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PASSI nel COSMO e la MAPPA del COSMO

(libera relazione di sintesi tratta dal raffronto tra Il trattato di sociologia “Mappa Mundi” del prof. Domenico De Masi e il mio romanzo di fantascienza “Rumore di passi nei Giardini Imperiali”)

L’IMPERIALISMO è la causa decisiva della precipitosa corsa del Mondo verso la propria distruzione e trasformazione in una landa desolata da INCUBO, o definitivo affondamento nel NULLA.

Parliamo di Imperialismo POLITICO, MILITARE, CULTURALE, SOCIALE; oggi, nella nostra epoca post-industriale, soprattutto IMPERIALISMO ECONOMICO, la LEGGE del PROFITTO, e dei NUOVI PRODOTTI INVENTATI e imposti al consumismo, creando bisogni dal nulla, o trasformando in necessità, quelli che sarebbero soltanto capricci (emblematici il telefonino, l’iPod, il tablet ecc.).

Realtà NAZIONALI e SOVRANAZIONALI che rappresentano una esigua parte della popolazione mondiale (sempre più in espansione), diciamo, mediamente il 2%, hanno un dominio assoluto in tutti i campi, e in ogni settore, e il potere di controllo e di decidere della vita e della morte, e dello stile di vita del rimanente 98%.

A titolo di esempio, negli USA, attualmente l’1% della popolazione possiede il 25% di tutta la ricchezza; in Italia il 5,2% delle persone si trova in uno stato di povertà assoluta, il 13,8% in uno stato di povertà relativa; le 10 persone più ricche posseggono un reddito pari a quello dei 3 milioni di cittadini più poveri. In Europa il reddito annuo medio, pro capite, va dai 36.000 ai 40.000 €; in Africa, il continente dal quale si susseguono, a ritmo incessante, sbarchi di profughi e disperati, il reddito medio pro capite, è di 4.000 € annui.

Tutto questo comporta un depauperamento delle risorse dalle proporzioni gigantesche, un inquinamento dilagante della biosfera per cui si arriverà al punto che sarà difficile anche respirare, la distruzione di foreste e riserve d’acqua della Terra comporterà il diffondersi di malattie esiziali, la scomparsa delle biodiversità, lo scorrere del sangue tra i sopravvissuti per accaparrarsi quello che resta; il cibo mancherà e il sovraffollamento, ormai sempre più evidente e non fronteggiabile aggraverà la situazione; lo sciogliersi dei ghiacciai e dei ghiacci polari, per la vorace avanzata della modernità, secondo i piani dei suoi dominatori, comporterà mutamenti climatici epocali e l’innalzamento del livello del mare, con distruzione degli insediamenti umani lungo le rive, e così via; in altre parole finirà il Mondo, almeno come da noi inteso, per andare verso un altro Mondo da incubo, o addirittura verso il nulla.

Si prospetta qualcosa di apocalittico, ma non in modo vago e fantasioso, divagazioni letterarie, che pure non vanno sottovalutate, bensì secondo le previsioni di scienziati, filosofi e sociologi di grande levatura, con sfumature diverse, ma con proiezioni univoche, e, da ultimo, l’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco, per la prima volta, nella storia della Chiesa, ci invita ad aprire gli occhi su come stiamo riducendo il Pianeta, o meglio coloro che la comandano, i dominatori, gli imperialisti, stanno riducendo il Pianeta, farneticando forse che, alla fine, solo loro si salveranno.

Se ne sa poco perché i detentori del POTERE hanno, come è ovvio, saldamente in mano anche le redini della informazione e comunicazione mediatica, ma è assodato che l’IMPERIALISMO è, alla luce di quanto sopra, la causa di una rovina mondiale, probabilmente irreversibile.

Si può forse ovviare a tutto questo? Per cercare di dare una risposta a questa domanda, bisogna prima di tutto conoscere bene il fenomeno.

ORBENE

FONDAMENTO ed ESEMPIO magistrale dell’IMPERIALISMO, è, a mio avviso, l’Impero Romano.

Se è vero questo, l’EPISODIO NODALE del Destino del Mondo è la fuga di Enea dalla città di Troia, nel 1184 a.C..

Almeno 3000 anni di storia, certamente risalibile, erano trascorsi fino a quel momento, senza che NULLA, sostanzialmente mutasse.

A partire da quell’episodio, apparentemente di scarso rilievo, invece, prendono l’avvio tutti i successivi cambiamenti del Mondo, che, in altri 3000 anni lo hanno trasformato nel modo incredibile che tutti noi abbiamo sotto gli occhi, con forte incremento, soprattutto a partire dal XII secolo dopo Cristo, in pieno Medio Evo (grandi conquiste nelle scienze e nella tecnologia: la stampa, la polvere da sparo, il mulino ad acqua, gli occhiali, l’arcolaio, l’orologio meccanico, la bussola, per ricordarne alcune).

