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Luciano Nanni è scrittore ben conosciuto nell’ambito degli “addetti ai lavori”, soprattutto per la sua attenzione all’analisi testuale delle opere letterarie. Suo, infatti, è l’utilissimo Glossario di metrica italiana (2000, 20052), ma vastissima è la bibliografia recensoria sulle pagine, fino al 2005 della rivista Punto di Vista, oggi compresa nel sito web Literary.it, che testimonia la perizia e la profondità dei suoi interventi sempre improntati alla decifrazione dei valori linguistici ed effettivi dei testi presi in esame. Ma Nanni è anche prolifico narratore, come dimostrano le sue pubblicazioni nel tempo di volumi di racconti. Da La città profonda (1984, 19992), Abadon (1993), Corpus e altri racconti (2002), Ratio (2005) e ultimissimo Il colore dei morti (2006).

Ancora una volta Nanni si rivela affabulatore attento e preciso. La sua prosa scorre levigata. Nei suoi racconti non è possibile scovare cadute di stile o pause di alcun genere. Tutto scorre liscio, ma quel che impressiona è che spesso e volentieri i fatti che “racconta” non sono affatto immediati, tutt’altro. Forse è proprio a motivo di questa scabrosità di eventi, di una collocazione poco visibile, che egli riesce a tracciare una parabola di occasioni esistenziali ed umane, spesso ai confini della realtà. In effetti, in molti hanno indicato nella sua scrittura una vena di “oniricità”, di superamento del reale, di istanze kafkiane che si alternano all’interno di un dramma spettacolare, ma il tutto viene ad essere inglobato nello scrigno di una scrittura emblematica e definitoria. Questi ultimi racconti si muovono sull’onda di un discorso che non si esibisce, che non si esautora nella sua affermazione conclusiva e concludente, ma scorrono veloci sul crinale di uno sguardo profondo e percettivo con una amarezza di fondo. Al di là dei suggerimenti e delle evocazioni tristi che il titolo suggerisce, ogni racconto è vestito di quel dolore sotterraneo, di quella ferita sempre aperta, che è la nostra quotidianità di animali alla ricerca di un approdo. Un sogno sempre inseguito e il più delle volte inconcluso e impercettibile, appunto come può essere “il colore”, quel “viola” che nella sua cromaticità ci conduce alla memoria del trapasso. Sono racconti, quelli di Nanni, che si intrecciano e si snodano parlandoci di una verità che non può essere dimenticata, che non possiamo mettere in un cantuccio, perché c’è sempre qualcosa, qualcuno, un gesto, uno sguardo, a richiamarcela nella sua pienezza. Ma spesso quella verità è ammantata di mistero, di silenzio, entità che ci indicano la strada dell’approfondimento, della scoperta, che è, poi, il fondo più intrigante del nostro essere uomini. Uomini che vivono per accendere “il colore dei morti”.

Recensione
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