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Celebrazioni ed esasperazioni di un Centenario
Tutti ubriachi del Futurismo. Che barba, che noia!

Parigi, 1912: da sx. Luigi Russolo, Carlo Carrà, Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni e Gino Severini.

        Siamo sinceri, non passa santo giorno che il Signore ha creato (intanto chiediamo scusa a Dio per averlo tirato in ballo), che non si apre una mostra, un festival, un reading poetico, una serata culinaria o di musica, non arrivino in libreria una catasta di libri che parlano di rapporti con la fotografia, il teatro, la pittura, la letteratura, la politica, insomma sembra di trovarci dinanzi ad un nuovo Diluvio Universale. Il fatto è che non c’è nessun Noè che dia ospitalità, perché l’assalto è continuo, caparbio, tenace, e sembra obbedisca ad un imperativo categorico: “non mollare”.

        Queste celebrazioni per il Futurismo, più precisamente i “Futurismi”, considerati gli affluenti che sono nati da tutta una serie di festeggiamenti a diversi livelli, in misura predominante quelli “locali”, sarebbe più esatto chiamarli “localistici” e “provincialotti”, sono in teoria più che giuste, come ha scritto domenica 19 aprile sul Corriere della Sera Gillo Dorfles, il quale dopo aver detto che “finalmente si è riconosciuta l’importanza di questa corrente come la più geniale del primo Novecento”, ha altresì aggiunto che “Dall’altro lato, per contro, non ci si è resi conto di quanto trombonismo, enfasi goffa, retorica da strapazzo, risultava in tante affermazioni perentorie, esaltazioni eroi-comiche, sia nel settore visivo che in quello letterario del movimento”.

     

        Il fenomeno “Futurismo” è ormai realtà pulsante della nostra quotidianità per cui è meglio mettersi l’anima in pace e affrontare la questione. Le proposte, in campo artistico, sono tantissime, per cui è difficile passarle in rassegna una per una, ma basterà menzionare almeno quelle più importanti a livello nazionale, come la mostra alle Stelline di Milano, quella alle Scuderie del Quirinale a Roma, quella al Mart di Rovereto che celebra Depero, mentre è mancato all’appuntamento una mostra importante a Bologna, che ne avrebbe avuto titolo a tutti gli effetti perché il famoso manifesto di Marinetti prima di essere pubblicato su “Le Figaro” di Parigi, era stato pubblicato il 5 febbraio 1909 su “La Gazzetta dell’Emilia”. Cosa che non soddisfa neppure la mostra varata da Beatrice Buscaroli, esperta e appassionata del Futurismo, attualmente impegnata con Luca Beatrice al Padiglione italiano della Biennale di Venezia. Centinaia altre sono disseminate lungo lo stivale, ognuna con un pretesto o qualcosa di specifico a giustificare l’importanza dell’Evento, ma che non aggiungono molto se non per piccoli contributi a sviscerare quello che è stato appellato non “solo come un movimento pittorico, ma un evento di natura globalizzante nelle arti e nella società” (Maurizio Scudiero, Exibart.onpapier), il quale in due fittissime pagine ci ha raccontato in lungo e in largo “il futurismo che ci aspetta”. Scudiero faceva delle anticipazioni, molte delle quali confermate, alle quali altre se ne sono aggiunte con un crescente ai limiti dell’orgiastico. Citiamo fra le tante “Umbria futurista, 1912-1944”, e com’era prevedibile anche Internet non è stato trascurato, cui hanno dato vita i Neofuturisti che lanciarono i loro primi manifesti nel 2005 addirittura nello storico Caffè delle Giubbe Rosse di Firenze. E tanto altro ancora.

        Anche la Puglia non è mancata all’appuntamento, progettando mostre a Bari, a Cavallino, a Brindisi, in provincia di Taranto, ma se escludiamo quella brindisina fondata sui rapporti tra il movimento marinettiano, oltre la sua specificità, con l’incursione in altre branche della creazione artistica: pubblicità, grafica, ecc…, si è puntato poco o niente ad una verifica concreta del contributo, probabile ed effettivo, offerto da artisti e letterati di Puglia all’idea futurista. Ma forse è stato un bene, altrimenti ci saremmo dovuto sorbire chissà quanti panegirici di illustri e fantomatici personaggi, che prima d’ora non hanno mai contato nulla nella storia dell’arte o della letteratura italiana, e di ciò ringraziamo il buon Dio visto alcuni segnali premonitori.

        La marea montante non ha risparmiato il settore dell’editoria, che è stato preso d’assalto, provocando, d’altro canto, l’oscuramento di alcuni titoli davvero importanti, dei quali diamo en passant notizia. Non si possono dimenticare il “Futuristi in politica” (edizioni Laterza) di Emilio Gentile; “Visita a Marinetti” (Viennepierre) di Guido Davico Bonino; l’ottimo ed esclusivo “Futuriste italiane nelle arti visive” (De Luca) di Mirella Bentivoglio e Franca Zoccoli; il monumentale “Futurismo. La rivolta dell’avanguardia” (Silvana Editoriale) di Giovanni Lista, tradotto in Italia dopo la sua prima versione in francese avvenuta nel 2001. Ma anche una “Breve storia del futurismo” (Mursia) di Giacomo Properzi, e ancora il volume di Giordano Bruno Guerri, uno studioso attento della storia politica italiana e agguerrito biografo dell’avventura anarchica di Marinetti.