A questo punto, molte domande affollano, naturalmente la mente:

è proprio vero tutto questo? Ci furono anche altri imperialismi in epoca coeva o antecedente all’assunzione, da parte di Giulio Cesare della carica di dictator e poi imperator (47 – 44 a.C), o comunque all’espansionismo romano; perché l’Impero Romano avrebbe una collocazione determinante, nella definizione di IMPERIALISMO? Quale è il senso dell’individuazione dell’episodio nodale, che attraverso il corridoio della Storia, diede vita all’Impero Romano? Perché l’imperialismo produce, inevitabilmente, distruzione; e può esserci rimedio a questo?

Procediamo con ordine:

Va, innanzitutto, fatta giustizia di quello che ritengo un clamoroso errore storico che si trascina da tempo immemorabile per pigrizia e assuefazione, più che per convinzione.

Mi riferisco a quella tendenza ad unificare ogni riferimento alla civiltà, alla cultura e all’epoca greca, ed ogni analogo riferimento alla storia di Roma, nella locuzione GRECO-ROMANA.

I principi nei quali si riconoscevano le πόλεις greche erano assolutamente diversi da quelli di Roma, che facevano leva sull’affermazione del primato di Roma, dal punto di vista amministrativo, militare, filosofico, artistico ecc. su tutto il Mondo conosciuto.

Il Mondo concepito da Aristotele constava di MISURA, PRUDENZA, EQUILIBRIO, non di DOMINIO, INTRANSIGENZA, TRIONFALISMO.

C’erano certo lotte di egemonia anche tra le città greche (che peraltro, nei momenti di crisi del loro armonico sistema di vita, per pericoli provenienti dall’esterno, si coalizzavano e lottavano insieme); ma era questo un perfezionamento, una messa a punto di ciò che esse potevano attingere dalla politica, dall’arte e dalla scienza, dal senso etico ed estetico del loro tempo.

Le loro alleanze non erano mai dirette ad invadere o occupare altri territori, ma solo a difendere uno stile di vita nel quale credevano e trovavano la piena realizzazione delle loro aspirazioni esistenziali e sociali.

La stessa Magna Grecia, non era altro che una propaggine della Grecia, costituita da città ioniche, achee, doriche, assolutamente autonome; fu un’area dell’Italia meridionale, colonizzata, a partire dall’VIII secolo a. C. da mercanti, contadini, allevatori, artigiani provenienti dalla Grecia, senza nessun intento invasivo. In realtà non esisteva neanche concettualmente. Solo dal III secolo a.C. cominciò ad essere tramandato, con tale appellativo, l’orgoglio di una comunità di greci che avevano raggiunto, lontano dalla Grecia vera e propria, alti livelli in campo sociale, culturale ed economico, e un assoluto splendore nel campo della letteratura, della filosofia e dell’arte.

Essa, comunque si fermava a Napoli (Neapolis, la città nuova).

La città di Roma non ebbe nulla a che vedere con la Grecia e la Magna Grecia, fin quando le sue legioni non conquistarono le città della Magna Grecia nel 290-280 a. C. e, successivamente, nel 146 a. C. distrussero e depredarono Corinto, col conseguente assoggettamento dell’intera Grecia.

Le origini di Roma hanno tutt’altra derivazione (aggregazione di tribù italiche, con integrazioni straniere, provenienti soprattutto dall’Asia Minore, probabilmente).

L’”equivoco” che ha portato ad accomunare quella che convenzionalmente chiamiamo “Grecia”, diciamo l’insieme delle città greche e la loro storia, e Roma, con la sua storia, nel modello di vita CLASSICO che si è, poi, indiscutibilmente affermato nel Mediterraneo e nel Mondo, sotto l’unica dizione “Mondo greco-romano”, deriva molto probabilmente dal fatto che l’agguerrita classe dirigente e la lungimirante intelligencija romane non si fecero scappare l’occasione di assimilare e fare propri tutti i pigmenti di CIVILTA’ che derivavano dalla conquistata Grecia; come poi faranno i barbari con Roma, all’atto della decadenza del suo impero.

I rozzi, ma astuti romani (barbari loro, in questo caso) si appropriano spregiudicatamente, dell’eleganza, del senso etico ed estetico della vita, dei principi filosofici ed artistici, degli usi e costumi e degli Dei, anche, dei Greci. Tornando indietro nel tempo, possiamo anche pensare alla sconfitta di Troia, da parte delle Città greche alleate che evidenziava un livello generale più avanzato di queste ultime, e che i Romani riscattano questa antica sconfitta dei loro avi, impossessandosi della CIVILTA’ stessa dei Greci vincitori.

La stessa sorte toccherà poi a loro quando, dopo averli dominati, saranno sottomessi da quelli che, in modo sprezzante, definivano BARBARI.

