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Ci vestiremo di versi

Presentazione
Libreria Edison
Firenze, 5 settembre 2001

In una sera di autunno piovoso che noi ci raduniamo a parlare di poesia è un piccolo evento, decisamente molto controcorrente . La p o e s i a in senso stretto è del tutto fuori moda: il cinema, la pubblicità, la televisione non ne parlano, non la fanno, non la presuppongono. Anche i libri dedicati alla poesia sono un po’ clandestini, alla macchia, esili, quasi introvabili nelle librerie, anche in questa splendida libreria. Forse voi potreste dire: le canzoni alludono alla poesia o per lo meno usano quella rima “cuore- amore” che Saba considera “la più difficile del mondo”: La usano e ne abusano, come tutti voi sapete. Ma sul significato espressivo e sentimentale delle canzoni lasciamo quello che ha detto Proust, che è abbastanza: “le canzoni sono molto importanti, ma certo non sono le poesie”. Una volta chiesi all’amico Mario Luzi: “Ma che differenza c’è tra una tua poesia e una bella canzone?”E lui mi disse: ”In una canzone, se è riuscita, le parole sono belle; in una poesia, se è riuscita, le parole sono n e c e s s a r i e, che è diversa cosa.

Anche a scuola – io so che la signora Patrizia insegna e naturalmente qui ci saranno altri insegnanti – la poesia la si continua a leggere, ovviamente. Ma, voi mi insegnate, poco si manda a memoria, il che non è bello, perché nel patrimonio personale, esistenziale di ciascuno di noi, anche dei più semplici, c’erano dei versi, che ci ripetevamo da adulti, che ci dicevano insieme la giovinezza e che erano un’ allusione a nominare le cose belle che con le nostre parole non sapevamo nominare. Quindi la m e m o r i a della poesia era una memoria importante. Ma siccome oggi, dominati dal profitto, il profitto non vuole che abbiamo memoria, vuole che viviamo solo nell’attualità più stretta – perché ci vuole consumatori e non persone – allora la memoria è stata abolita. Per quanto riguarda le cose tecniche non ha importanza ( ci sono i computer, ci sono le calcolatrici), ma per quanto riguarda le cose della vita, che sono meno, come dire, meno superficiali, ecco lì, la memoria conta. Ebbene, anche la scuola resiste in alcune roccheforti, i licei classici, ma, altrimenti, sulla poesia c’è una sorta di ambiguità tra un certo onore rispettoso e una certa tiepida indifferenza, direi quasi sopportazione. Non a caso quando uno dice una cosa un po’ imbecille, si dice “sei un poeta”. Questo è uno dei modi con cui noi parliamo della poesia.

Ecco, eppure questa serata qui tra di noi non credo che appartenga a quelle piccole accademie di provincia in cui ci si loda a vicenda sul poeta o sul pittore locale. E’ qualcosa di d i v e r s o, vuole essere qualcosa di diverso e, sebbene sia difficile in pochissime parole, io cercherò di spiegare a Patrizia, a voi e anche a me stesso ‘perché’. Perché questa serata, attraverso il libro di Patrizia, allude a qualcosa di non secondario, a qualcosa di importante. Intanto questa serata ci propone un caso r a r o, un caso polemico, un caso innocentemente coraggioso di f e d e l t à e di f e d e alla poesia, che è tutto il contrario di quello che dicevamo fino ad ora. E che tocchi a una donna, mostrare che, come si suol dire, “il re è nudo”, e cioè che evasivo e fallace è – come dimostra il libro – l’incanto dell’attualità effimera, l’uccisione della memoria, il prevalere della emozione fine a sé stessa, la desolazione di un viaggio, come quello di tutti noi, senza una bussola, la liquidazione di ogni trascendenza, ecco che tocchi a una donna mostrare che “il re è nudo” ( per carità, non voglio parlare di poesia al femminile o poesia al maschile: Saffo e Pindaro, se permettete, si equivalgano, se pur partendo da posizioni molto diverse per i traguardi che raggiungono, quindi non parlo di poesia al femminile), ma che tocchi a una donna proporre questa sorta di polemico disvelamento, con una sua straordinaria, intrepida i n n o c e n z a, forse non è un caso. Perché mi sembra di vedere da parecchi segni intorno, se ci guardiamo, che il senso di salvare una sacra continuità messa continuamente a repentaglio sia uno dei segni del materno, uno dei segni della creatività al femminile.

