le loro guerre, la loro economia di sfruttamento, il loro dominio. Paul Gauguin ce ne ha parlato attraverso i suoi dipinti.

Sono questi sentieri, viottoli collaterali, tendenti forse ad unificarsi, percorsi inediti, appartenenti a quel “nuovo contesto del pensiero” di humiana provenienza, nel quale, come credo di aver ampiamente dato atto, mi riconosco in pieno.

La “relatività” della morale, ad esempio, per cui non è possibile, aprioristicamente stabilire ciò che sia giusto o sbagliato è un concetto di particolare raffinatezza intellettuale.

Ciò che desta vicinanza, simpatia, condivisione di felicità o infelicità in alcune epoche o ad alcune latitudini, può non essere tale in diverse situazioni o condizioni.

Il mito (peraltro, nella crudezza con cui è stato tramandato, probabilmente infondato) del monte Taigeto, dal quale gli Spartani precipitavano i neonati deformi, perfettamente in linea con la “morale” in epoca remota, in quanto evitava sofferenze e ingiustizie nei confronti degli sfortunati bambini, è assolutamente in contrasto e moralmente “all’opposto” con tutto quanto, proprio in questi giorni, per fare un esempio, sta accadendo intorno alla triste storia di Charlie Gard, il bambino inglese nato con una rarissima malattia che, comunque, lo condurrebbe alla morte.

La “questione morale” affonda le sue radici, a mio parere, sia nello scetticismo che nel naturalismo di Hume, o meglio in un mixage tra le due correnti.

Il distacco dal giudizio della ragione, non ha forse a che vedere col rifiuto delle catalogazioni predefinite?

E il legame, piuttosto, con questioni di fatto, e non già con scienza astratta, non richiama alla mente la natura dell’uomo, il suo rapportarsi alla natura che lo circonda?

Ebbene, tutto questo risulta ai miei occhi, perfettamente corrispondente a realtà.

E’ paradossale il rapporto tra libero arbitrio e determinismo, in quanto porta all’inconsistenza del primo, sia con riferimento al determinismo che all’indeterminismo; atteso che, nel primo caso, non ha ragion d’essere; nel secondo caso, una volta che l’operato dell’uomo è affidato a dinamiche scoordinate e incontrollate, nessuna valutazione è formulabile su di esso.

Cosa vuol dire, allora, questo?

Che la Religione Cristiana, che fa del “libero arbitrio” una sua colonna portante, si fonda sull’INCONSISTENZA?

Questa è una domanda senza risposta.

Ma se al LIBERO ARBITRIO sostituiamo la PREDESTINAZIONE?

Anche questo ci lascia in sospeso perché proprio su tale tematica si basa la RIFORMA PROTESTANTE e tutto il seguito: l’illuminismo, il riaffermarsi dell’imperialismo, fino a giungere al Mondo d’oggi, e cioè?

L’AUTODISTRUZIONE del MONDO? Anche questa strada è senza sbocco.

Un importante punto sul quale sono in disaccordo con il pensiero di Hume è quello del fondamento della religione nella natura umana.

Secondo Hume, col progredire della civiltà si afferma il monoteismo.

Ma qui, a mio avviso, c’è più di una frattura nel pensiero:

Innanzitutto il “progredire della civiltà” ormai sempre più, e probabilmente in modo irreversibile, si sta rivelando un fenomeno INVOLUTIVO, non EVOLUTIVO, perché alla fine la STESSA CIVILTA’, con le sue SCOPERTE e le sue INVENZIONI, ci porterà alla DISTRUZIONE.

Ora, se l’excursus religioso si adegua ad essa, sarà, molto probabilmente, a sua volta INVOLUTO.

Del resto, mi chiedo, perché mai le RELIGIONI POLITEISTE, anche quelle antiche e ormai confinate nella MITOLOGIA, furono abbandonate?

Zeus, Atena, Afrodite, Poseidone ecc. non potevano essere, a loro volta, una interpretazione religiosa meritevole di attenzione?

Dobbiamo ringraziare il pensiero cristiano, più che quello laico, se tutto quel mondo che sull’antica religiosità, prevalentemente, si basava, è stato DISTRUTTO; una anteprima della DISTRUZIONE TOTALE? Probabilmente sì.

Inoltre se risaliamo alle religioni tribali e spiritistiche, troviamo spesso un solo SPIRITO INFORMATORE, il che smentisce la teoria di Hume.

Sarei più portato a credere che la RELIGIONE è una forma di POESIA della VITA, che analogamente alla SCIENZA e alla FISICA, come alcuni tra i più grandi scienziati sostengono, e lo stesso Einstein affermava, contribuisce alla CONOSCENZA dell’Universo, della sua origine (se c’è mai stata), della sua natura, della sua fine (se mai ci sarà).

Sono invece d’accordo col filosofo scozzese circa l’inaccettabilità delle tesi che denigrano e deridono il paganesimo, in quanto INFONDATO, incredibile, meramente immaginario.

Che cosa dire, allora, dei DOGMI del cattolicesimo? La “presenza reale” dell’Eucarestia, la “verginità” della Madre di Cristo e così via?

Infine accenno qui al problema della bellezza.

Hume la ritiene fondata su un sentimento che permette l’universalizzazione del giudizio estetico.

Questo mi riporta a Dostoevskij: davvero “la bellezza salverà il Mondo”?

Pur attraverso una apparente discordanza di pareri, quello che piace o non piace è uguale per tutti?

Anche qui, allo stato attuale del percorso, non mi sento di dire altro che bisogna intendersi sul CONCETTO di BELLEZZA:

Illusione o verità?

Pur saltando di palo in frasca e con approssimazione e grandi vuoti, credo di aver tratteggiato punti di interesse con riferimento a David Hume, uno dei grandi “empiristi britannici”.

Di più non sento, qui, di poter dire.

E’ quanto (appena) sufficiente per proseguire nel progetto di delineare una nuova strada e iniziare a percorrerla, come mi ero riproposto fin dall’inizio.

Per finire questa prima parte del cammino, dunque, non esitiamo a fare un salto di oltre 2 secoli e ½ e così, ritorniamo ad oggi, a quel “famoso” Nassim Nicholas Taleb dal quale, sostanzialmente, eravamo partiti.

Non c’è più, decisamente, alcuna avversione, grazie anche al nuovo contesto di pensiero che può favorevolmente ispirarci, contro questi balzi storici “olimpionici”.

Provvisoriamente (pag.69), il libro più volte menzionato del prof. Taleb, conclude nei seguenti termini ai quali anch’io (provvisoriamente) mi associo:

Ancorché in presenza del problema incontrovertibile del “cigno nero”, non è detto che bisogna necessariamente accedere allo SCETTICISMO ESTREMO.

L’importante è “non essere un credulone nelle cose che contano, punto e basta”.

Alla osservazione che la consapevolezza di correre dei rischi attraversando una strada, dovrebbe indurre a non attraversare più una strada, la risposta è:

nessuna pretesa di EVITARE assolutamente i rischi, e, parimenti, nessuna FOBIA totale verso i rischi; l’importante è “EVITARE di ATTRAVERSARE la STRADA con gli OCCHI BENDATI”.

Situazione estrema? Esempio di scuola? A ben vedere, direi proprio di no.

Dovremmo dare un’occhiata alle statistiche di persone che attraversano o guidano, guardando messaggi sull’Iphone o scrivendone, o soffermandosi sui network, ecc.; e alle statistiche circa le conseguenze di questa diffusa, sciagurata, abitudine dei nostri giorni.

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