La vera CIVILTA’ CLASSICA è quella dei GRECI. Roma è un’altra cosa. Possiamo convenzionalmente assegnare l’EPOCA ROMANA, nel suo insieme, al periodo POST-CLASSICO (ovviamente pre-medievale).

L’affermarsi dell’IMPERIALISMO non ha nulla a che vedere con i Greci, ma solo con ROMA.

I 10 secoli di Medio Evo che seguiranno, dalla caduta dell’Impero Romano (476 d. C. deposizione di Romolo Augustolo ad opera del generale barbaro Odoacre) alla scoperta dell’America (3 agosto 1492) saranno percorsi, palesemente, da una duplice anima: quella prevalentemente spirituale, dell’ascetismo, delle grandi cattedrali, del distacco dalle cose materiali, del riscatto dalle persecuzioni che i cristiani subirono dal Potere romano, che condurrà, con gli adattamenti, le rifiniture, le mode, lo spirito dei tempi, allo splendore del Rinascimento Italiano; e quella, prevalentemente di concretezza e nuove scoperte, che condurrà alla coeva messa in discussione dei valori della Chiesa Cattolica, così come tramandata e come, in mutate condizioni, tendeva ad affermarsi; quindi al Luteranesimo, al Calvinismo (fine XV sec. inizio XVI sec.), e a tutta la storia che seguì, l’illuminismo, il liberalismo, il capitalismo, il socialismo ecc.

Con il Rinascimento ha termine la grande storia sul suolo italico; del seguito ritengo inutile parlare qui. Occorre solo ricordare che finisce anche qui il Mondo CLASSICO, che possiamo, quindi, identificare con l’antica Grecia e il Rinascimento Italiano; autentico periodo NEOCLASSICO, che sarà poi riscoperto, con tale definizione, tra il XVIII e XIX secolo, grazie al diffondersi della cultura, alla scoperta di antichi reperti, ai grandi romantici ecc., ma senza il potere e la convinzione di un unitario sistema di armonizzazione politica, sociale ed economica, che gli desse forza di governo, e una caratterizzazione permanente, e in modo ormai irrimediabilmente inquinato dal riferimento unitario al mondo greco-romano, come dimostrato da una certa enfasi con la quale ci si rivolge, nell’architettura, nell’arte, nella letteratura, in modo generico, agli “antichi”.

In definitiva, la Grecia e il Rinascimento Italiano stanno da una parte e Roma e il seguito della sua storia, da un’altra.

Questa che potrebbe apparire una trovata discutibile, una spregiudicata e azzardata novità assoluta, in realtà non lo è, come è dimostrato dal fatto che questo pensiero, in modo latente, è presente in molti scritti di studiosi che sottolineano, ad esempio, come molte opere greche distrutte ci sono pervenute attraverso le copie romane (ma sono copie); come molte opere romane erano “copiate” dagli stili greci, come le mode, le suppellettili, i complessi architettonici, la vita stessa dei romani, si svolgesse in sovrapposizione a quella miniera di genialità che fu la Grecia antica. Lo stesso Catullo trasse ispirazione dal poeta greco Callimaco e da Saffo; Ovidio e Orazio, dai loro viaggi ad Atene, in Asia Minore e nelle città della Magna Grecia, e così via. L’originalità di Roma è soprattutto nel diritto e nell’amministrazione, con tutta evidenza, di diversa derivazione, colonne portanti dell’Impero.

° ° °

Col Rinascimento, dunque, ha termine la grande storia sul suolo italico.

Essa continua altrove: Francia, Germania, Gran Bretagna, America e così via, e i relativi IMPERIALISMI.

Tralascerei Spagna e Portogallo, le cui velleità di conquista si sono, infine, rivelate perdenti e costituivano, in ogni caso, un trascinamento delle smanie di potere e di perpetuatio di un impero ormai finito, da parte di un Papato corrotto e degenerato. Per dirla in modo forse un po’ brutale, ma incisivo, la Madrepatria dell’imperialismo, dopo aver lanciato l’idea, ha tirato i remi in barca, non poteva fare altro (il suo ciclo storico era finito); si è, quindi, adagiata sugli allori. La Roma di “Vacanze romane”, della “Dolce vita”, di “La grande bellezza”, non ha più nulla a che vedere con la Roma dei Cesari, degli oratori, dei legislatori, e, conseguentemente, degli architetti, i teorici, i letterati del dominio della Città Eterna e della sua civiltà, su tutto il Mondo conosciuto. Essa è esausta e cristallizzata nel perpetuarsi del suo ruolo di vetusta nobildonna incipriata, o cadente baldracca, a seconda dei punti di vista; in ogni caso, di chi ha visto tutto ciò che c’era da vedere, dove c’era da vedere, per esserci stata o per essere stato a lei portato, e non poter più chiudere gli occhi.