Ma perché ho detto “intrepido coraggio di s a l v a r e” e di salvarci da che cosa? Ecco, in queste poesie voi trovate che c’è l’intenzione, la volontà di una salvezza i n d i v i d u a l e, quella del poeta con se stesso – cioè della creatura umana – e di quella c o l l e t t i v a, che si può chiamare società, con una parola sfilacciata ormai (di sociologia non ne possiamo più), che possiamo chiamare collettività, che possiamo chiamare comunione, a seconda della declinazione spirituale con cui vogliamo intenderla. E vediamo: qual è lo scopo della poesia raccolta in questo libro? Mi sembra di cogliere che è uno scopo d u p l i c e: il primo è quello di farsi confessione, di farsi diario. Questo è ancora, diciamo, l’intenzione esistenziale, individuale, solitaria, di farsi confessione e diario per cogliere, citando le parole di alcune poesie, “la pena che giace al fondo” e per dare voce a quella “passione di vivere” che “ribolle incosciente”. Questo è, diciamo, il momento individuale, singolo della salvezza. Poesia, dunque, come ancora di salvezza.

Ma poi, ecco il secondo scopo, la duplicità, anche come annuncio compartecipativo agli altri. C’è una poesia che dice “Vola poesia”, vai verso gli altri. E, guardate, curioso, si rivolge agli altri con un senso collettivo. Sembra finito, nella poesia italiana, il dominio del “tu” montaliano, che ha determinato tanta poesia e poi anche tanta falsa e secondaria poesia. Ma invece qui in Patrizia è un grimaldello collettivo, è l’ultima possibilità di salvazione universale e politica. La chiamo ‘politica’ perché è ‘polis’ tutto ciò che riguarda la collettività nella sua vita e nei suoi destini. E allora, in questo senso collettivo, noi troviamo una poesia che dice “Sorgi poesia” e un’altra che dice proprio “Vola poesia”, ma non prosegue come il classico esempio a cui si rifà: “Va tu leggera e piana presso la donna mia…” di memoria quasi trecentesca, ma invece si rivolge a tutti, “anche a chi non la cerca” come dice in un verso. E’ proprio un a p p e l l o .

Ma, visto da dove parte e a chi si rivolge, domandiamoci di che cosa è fatta questa poesia e a che cosa tende. Ecco, amici, qui bisogna ricordare lo scenario in cui anche un poeta nuovo e abbastanza solo ancora culturalmente nasce e sorge. Noi assistiamo ai giorni d’oggi, come tutti possono vedere, a quello che gli studiosi d’oggi chiamano “i l  t r a m o n t o  d e l  v e r b a l e”, cioè a una perdita di valore della parola. Voi sapete che ogni secolo ha privilegiato uno dei nostri sensi: il Settecento è stato il secolo dell’o l f a t t o, quando le prime grandi città erano putrefatte dagli infiniti detriti e dalla mancanza di igiene e per converso la nobiltà, si incipriava e si profumava altamente. In questa lotta tra il mefitico e il profumato il Settecento è stato il secolo dell’olfatto, (basta ricordare le pagine dell’Algarotti o poi del Magalotti) ; l’Ottocento è stato il secolo dell’u d i t o, dell’ascolto, è stato il secolo della musica, ha inventato il melodramma; abbiamo fatto la politica attraverso le opere e l’unità d’Italia nasce con la storia dell’opera. Il nostro tempo, come tutti sanno, è il tempo dell’i m m a g i n e, privilegia la visione in maniera totale. Questo lo vediamo al cinema, lo vediamo nei manifesti…l’immagine ha sconfitto la parola e per le giovani generazioni – e qui chi insegna lo saprà – l’ascolto della musica assume un valore di cemento e di emozione che nessuna parola riesce loro a dare.