        Anche molti giornali, periodici e quotidiani, e riviste specializzate hanno lanciato sul mercato “speciali” su “speciali”, spesso sforando il ridicolo con le loro velleità di “apparire” quello che certamente non erano e non “sentivano” affatto. Un contributo per certi versi costruttivo è stato messo in campo dalla rivista napoletana “Il Cerchio” diretta da Giulio Rolando, il cui ultimo numero (gennaio/marzo 2009) offriva alcuni inediti su “Napoli Futurista, 1909-2009”, sia pure con qualche forzatura di troppo, ma sicuramente un buon ventaglio di proposte soprattutto nell’ambito delle arti visive con i saggi di Luigi Tallarico su “Il Futurismo e la provincia”, quello di Maurizio Vitiello con “Post-Futurismo e dintorni”, e soprattutto quello di Matteo D’Ambrosio con “Il Blocco-Forze-Futuriste napoletano e il suo Manifesto (1926-27)”, mentre qualche altro articolista ha sentito la necessità di deragliare, e arrampicandosi sugli specchi, ha tentato strade tortuose per ribadire assolute nullità.

        Detto ciò, al di là dei facili entusiasmi o delle altrettante rampogne critiche, e non volendo accomunarci affatto a coloro che sostengono che “passata la festa”, di Futurismo non si parlerà che fra altri cent’anni, non risulterà allora peregrina la scelta di mettere il punto sulla questione. Una cosa è certa, anzi sicura, molti pigmei ritorneranno nelle soffitte e lì vivranno a lungo. Chi – ingenuamente o pretestuosamente – ha pensato di cavalcare la tigre del centenario per conquistarsi la sua poltroncina di potere, dovrà mettersi l’anima in pace e tornare a leggere seriamente i Padri della nostra civiltà letteraria, dai quali ha ancora tanto da imparare. Sicuramente non è con il vaniloquio starnazzante, né tanto meno con l’abiura delle regole, spacciandosi per “avanguardista” e nella fattispecie per “futurista”, che si costruisce l’edificio della cultura, la quale, come in ogni costruzione che si rispetti, deve avere fondamenta solide, e con questo termine s’intende la conoscenza, di tutto il sistema strutturale che richiede una lingua, scritta o parlata. Non si può, in preda a facili orgasmi intellettuali, annullare il bagaglio di una tradizione dalla quale bisogna sempre partire per poi puntare a nuovi e sicuramente innovativi traguardi. E’ chiaro a tutti che non ci può essere “innovazione” se non nel rispetto della “tradizione”, quest’ultima non già emblema di una cultura parruccona o imbavagliata, ma il passaporto attraverso il quale ognuno può camminare e vedere con i propri occhi la realtà circostante. Sicuramente non è rifiutando aprioristicamente quello che è stato fatto prima di noi, che si raggiungono risultati “progressisti”, se non abbeverandosi alle fonti della grande civiltà culturale di tutti i tempi.

Umberto Boccioni:
Forme uniche della continuità nello spazio, 1913, Milano, Civico Museo d'Arte
Giacomo Balla:
Dinamismo di un cane al guinzaglio, 1912, Buffalo, Albright-Knox Art Gallery
Antonio Sant'Elia:
La città nuova, 1914, Como, Museo Civico

        In definitiva, non è con le “ammucchiate” che si erigono realtà, come è successo per molte iniziative sul Futurismo, inglobando al loro interno di “tutto, di più”, ma tenendo diritta la barra della navigazione, perché in alcuni casi c’è sembrato che il Futurismo sia stato “tradito” essenzialmente nella sua essenza, rovesciando i principi a cui s’ispirò, soprattutto per quanto enunciato al punto 10 del pluricitato “Manifesto” che recitava: “Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie ecc..”, dal momento che a nessuno sfugge che ormai le opere di Boccioni, Balla, Depero ed altri, ormai sono custodite nelle più importanti Gallerie d’Arte italiane ed estere. E non è cosa di poco conto, ma c’è anche dell’altro da mettere sul piatto della bilancia, e concludo, ancora con le parole del menzionato articolo di Dorfles il quale così racchiude il suo pensiero: “D’altro canto molte “sparate” enfatiche, come gli appelli alla guerra, l’enfasi entusiasta per il meccanicismo, l’appello alla distruzione dei musei, devono essere valutate quali ingenue esaltazioni da cui è ovviamente meglio stare alla larga, perché fanno parte dell’ambigua atmosfera che, come è noto (e sin troppo sottolineato), conduce al falso eroismo fascista”. Prosit!

Angelo Lippo
Direttore rivista d’arte e di letteratura “Portofranco”

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