Quelli che andavano affermandosi e dominavano la storia, continuando fino ai nostri giorni, erano diversi IMPERIALISMI, espressioni del Protestantesimo, del Puritanesimo, dell’Illuminismo e così via.

Dopo ROMA, ricordiamo, in particolare, il Sacro Romano Impero (millenario 800 – 1800), l’Impero Asburgico, l’epoca di Bismarck, che promosse l’Impero Germanico (il II° Reich), i dilaganti imperialismi inglese e francese, gli Stati Uniti d’America, l’Unione Sovietica, e oggi, in epoca postindustriale e di globalizzazione, si affacciano alla ribalta la Cina, l’India, il Brasile, ed altri Paesi emergenti, oltre a Russia, Usa, Giappone e Germania; non dimenticando quello che è stato lo sciagurato Terzo Reich e il trasformismo camaleontico della Chiesa Cattolica, che riporta anche quest’ultima nella dimensione dei vari imperialismi; tutti figli, però, e forti dell’esempio e del patrimonio organizzativo dell’IMPERO ROMANO, la cui anima si era perpetuata attraverso quel filone medioevale che conduceva alle realtà diverse dal Rinascimento.

A proposito dell’Impero Romano, partiamo da lontano:

Catone il Censore ci dice che Enea fugge da Troia, messa a ferro e fuoco dalla Coalizione greca nell’XI secolo a.C. con il figlio Ascanio.

Dopo un lungo e avventuroso viaggio, poeticamente descritto da Virgilio, nell’Eneide (siamo negli ultimi anni del I° secolo a.C., in pieno trionfo dell’Impero Romano), rifacendosi, in un certo senso all’Odissea di Omero (IX – VIII secolo a. C. – ma la differenza sostanziale è che Ulisse ritornava alla propria Patria, mentre Enea andava alla ricerca di una nuova Patria e la sua idea era, certo, che essa non dovesse più subire la sorte della sua Patria d’origine e, per ottenere ciò, dovesse dominare e controllare ogni possibile avversario) approda in Italia, alle foci del Tevere; sposa Lavinia e fonda Lavinium. 30 anni dopo il figlio Ascanio fonda Alba Longa; si susseguono varie generazioni, tutte discendenti da Enea, infine Rea Silvia, figlia di Numitore, poi uccisa dallo zio Amulio, usurpatore, dà alla luce Romolo e Remo. Da Romolo, fondatore di Roma (21 aprile del 753 a. C. - in effetti, probabilmente, grande UNIFICATORE dei villaggi che si aggregavano), deriverà la Gens Julia, e quindi Giulio Cesare e Cesare Augusto.

Lavinia era già promessa sposa a Turno re dei Rutuli, ma avendo saputo che, se avesse sposato Enea (lo straniero) avrebbe dato vita ad una stirpe eroica e gloriosa, preferì quest’ultimo. Ciò provocò un conflitto tra i due pretendenti e i loro seguaci ed infine, in un epico combattimento, Enea sconfisse e uccise il suo antagonista.

L’IMPERIALISMO ROMANO ha fatto, poi da modello a tutta la storia seguente, all’insegna dell’ESPANSIONE, della CONTINUITA’, dell’affermazione di SISTEMI sociali ed esistenziali derivati dall’imperium di chi è al vertice dell’area territoriale o ideale di influenza (per fare alcuni esempi, è il caso degli USA che intendono esportare la democrazia in Medio Oriente, del “dovere” di civilizzazione dei popoli “arretrati”, che si assunsero i popoli “illuminati” d’Europa, dell’opera penetrativa dei missionari; così come Roma intendeva dare le sue leggi alla Tracia, alla Gallia, alla Germania ecc.). Il che non sarebbe stato se la vita nel Mondo, si fosse conformata al modello CLASSICO.

I Governanti di Roma, a partire, più o meno, dal II° secolo a.C., dovevano essere certamente a conoscenza dell’esistenza di un grande Impero in estremo Oriente, per il veicolo di notizie che passava anche attraverso la via della seta; mi riferisco alla Cina, al Celeste Impero, che per loro, a quei tempi doveva essere l’equivalente della conoscenza per noi contemporanei, dell’esistenza di un pianeta simile alla Terra, a 600 anni-luce di distanza.

Questo può avere certamente esercitato una certa influenza sui Cesari dell’Impero Romano, ma non di più.

Il Celeste Impero che, a parte il mitico periodo antico, dove le dinastie si succedevano in continue lotte intestine, per la difficoltà obiettiva di avere un pacifico assetto normativo in un territorio vasto oltre 9 milioni di kmq (più o meno quanto oggi), dove vivono esclusivamente cinesi, ha inizio nel 221 a. C. con Ying Zheng re del Regno di Qin, ed ha lo scopo di porre fine alle guerre tra i Regni, senza alcuna volontà di espandersi ancora.