Eppure fino a ieri era la parola che dominava, era la parola in ogni cosa: dominava nella politica, dominava nella liturgia. Anche se il Concilio Vaticano II ha voluto riportare al parola in grande prestigio, eppure, se voi vedete, nelle grandi manifestazioni scenografiche pontificali non è la parola che domina, è l’immagine, la coreografia e lo spettacolo. E questa morte della parola o perlomeno questo tramonto o eclissi della parola – e badate, sto parlando della parola perché parliamo di un poeta – questo eclissi della parola è accompagnata da un altro eclissi che con la parola si congiunge, dall’eclissi del ragionamento argomentato. Ormai al ragionamento argomentato, a quella che noi chiamiamo la r a z i o n a l i t à, si va sostituendo in maniera veloce e preoccupante l’emozione, il vissuto, la corporeità …Noi siamo stati educati per anni alla spiritualità, persino eccessiva (venivamo da una cultura idealistica in Italia), oggi invece…Ma voi direte: “Ma perché la prendi così larga per parlare di un poeta?” Perché un poeta, prima di tutto, è una creatura dentro il suo tempo e poi manovra strumenti e materiali così preziosi e specifici che spesso sono oppositivi alla società corrente e quindi bisogna pure analizzarli per capirli.

Pur nel ‘tramonto del verbale’, non sono solo i suoni, i colori, le immagini, le materie, ma sono solo le parole che contano per un poeta e soprattutto in questo libro. Guardiamolo un momento prima di leggerlo: un libro è una “macchina”, è una macchina che raccoglie, esprime e propone. E allora cominciamo a guardarlo in copertina. C’è in copertina una giovane fanciulla che suona il violino in un paesaggio abbastanza spoglio. Potremmo dire con una citazione un po’ sforzata che è un’immagine chagalliana, ma io preferisco dire che è lei, è l’a n n u n c i a t r i c e, è la suonatrice di violino, è colei che annuncia…

E ora osservate qual è la parola più importante. Io sono cresciuto alla scuola di alcuni insigni linguisti: il mio maestro è stato Devoto, è stato Migliorini e mi insegnavano anche un’umile impresa, quella di contare le cosiddette parole ‘ritornanti’ all’interno di un testo. Oggi lo fanno i computer, come voi sapete, l’analisi delle varianti, etc. Qui è molto semplice, perché le poesie sono poche. Ad apertura di libro io trovo: “Perché la p o e s i a?” e più sotto: “p o e s i a è forse …” e prima “tutte le p a r o l e”, “tutte le p a r o l e d’amore”e “sera cara ai p o e t i”. Poesia’, ‘poeti’, ‘parole’. Andiamo ancora avanti, perché le ho tutte segnate: Chi sa se mai saprò d i r v i”, e più avanti “le p a r o l e che si dicono v e r s i” e poi ancora, scorrendo, “p o e s i a, sperimento p a r o l e”, “sorgi come una liberazione, p o e s i a ”, “lacrime scritte sono i v e r s i ” e poi ancora ”liquefatte p a r o l e ”. E poi in fondo “vola p o e s i a, le tue p a r o l e ..”, “p o e s i a che tutto lava e purifica e protegge”.

Avete visto quante volte ritorna. Negli scrittori le parole tornano come gli assassini nel luogo del delitto, perché evidentemente hanno un peso specifico. Ora accanto a queste parole Patrizia ha messo degli avverbi dubitativi.: “forse”, “chissà” e degli aggettivi: “tante”, “tutte” e poi ha usato questi verbi: “sorgi”, “vola”, questi ottativi o imperativi che, come voi vedete, sono molto trasparenti nell’indicare quella che io ho chiamato la fede e la fedeltà alla poesia, questa strenua fede nella parola così poco consentanea con la sensibilità che il mondo oggi ci presenta. Al tramonto della parola un poeta innocente – poi cercherò di spiegare il perché di questo attributo, di questo aggettivo – punta tutto sulla parola: questo ha un profondo senso.