Non essendo la Cina seconda a nessuno, e bastando abbondantemente a se stessa, non ha alcuna necessità né di importare, né di apprendere da altri popoli, né di invadere o saccheggiare altri territori. La strategia dell’Impero, il suo esercito, grandioso, data la grandiosità del contesto, e tutto il suo apparato militare e amministrativo ha la sola funzione di difendere l’esistente. La stessa Grande Muraglia ha lo scopo di porre rimedio alle scorribande di armate provenienti dalla Manciuria e dalla Mongolia.

Esso, quindi, non ha nulla a che fare col concetto di IMPERIALISMO.

Stesso discorso va fatto per altre attinenti situazioni:

la conquiste di Alessandro Magno re di Macedonia, ad esempio, che pure riguardarono, tra l’altro, l’intero Impero Persiano, in pochi anni, a partire dal 326 a.C. ebbero brevissima durata, quella della sua giovane vita, praticamente; dopo di che ci fu uno smembramento non più ricomposto. Mancava il requisito della CONTINUITA’ e la visione generale di DOMINIO dell’intero Mondo conosciuto, perché l’epopea del Grande Alessandro possa avere collocazione nel concetto di imperialismo. Va dato atto, peraltro, che attraverso di essa, e le varie città col nome di Alessandria da lui fondate, si diffuse la cultura greca in Oriente; processo comunemente detto “ellenismo”.

Solo molto relativamente influente può essere considerato anche l’Impero Persiano.

Esso ebbe una funzione spiccatamente unificatrice di etnie e sistemi economici e politici, già in sintonia, dove però, data la vastità delle regioni considerate, la mancanza di un coordinamento, soprattutto in presenza dell’alternarsi di livelli di civiltà in fase emergente, con altri in fase di decadenza (come l’Egitto e la stessa Babilonia), poteva creare pericolosi scompensi.

A partire dal 550 a.C. Ciro il Grande raduna tutti i clan al suo comando; conquista quindi Babilonia, di cui rispetta le istituzioni, la religione e la cultura; ucciso in battaglia in Asia centrale, fu suo figlio Cambise a portare a termine la conquista dell’Egitto. Con Dario I, l’Impero ebbe la massima espansione; egli però fu sconfitto dai Greci a Maratona nel 490 a. C.; suo figlio Serse tentò nuovamente l’impresa di conquistare la Grecia, ma fu sconfitto a Salamina nel 480 a.C.

E’ qui che l’Impero stava per trasformarsi in IMPERIALISMO e, significativamente, fu proprio il mondo classico, il mondo dei Greci, a stroncarlo sul nascere. Più tardi l’imperialismo romano si sarebbe, invece, affermato anche sui greci.

Per concludere su questo punto, una storia a sé è anche quella dell’Imperatore del Giappone.

Una complessa e, in gran parte, criptica storia (basti ricordare che la prima effettiva apertura all’Occidente del Giappone, pur preceduta da notevoli precedenti episodi, risale al 31 marzo 1854, allorché le ”navi nere” degli Stati Uniti, forzarono gli eventi) accompagna la figura dell’Imperatore del Giappone che è, sostanzialmente, con gli alti e bassi dei secoli e delle alterne vicende, che non è il caso, qui, di riportare, un Imperatore SENZA IMPERO; una figura mistica e soprannaturale, più che altro, alla quale si ispira lo shintoismo, l’adorazione animista di tutte le cose dotate di energia primordiale, secondo cui l’Imperatore è sacro; e così sarà fino al gennaio 1946, allorché l’imperatore Hiro Hito dovette cedere alle imposizioni americane e pronunziò, via radio, alla nazione, il Tennō No Ningen Sengen, ovvero la dichiarazione della natura umana dell’Imperatore, riconoscendo, conseguentemente che non vi era alcuna superiorità dei giapponesi nei confronti della altre nazioni del Mondo.

Viceversa un Impero senza IMPERATORE fu inizialmente Roma che, ben 2 secoli prima dell’acquisizione della carica di IMPERATOR, da parte di Giulio Cesare, ebbe una considerevole espansione, per una sola città; tanto che, dopo la conquista della Sicilia, della Sardegna e della Corsica, durante le guerre puniche, potette già riferirsi con l’espressione Mare Nostrum al Tirreno, prima che, con la stessa espressione, fosse indicato tutto il Mediterraneo. Inoltre il fondamento dell’Impero non era di natura dinastica, anche se, episodicamente, con essa si intrecciava, ma di natura squisitamente politica e carismatica; e questa fu la sua grande forza nelle epoche d’oro; inevitabilmente, peraltro, finì con l’accelerare la sua rovina, nella sua decadenza, allorché i generali si contendevano l’investitura di “imperator” a suon di sfide ludiche e di agguati.