Potrei fermarmi in tante variazioni interessanti. Per esempio ne leggevo, così ulcerata e immediata, la poesia al padre: “Ti vado cercando, padre, | negli occhi di chi rimane: | persone che hanno la stessa tua calma coerenza”... (non a caso la poesia ha vinto il primo Premio nel 1998 a San Mauro a Signa). In genere i poeti maschi rivolgono la loro poesia alla madre, da Ungaretti (“ricorderai di avermi atteso tanto | e avrai negli occhi un rapido sorriso”..) a Montale, molto più castigato e attento. Ma ci sono anche i poeti del padre: penso a Sbarbaro e alla sua bellissima poesia al padre, penso a Quasimodo, ricordate? Il papà rimasto in Sicilia, capostazione, che ha sulla testa questo “cappello con il rosso gallo isolano” oppure anche Alfonso Gatto….

In “Ci vestiremo di versi” c’è una poesia al padre, alla madre, al figlio, c’è anche una poesia a se stessa, ai suoi anni, che mi ricordava una poesia di Mario Luzi .”Qui in quest’età che sai, né giovane né vecchio..” Quindi, vedete, questa fede, fedeltà alla parola si esercita su un paesaggio, su dei contenuti estremamente convenzionali – “convenzionali” non in senso spregiativo, nel senso primo, forte della parola – cioè nelle cose della realtà quotidiana, nel domestico, nel familiare.

E poi c’è un altro piccolo aspetto che un lettore non del tutto disattento deve cogliere. Questo probabilmente nel tempo andrà stemperandosi: la nostra Patrizia usa delle parole che i linguisti chiamano estremamente connotative rispetto alle parole denotative. Per chi eventualmente avesse fatto studi di ingegneria anziché di letteratura, basterà dire che la parola connotativa è quella che serba un’enorme intensità espressiva: casa, madre, patria. La parola denotativa è quella che comunica e basta: dove vai, che ore sono…Ora i poeti oggi hanno cessato l’uso connotativo della parola. Una volta si diceva “patria”: “I sepolcri” sono pieni di parole connotative e anche i sonetti foscoliani; già in Leopardi c’è la “gallinella”, c’è la “primavera che brilla nell’aria e per li campi esulta” dove “primavera” e “brillare” sono due parole estremamente quotidiane ma che unite creano una misteriosa ed eccezionale fusione . E invece se voi prendete il più grande poeta italiano, Eugenio Montale, voi vedete che è estremamente denotativo, cioè usa le parole delle cose, nomina le piante, nomina il “guscio di cicala”. Ricordiamo questi versi: “accorgersi con triste meraviglia | come tutta la vita e il suo travaglio | è in questo seguitare una muraglia | che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Montale porta addirittura i detriti dentro la poesia, anche se poi vola, naturalmente, altissimo.

Questo per dire che invece la poesia, più innocente, di Patrizia non chiede nulla a questi grandi modelli, come non lo chiede al “tu” che, per usare una parolaccia, da Montale in poi ha ‘impestato’ la poesia e la pseudopoesia contemporanea per la sua straordinaria forza, naturalmente.( Voi ricordate: “Non recidere, forbice quel volto | non far del grande viso in ascolto | la mia nebbia di sempre”…) La poesia di Patrizia è una poesia che, vorrei usare una parola che per chi è vissuto in anni di fascismo suona male, è una poesia “autarchica”, autonoma, cioè fa parte di un’economia tutta sua, delle parole che si è scelta e che sono quelle e che non echeggiano nulla della poesia contemporanea, quasi nulla della poesia maggiore contemporanea, quella che influenza i giovani poeti. E’ poesia che non propone, se voi la leggete, la pittorica voluttà del paesaggio, per esempio, che è tipico di tanta poesia, soprattutto femminile. Siamo in Toscana? Portatelo in Cile questo libro, non se ne accorgerà nessuno. Non c’è erotismo o, se volete, la passione d’amore. Ho usato la parola più grezza, ma che oggi va molto per la maggiore . Non c’è quella spinta di tipo istintuale o passionale verso l’altro che anima tanta della poesia soprattutto femminile che, si suol dire per tradizione, è poesia d’amore. Non che non ci sia passione: “ribolle incosciente la passione di vivere”, anzi, lei scrive. Ma occhieggia per barlumi, per dir così, non si fa mai statuto della poesia. E non c’è trascendenza, un altro degli aspetti che governano molto spesso la poesia. Il poeta finisce, quando è deluso dal dialogo con gli altri, quando è ormai afono del monologo con se stesso, finisce per rivolgersi ad altre voci, alle voci di quello che si può chiamare “il totalmente altro”, la trascendenza. Non ci sono queste cose, almeno come grimaldelli formali o statutari di questa poesia. C’è invece questo orizzonte che ho chiamato autarchico, ma che vorrei dire domestico: il padre, la madre, suo figlio, gli anni, sè bambina, c’è molta autobiografia, a partire dalla copertina che io mi permetto di intitolare “L’annunciatrice” con il violino.