Ritornando ad Enea, non è che io sia particolarmente affezionato all’idea di Enea quale mitico fondatore, attraverso la sua storia e si suoi discendenti, della grandezza di Roma. E’ importante solo ribadire e sottolineare che la fondazione e la grandezza di Roma, non hanno alcuna derivazione o dipendenza dal mondo greco.

D’altronde, il mio intento, con questo, è di richiamare l’attenzione del lettore sugli enormi benefici derivanti al valore didattico, e di esperienza formativa e sociale della Storia, dal fatto che vengano individuati in essa dei punti nodali; quale è, o sarebbe, certamente, quello al quale ci riferiamo.

Se per cambiare rotta e far retrocedere il Mondo dal baratro verso cui è diretto, è necessario sconfiggere definitivamente l’Imperialismo, lo si può fare solo ancorandosi, nel modo migliore possibile, ad un punto nodale della Storia.

Immaginiamo che sia, almeno a grandi linee, corrispondente al vero l’epopea di Enea; ne deriva che se Troia non fosse stata sconfitta, se Enea fosse deceduto, se fosse rimasto tra le braccia di Didone, se… se… se…, non sarebbe esistita Roma come città-stato, e poi città imperiale, ma sarebbe stata semplicemente una città come le altre. Il mondo si sarebbe fermato a quell’epoca e solo con infinita lentezza, ci sarebbero stati piccoli cambiamenti.

Si parla, ovviamente di ipotesi, ma sono ottimi spunti di riflessione.

Per dare ad esse consistenza e sottrarle alla facile critica che la storia non si fa con i “se” e con i “ma”, le trasformo in certezze, nel mio romanzo “Rumore di passi nei giardini imperiali”, facendole risultare da un sofisticato e infallibile programma fantascientifico di ricerche storiche, Iota Hor, in grado di elaborare anche differenti alternative. Dopo di che tutto consegue, senza altri punti nodali, fino al mondo in stato di sfacelo e decomposizione, sullo sfondo del quale si svolgono le vicende narrate.

Ma questo è chiaramente un artifizio per sostenere la trama e il senso del romanzo.

Altri punti nodali avrebbero potuto esserci e potrebbero esserci nella Storia.

Se il Mondo si fosse fermato, una volta raggiunto un certo equilibrio, un certo benessere, nel XV secolo, ad esempio, in epoca rinascimentale, prima o nel contesto della scoperta dell’America, senza farne terra di conquista, come già altri precedenti naviganti ed esploratori avrebbero, con molta probabilità, potuto, ma se ne erano guardati bene, questo avrebbe avuto la valenza, nuovamente, nel mio pensiero, di un punto nodale, al quale ancorarsi e consacrare il pianeta Terra alla vita, non alla attuale disperata fuga dalla morte. Ma non è accaduto; del resto, non essendo l’Uomo a conoscenza di quale sarebbe stato il suo futuro, poteva esserci solo un’esile speranza che accadesse.

E se Napoleone Bonaparte avesse vinto la battaglia di Waterloo? Ecco un altro punto nodale. I principi illuministici di cui egli era, sia pure in modo imperfetto, portatore, si sarebbero pacificamente diffusi in tutto il mondo e trasformati in un socialismo fatto di solidarietà, uguaglianza, libertà, giustizia. Anche ciò non accadde; probabilmente NON POTEVA accadere. L’Imperialismo non ha i numeri per risolvere i problemi dell’Umanità perché suscita immancabilmente contraccolpi irrisolvibili. Gli Stati Uniti d’America intendevano davvero esportare democrazia, ma più che altro hanno realizzato oppressioni e dittature; l’Unione Sovietica voleva tradurre in pratica i principi marxisti, ma ciò che si è visto è solo tirannide.

° ° °

Quali altre possibilità ha il Mondo di non morire? A quale altro punto nodale può agganciarsi?

Una volta realizzato che il NEMICO MORTALE dell’Umanità è l’IMPERIALISMO, e che esso ha antiche radici di derivazione romana, e una volta affrancato, da ogni commistione con questo, che si è rivelato un vero CANCRO della vita stessa del Pianeta, il MODELLO CLASSICO e NEOCLASSICO, l’antica Grecia e il Rinascimento Italiano, risulta sgombrato il campo da molti ostacoli e si può riflettere con più chiarezza.

Nella sociologia moderna si parla molto di RIVOLUZIONE (v. riferimenti in MAPPA MUNDI – Domenico De Masi).

Solo per fare alcuni nomi:

Secondo Herbert Marcuse, le forze rivoluzionarie dei tempi moderni sono gli emarginati, i reietti, i perseguitati, i disoccupati, gli sfruttati del Terzo Mondo, che dovrebbero allearsi con quel che resta dei movimenti studenteschi e dei sindacati.