Ma eccoci al punto decisivo: in un momento di tramonto della parola e senza tener conto dell’altrui poesie, Patrizia p u n t a  t u t t o sulla p a r o l a. Parola come portatrice di poesia, parola diretta a sé stessa come confessione diario e alla collettività: “Vola”, “Sorgi”… La domanda decisiva – ed ecco perché dicevo che stasera non è solo una riunione di provincia intorno a un piccolo libro di poesia – la domanda è questa: si p o s s o n o ancora o g g i usare le parole come si usavano un tempo? Questo è il problema, che è un problema letterario e linguistico, ma è anche un problema antropologico, generale.

Che cos’è la parola? Noi sentiamo che è terribilmente necessario e urgente, in tutti i settori. Si dice che “non ci si capisce più”, che “le coppie si sfanno”, che “c’è incomunicabilità” (noi abbiamo queste frasi ‘passpartout’) e poi si dice che nella politica “raccontano balle”, anche lì, un’altra incomunicabilità…Ecco, di fronte a queste incomunicabilità personali e collettive, esistenziali e politiche, noi sentiamo urgente e necessario il bisogno di r e c u p e r a r e  l a  p a r o l a contro le false cose. Queste false cose sono l’effimero della falsa coscienza, le false emozioni di quando si sostituisce il mercato e il profitto all’autenticità della vita umana. Ma si possono recuperare e usare queste parole senza passare attraverso il processo che alle parole ha fatto la coscienza culturale moderna? E il poeta come si trova di fronte a questi suoi così urgenti e così svalutati materiali? “Parole”, voi sapete, intitolò Prevert una delle raccolte che tutte le nostre figlie hanno imparato a memoria. Ma di contro a questo grande poeta delle emozioni, vicino alle canzoni direi, il grande Lichtenstein ha detto: “Di ciò che non si può parlare bisogna tacere”. E’ uno degli aforismi del suo teorema, una delle grandi frasi dell’età contemporanea sul parlare e il tacere e poi Mallarmè aveva già annunciato “la carne è stanca e i libri sono tutti letti”, e poi ancora Andrè Gide, nella prefazione di uno dei suoi libri più belli, “O lettore, getta questo libro”, cioè l’opposizione stessa dell’autore a ciò che aveva fatto. Oppure Montale quando dice: “codesto solo oggi posso dirti | ciò che n o n siamo, ciò che n o n vogliamo”.

Dunque la parola ha passato un lungo processo nella coscienza culturale del nostro tempo, che si è concluso, direi, con quello splendido libro che sono “Le parole” di Sartre, in cui egli dimostra come lui stesso, con un processo inflessibile di autoanalisi, si sia creduto scrittore per ingannarsi così con una falsa coscienza, per ingannarsi credendo di farsi annunciatore di verità assolute, mentre era solo un piccolo sconfitto. Dunque anche la poesia è passata al vaglio della razionalità novecentesca e la parola ne è uscita quasi distrutta.

Allora dunque concludo e credo di non aver evaso il tema di questo libro, anche se apparentemente ho parlato di cose vicine più che di questo libro: la nostra poetessa sta sul difficile crocicchio tra le parole che la coscienza del nostro tempo ha processato e trovate vane e insieme sull’urgenza di recuperare le parole. Le parole: uniche cose perché sono le sole che – nominando le cose e nominando il mondo – lo c o n s a c r a n o . Non è un caso che la grande sapienza religiosa affidi alle parole il valore taumaturgico di cambiare le cose. Solo quando si nomina si consacra il mondo e non a caso quel vertiginoso testo, per credenti o no, che comincia “in principio era il verbo” è evidentemente uno dei cardini sul problema di questa fragilissima farfalla e insieme di questo fortissimo marmo che è la parola.