Secondo André Gorz, filosofo e giornalista francese, fondatore dell’ecologia politica, e, nel 1964 di “Le Nouvel Observateur”, “non c’è più bisogno di una classe rivoluzionaria per abbattere il capitalismo. Che sta scavando da solo la sua tomba e quella di tutta la società industriale”. Ma in questo caso è in errore, come implicitamente, lui stesso riconosce.

La rivoluzione, infatti ( di tutte le classi, le etnie e le realtà alternative all’assetto di potere di stampo imperialistico) non ha più, come obiettivo, l’abbattimento del capitalismo; bensì proprio quella seconda parte della sua frase: evitare che la caduta del capitalismo trascini con sé, nel NULLA, tutta la Società; per costruire un dopo-capitalismo, finalmente FELICE.

Secondo Ivan Illich , “per entrare in una fase di effervescenza propizia ad un cambiamento radicale, occorre che l’Umanità batta il muso contro catastrofi abbastanza grandi da scuotere il mondo, ma non così grandi da schiacciarlo” (l’alternativa è, appunto, quella della CATASTROFE così GRANDE da schiacciare il Mondo, e precipitarlo nel NULLA).

Egli individua tale inevitabile scossone, in un evento da molti anni in gestazione: una “rivoluzione ecologica, sociale e culturale, che abolisca le costrizioni del capitalismo”.

Ma in un modo traumatico, o in modo pacifico, per autonoma e diretta presa di coscienza dell’Umanità (eventualità, peraltro abbastanza remota), occorre in ogni caso, porre mente a che cosa si realizza; quale è il PUNTO di ARRIVO.

Questo è, o sarebbe, il VERO punto nodale.

La RIVOLUZIONE, in sé, è solo spargimento di sangue, come molte rivoluzioni, primavere, e sommosse, in modo particolare nei Paesi del Terzo Mondo, comprovano.

Anche nel mio “Rumore di passi nei Giardini Imperiali” si parla diffusamente di RIVOLUZIONE.

≪Beh… se questa è una rivoluzione…≫

≪In fondo, non è proprio questo il senso delle cose? Com’è che ha detto? Sapere diventa non sapereesserci dentroesserne fuoriessere proessere contro e così via… ≫

≪E le guerre? Vere, presunte, virtuali, abbandonate, ma mai del tutto, diventeranno pace, e la pace… guerra? Il mondo ha sempre proclamato la pace, dalla notte dei tempi, e che cosa ha fatto? Nient’altro che guerre… per quanti secoli, millenni ed ere? Che durata hanno avuto i tempi di pace… eh? Qualche anno? Qualche mese… o settimana? Forse ora che proclama la guerra, otterrà la pace!≫

≪Consideriamo il terrorismo allora! In che modo sono sempre stati affrontati i grandi, spinosi temi con i quali l’umanità ha dovuto confrontarsi? Col terrorismo! Oggi la risposta potrebbe essere il suo contrario.≫

≪Ah… e quale è il contrario di terrorismo?≫

≪Boh… sarà fratellanza?≫ (pag. 263)

≪Che rivoluzione?≫

≪Quale rivoluzione?≫

≪L’ultima! Come vedete… è ben difficile che ce ne possano essere altre. Sui libri non funzionò. Non funzionò nei Paesi industrializzati. Affatto nei Paesi arretrati. Assolutamente nei conflitti di classe, nelle aree urbane o rurali, nelle comunità e nelle caserme. Non generò significativi risultati tra i lavoratori e le fasce sociali inferiori; deboli fiamme lambirono gli animi dei giovani e degli intellettuali, o tanto roventi da annientarli. Questa è in tutte le dimensioni, i tempi, gli spazi, le menti, i cuori, e l’intero universo… di sicuro

quello conosciuto. Coinvolge tutti: poveri, ricchi, scienziati, filosofi, religiosi, manovali, borghesi, nobili, proletari, sottoproletari, emarginati e miserabili… pianeti, galassie, satelliti, asteroidi, continenti, Paesi, ogni corpo celeste vagante nello spazio ed entità territoriale o extraterritoriale.≫ (pag.255 – 256)

In questo caso, l’esito finale della RIVOLUZIONE, come si vede, è nel contrario di tutto, ma ciò è detto, chiaramente, in chiave ironica e provocatoria.

Si ha la sensazione, qui, di un benefico ritorno al passato; un buon auspicio:

Recuperare i valori dell’EPOCA CLASSICA, come sopra definita, in senso rinnovato e moderno. Un NUOVO RINASCIMENTO, diciamo, questa volta sul piano mondiale, e non solamente, o prevalentemente, italiano.

Per gli antichi Greci era disdicevole lavorare, piuttosto che pensare (il famoso “ozio creativo”); in compenso essi erano molto frugali nel cibo, nel vestiario, e in tutte le loro private esigenze.

Ora, non possiamo certo aspirare a questo, però operare affinché si affermino i principi di Aristotele, che non sono poi affatto distanti da quelli dell’Induismo, del Buddha, del Confucianesimo, ecc. è possibile e necessario: ARMONIA, MISURA, PRUDENZA, EQUILIBRIO.

Questa è certamente la soluzione.

Come si traduce in attività concrete della vita individuale e sociale?

Siamo alle battaglie di Maratona e di Salamina dei nostri giorni, e l’esito è quanto mai incerto. Diciamo solo che gli auspici e la storia sono dalla nostra.

Ritorniamo, anche qui, alla DECRESCITA FELICE, a Serge Latouche, Maurizio Pallante, e tutti gli operatori e uomini di pensiero che ne sono stati promotori e sostenitori.

(Attingo a piene mani da MAPPA MUNDI di De Masi)

La scommessa dei nostri tempi è una società capace di decrescere economicamente ma senza traumi, anzi migliorando la qualità complessiva della vita; dove l’altruismo dovrebbe prevalere sull’egoismo, la collaborazione sulla competizione sfrenata, il piacere del tempo libero e l’ethos del gioco sull’ossessione del lavoro, l’importanza della vita sociale sul consumo illimitato, e così via.

L’economista e poeta angloamericano Kenneth Boulding contrappone l’economia del COW BOY, fondata sulla rapina e sul saccheggio delle risorse naturali, all’economia del COSMONAUTA, che considera la Terra come una nave spaziale unica, sprovvista di riserve illimitate, sia per attingervi risorse, che per versarvi i suoi prodotti inquinanti.

Una società dove la sobrietà e la serenità dovranno soppiantare lo sciupio vistoso e lo stress; dove i bisogni potranno essere soddisfatti con spese contenute: l’introspezione, il viaggio, l’amicizia, la bellezza, la convivialità; una società nella quale si vive diversamente per vivere meglio, lavorando e consumando meno; una tale società non potrà che essere sociologica, antropologica, femminista, democratica, gioiosa.

Perché essa si realizzi, occorre che l’Uomo sia pienamente e sinceramente convinto che la CRESCITA è uno stato patologico, una malattia, un cancro; la DECRESCITA è un fatto positivo: un’uscita dalla malattia, un recupero della salute, una vitalità gioiosa, una pacificante rinunzia alla ricerca ossessiva della ricchezza.

DECRESCITA FELICE vuol dire recuperare alcune dimensioni perdute della nostra vita:

Il tempo per fare il proprio dovere di cittadino, il piacere della produzione libera, artistica o artigianale, la sensazione del tempo ritrovato, il gioco, la contemplazione, la meditazione, la conversazione, la gioia di vivere; inoltre l’amore della verità, il senso della giustizia, la responsabilità, il rispetto della democrazia, l’elogio della differenza, il dovere della solidarietà, l’uso dell’intelligenza (Cornelius Castoriadis);

in poche parole l’INCANTO della VITA.

Non c’è altra strada. Ho scritto diversi altri articoli su tale tema; ad essi mi riporto, senza bisogno di aggiungere altro.

C’è da dire che se l’Umanità riesce ad agganciarsi a questo punto nodale della Storia, ci sono forti speranze che tutto andrà bene.

Mi preme, invece, qui, passare rapidamente in rassegna, quale sarebbe lo SCENARIO, se, viceversa, questo non dovesse accadere, e, ancora una volta dovesse andare perduto quello che avrebbe potuto essere un punto nodale della nostra Storia.

Il DOMINIO dell’Uomo sull’Uomo, avviene, al giorno d’oggi, attraverso quattro fattori:

LA PUBBLICITA’ = essa alimenta artificialmente i nostri bisogni, creando una massa colossale di inquinamento materiale, visivo, auditivo, mentale e spirituale.

LE BANCHE = ci spingono capziosamente ad indebitarci per soddisfare questi bisogni indotti.

LA PROPENSIONE ad OSTENTARE i NOSTRI BENI = essi diventano simbolo di status, di intelligenza, di potere.

L’OBSOLESCENZA dei BENI = più apparente che reale, da sostituire via via, e sempre più rapidamente, con i nuovi prodotti, più attraenti perché più pubblicizzati.

Interi Continenti vengono depredati delle loro materie prime per consentire a pochi Paesi ricchi, di sguazzare nel superfluo. E, alla fine del ciclo, quegli stessi Continenti sono trasformati in immense discariche. 150 milioni di computer vengono trasportati ogni anno nel Terzo mondo; 500 navi al mese scaricano in Nigeria, rifiuti di metalli pesanti e tossici. Così un sesto della popolazione mondiale è riuscito a crescere a spese del pianeta, delle future generazioni, dei consumatori, degli operai e del Terzo mondo (Mappa Mundi pag. 690).

Mi fermo qui, solo per attenermi alla formula di Illich: sbattere il muso contro le catastrofi del Mondo, ma non tanto da rimanerne schiacciati.

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