Si trova la nostra poetessa su quel crocicchio. Ebbene, le siamo grati, noi siamo grati a lei di averci permesso con le sue poesie non nude, ma senza orpelli e che stanno tra la nudità e l’orpello – e se ne difendono da tutte e due – di averci permesso di ricordare una grande cosa che riguarda, guarda caso e non a caso, una donna: nelle “Mille e una notte” Sherazade evita che venga compiuto l’omicidio della vittima raccontando ogni sera un racconto, una novella al potente. Fino che lei racconterà una novella, non avverrà l’omicidio. Questa è una trasparente storia che l a  p o e s i a  e  l a  p a r o l a  s a l v a n o d a l l a  m o r t e.

Questo libro è un monologo, un monologo intelligente, originale, autonomo, che parlando a se stessa e parlando agli altri, salva dalla morte, che è un pensiero molto sotteso a questo libro, assai più di quanto appaia. E lasciate che io concluda, leggendo io questa questa “poesiuola cavalcantiana” che chiude il libro:

VOLA POESIA
ANCHE CON LE ALI STANCHE,
ANCHE NELLA NEBBIA E NELLA NOTTE,

VOLA POESIA,
COME UN INNO,
COME UNA PREGHIERA,
COME UN REGALO INATTESO,
LA TUE PAROLE
COME UN MOTORE,
I TUOI VERSI
COME UN’ORCHESTRA,

VOLA POESIA,
PER TUTTI,
ANCHE PER CHI NON TI CERCA
O NON TI CREDE,
VOLA POESIA,
COME UN GABBIANO,
COME UNA PREDA INSEGUITA,

VOLA POESIA,
CADI COME UNA PIOGGIA SOTTILE,
COME UN URAGANO,
UNA NEVE BIANCA
CHE TUTTO PURIFICA
E LAVA E PROTEGGE,

VOLA POESIA,
PER QUALCUNO
SEMPRE SARAI
LA GOCCIA DI PACE
E DI LUCE.


Intervento dell'autrice

Io ringrazio moltissimo il Prof. Listri, perché sentendolo parlare è come se avessi veramente provato e sentito quello che avevo dentro e che mi ha portato ad avere il coraggio di pubblicare questo libro, di dare alle stampe una cosa che è nata sicuramente e fondamentalmente innanzitutto da un’esperienza personale, da delle emozioni, da dei sentimenti, da un vissuto: come ha detto lui e come aveva sottolineato anche il Prof. Luti,” è un trepido diario”. Ci sono poesie che risalgono anche ad anni lontani, che parlano non di cose straordinarie ma di fatti che possono succedere a tutti, come l’amore, il dolore per la perdita di un familiare, quello che si cerca di trasmettere ai nostri alunni, il nostro lavoro, un paesaggio, una città che ti appare.

Evidentemente dentro di me c’è stato tutto questo, ma oltre a questo, nel momento stesso in cui ho deciso di pubblicare questo libro, c’è stato anche questo tentativo, questo atto di “fede”: trovo molto giusta questa parola e la ringrazio . E’ proprio un atto di fede nella parola poetica e lo dimostra il titolo “Ci Vestiremo di versi” e le parole con cui comincia il libro “resteranno le mie parole”. Io spero e mi auguro che queste parole siano qualcosa che resti, ma non tanto per me quanto per questo atto di fede nella poesia, in questa poesia che purtroppo oggi è una musa dimenticata. Qualche volta mi è capitato di entrare in una libreria e di chiedere del settore della poesia ed è sempre nell’angolo più nascosto: raramente i libri di poesia sono messi negli scaffali dei libri sui quali deve cadere l’occhio di chi circola nella libreria. Io invece credo molto nella funzione della poesia, della parola poetica e mentre lei parlava mi veniva in mente l’inizio di una mia poesia che non è pubblicata e dice “non ho che parole cantate | per disegnare la vita”. Ed è vero infatti: ritorna questa fede nella parola poetica, che in fondo è fatta di parole comuni, parole di tutti i giorni, però che non sono dette, non sono scritte, non sono disposte come le altre parole. E’ come una magia un verso poetico: è un qualcosa che dice la vita ma la dice in un modo d e f i n i t i v o …

Adesso mi viene in mente un’altra poesia che le ho citato quando ci siamo incontrati qui a Firenze, un’altra mia poesia che è nettissima,... è fatta di pochissimi versi ed è intitolata “Poesia”:

Parole da non spostare
parole da non cambiare
parole da meditare
parole da ricordare
poesia:
definitive parole.

Quando una poesia è scritta non si può, non si deve, cambiare più niente, diventa un atto chiuso, finito in quel modo, però diventa un’espressione di vita. C’è una mia poesia che è antica, scritta tanti anni fa e che sembra rispondere a quello che è il tema che ha sottolineato il Professore. Si intitola “Perché la Poesia”:

“Se a volte mi chiedo
perché la poesia?,
(questa buffa bellissima cosa
che sale improvvisa e distesa)
strane risposte mi do:
aquiloni nel cielo dell’anima,
marinettiane parole,
respiro, pausa al dolore,
sauna dell’io…
in fondo poesia è seguire
l’onda montante del cuore
surf scanzonato tra acque tranquille
o lotta con il vento ed il mare,
è infilare parole
con l’ago dorato del ritmo,
tessere ordito di gioie
e trama di dolori
magico effetto di vita.

E questo è il punto dal quale io sono partita: la poesia è stata per me – e questa è la prima traccia che vorrei indicare – la “sauna dell’io”, come momento in cui, chi riesce, trasferisce sulla pagina bianca usando solo questi modesti strumenti, perché il musicista ha la musica e le parole, il pittore ha i colori infiniti, io non ho che parole, il poeta non ha che le parole… Però questo modesto strumento è in fondo uno strumento estremamente duttile, sfumato, variegato, ma che riesce a diventare uno strumento estremamente creativo. La prima traccia è sicuramente quella del vissuto: la poesia è nata in me come momento di espressione, di liberazione da dolori, da angosce. Potrei leggervi una poesia che si intitola, non a caso “Liberazione” e che ho scritto immediatamente subito dopo averne scritta un’altra, “Ero in chiesa”, che si riferiva alla perdita di una persona carissima e, immediatamente dopo aver scritto quella, ho scritto “Liberazione” e anche qui ritornano le “parole”:

Sorgi come una liberazione poesia,
e con maglie tenaci
dipani in parole
il nodo gordiano dei giorni,
la confusione del cuore,
allenti e disinneschi
le mine vaganti della mente.

Lacrime scritte sono i versi
che la mano raccoglie,
liquefatte parole,
depurato tormento.

E su questa linea si muovono anche altre poesie, come “Alchimia”, come “L’anima come un fiore” in cui io dico: “cogliere l’anima come un fiore | e ogni volta è uno strappo | ogni petalo chiaro | un dolore”. Indubbiamente la poesia nasce da una riflessione, da una meditazione, ma anche da un momento doloroso, però non è solo questo: la poesia è anche un qualcosa che può diventare espressione di un momento della nostra vita, ma di un momento della vita di tutti e questo è il messaggio che è insito nel libro, e al di là di quello che ognuno potrà trovare del mio vissuto (infatti ogni opera creativa sia un romanzo che un libro sicuramente porta traccia di un’autobiografia), non c’è solo questo: c’è anche il modesto – o forse anche immodesto – tentativo di ridare valore alla parola poetica, di fede in quello che può dare la lettura di una poesia sia individuale che collettiva come la lettura in classe. Io sono un’insegnante ed ho anche questo compito difficile di insegnare, di fare accettare ad una scolaresca, che a volte può esser quasi ritrosa, un verso poetico. Ma in realtà più vado avanti in questa mia esperienza di poesia e più mi rendo conto che non è solo rivolta a me, ma è rivolta a chiunque, a tutti. Se permettete, vi vorrei leggere una poesia che qui non c’era, ma che collima perfettamente con quello che io volevo dire (e che dovrebbe far parte del prossimo libro), ovvero “Per l’anima che è in te”:

Per l’anima che è in te
e chiusa nel suo sipario
vive e geme,
perché un’ondata di luce l’attraversi
e sollevi le piume di ritrosia
di cui si copre,
per quell’anima io
inseguo e spremo parole
e cerco accordi di ritmo

Musica sarò
battito leggero di note,
perentoria carezza,
specchio di lago.

Scioglierò piano i lacci
e l’anima che è in te
s’immergerà timida
e tersa poi si affaccerà alla sua ribalta.

E’ una delle più recenti poesie e penso che possa essere indicativa di questo, che mi fa piacere si sia colto nel libro. E vorrei concludere con quella che si intitola “Vola Poesia” che il Professore ha letto benissimo e che è nata dal desiderio che anche alla poesia sia riconosciuto quel ruolo che oggi si dà ad altre espressioni, bellissime, altrettanto valide, ma che forse sono meno riflessive, cioè che portano meno ad un dialogo con noi stessi, mentre la poesia è un modo per dialogare con noi stessi, è una bellissima esperienza, liberatoria, terapeutica, catartica in certi momenti, e penso che possa esserlo anche per chi legge una poesia, se il testo poetico riesce a comunicare. E a proposito di questo spezzo una lancia a proposito del linguaggio della poesia.

Per me la poesia non deve essere difficile: deve avere una sua tecnica ( non è facile, sembra facile, scrivere una poesia, ma in realtà richiede quella che si chiama volgarmente una tecnica). Però, al di là di questo, la tecnica, la forma non deve prevaricare il messaggio né deve impedire che il messaggio giunga non ad un pubblico solo di specialisti, ma ad un pubblico il più vario possibile, altrimenti si crea una torre d’avorio nuovamente e allora diventa un discorso tecnicistico, da specialisti e basta. Io spero e mi auguro che la poesia, non solo la mia, torni ad essere letta e che si legga un libro di poesie come si ascolta una canzone, si va a vedere un film, come si guarda un quadro. Ecco, io ho dedicato a mio figlio una poesia alcuni anni fa in cui mi auguravo di riuscire a trasmettergli l’amore per la vita e indicavo tutto quello che gli volevo insegnare, rendendomi conto quanto è difficile trasmettere e infatti dico che” non basteranno le parole.” Stasera mio figlio è qui e siccome ha una mamma così impegnata nella poesia che qualche volta purtroppo sembra quasi si sottragga ( ma non è così) ai suoi impegni familiari, vorrei leggergli questa poesia:

…. “vorrei insegnarti l’amore per la vita, figlio mio,
e per tutte le sue cose belle,
ma so che le parole non basteranno.

Insegnarti l’armonia della musica,
la magia di un verso poetico,
l’irraggiungibile bellezza di un quadro,
insegnarti il coraggio della pazienza,
la fatica della costanza,
il rispetto e la tolleranza,
la passione e l’equilibrio…

E qui mi fermo, perché accanto a questa c’è n’è un’altra che non ho mai letto, per la verità, che ho scritto quasi per scherzo e difatti ha un ritmo abbastanza facile, quasi come una serie di strofette: “Menti inaridite del 2000” | ritmate sugli scatti cellulari | o meglio ancora telecomandate | che con il mouse in mano vi sentite onnipotenti | e siete invece computerdipendenti” ...Non so cosa ne ha pensato il Professore ... Lascio, quindi, a chi vorrà, il leggerla da sè: è un invito a essere creativi, a ricercare “il piacere, ma non quello inflazionato”, a scrivere qualcosa che sia scritto a mano, “magari con l’inchiostro, ma che sia proprio nostro”…

Ho già chiesto troppo alla vostra pazienza e perciò vorrei concludere con “La passione di vivere”. E’ molto difficile conservarla, ma io ci sto provando e auguro a tutti di avere ancora tanta, tanta passione di vivere.

Invano rincorro traguardi
di consumata saggezza:
ribolle, incosciente,
la passione di vivere
e non si ferma
al semaforo giallo degli anni.

Curiosa la mente rincorre
bersagli e piste lontane,
dal corpo è caduta
la scorza dei falsi pudori .

Mela succosa e proibita
è ancora la vita,
da mordere piano,
ma tutta.

Recensione
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