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Il filo rosso

Presentazione
Palazzo Panciatichi - Salone del Gonfalone
Firenze, 7 novembre 2008

Se avessi dovuto proporre io un titolo per questo libro, di proporzioni smilze ma di forte contenuto, avrei optato per chiamarlo Canzoniere per un affresco. ‘Canzoniere’ perché è una raccolta di poesie d’amore – direi “sostanzialmente d’amore”, ma la parola “amore” non sopporta avverbi – e “per un affresco” perché, anche se non tutte le opere riprodotte nel libro sono affreschi ( sono presenti oli, tempere, litografie), Talani è un pittore da affresco e anche qui ne sono presenti alcuni.“Canzoniere per un affresco” perché le poesie e i quadri vanno estremamente insieme.

Con muliebre modestia Patrizia Fazzi ha scelto come sottotitolo Segno e simbolo nell’arte di Giampaolo Talani, dando quindi alla parte visiva e figurativa una sorta non dico di priorità, ma per lo meno di punto di partenza per le sue poesie. E mentre abbiamo tutti letto una quantità di libri in cui poesie e opere figurative stavano insieme, ma ognuna con un destino proprio, con una sua indole, qui – ed è un fatto molto importante, importante nell’economia mentale e immaginativa del libro – qui le poesie sono invece strenuamente calzanti con l’immagine. Ad ogni immagine si dedica una poesia che parte da quell’immagine. Quindi non è un duetto: è una sorta di coro, un coro a due voci in cui la poesia nasce dall’immagine dell’opera.

Spesso nei suoi quadri Talani ha raffigurato un forte vento di mare e anche alcune sue poesie, alcuni quadri e un suo Catalogo sono intitolati Un forte vento di mare. Molte opere di Talani sono fortemente ventose, non tanto perché la cravatta, come dire, garrisce al vento, ma perché in genere l’”homo sapiens” di Talani, sta sulla battigia, al vento, all’aria, dove c’è il “finis terrae”, dove la terra finisce e comincia il mare. E direi, allora, che la poesia di Patrizia Fazzi nasce quando quel forte vento di mare si ammaina: quando il vento che corre sulle immagini di Talani si placa, lì nasce e sorge la voce della poesia. Immagini e poesie sono dunque estremamente legate come due creature che si amano.

Ma anche le creature che si amano sono profondamente diverse l’una dall’altra, pur nella strenua reciprocità. E, infatti, direi che l’arte figurativa di Talani è ironica, molto ironica, ed ha una sua, oserei un ossimoro, “gentile brutalità”. Se voi guardate le opere di Talani, hanno sempre quella caratteristica abbrunata, tipica dell’affresco, sono opere in cui ci sono tropi molto ripetuti, coerenti: il mare, il vento, il viaggio, la solitudine o la coralità; personaggi soli sulla battigia o personaggi in fuga, tutti insieme. Quindi è un’arte esistenzialmente ulcerata, ma tradotta attraverso una certa ironia: proprio quella cravatta-bandiera è un modo ironico di far sentire il vento della solitudine.

Se l’arte di Talani è un’arte “gentilmente brutale” (brutale naturalmente in senso sentimentale) e “ironica”, invece lo spirito, anzi lo “spiritello” (perché la poesia ha sempre un suo “spiritello”, anche quella grandissima, di Petrarca, di Leopardi...), nel senso che ‘spirito’ è termine accademico, mentre lo “spiritello” è quel misterioso genio invisibile che precorre e annuncia le parole irrevocabili della poesia – ecco, invece, lo “spiritello” di Patrizia Fazzi è di natura sentimentale e muliebre.

Qui occorre una precisazione: ci sono parole che nel corso del tempo hanno cambiato di significato (anzi penso che sarebbe utile e interessante se qualche studioso si dedicasse allo studio del cambiamento di senso di alcune parole fondamentali). Di alcune lo sappiamo benissimo: oggi si dice che una persona è “cortese” quando è gentile nel salutarci, ma la ‘cortesia’ dantesca era tutt’altra cosa... e così tante altre parole hanno perso il primitivo valore. Le poesie sono fatte di parole e quindi, quando dico “sentimentale”, occorre mettere in evidenza che questa parola oggi ha preso un terribile senso, direi restrittivo e quasi patetico. Ma il “sentimentale” è colui che porta il sentimento. C’è un sentimento povero, c’è un sentimento elementare, ma c’è anche il sentimento dell’intelligenza, che è forse la cosa più profonda, che dà colore alla razionalità. La ragione non si presenta mai nuda, si presenta sempre piena di pudore, piena di ira, piena di sentimento. Allora dico che la poesia di Patrizia Fazzi è – contrariamente all’arte di Talani – sentimentale e muliebre: “muliebre” nel senso migliore di riferito alla donna.

Oggi noi sappiamo che la donna vale più dell’uomo, anche se non conta più dell’uomo. Conta meno, ma vale di più. Gli stessi studiosi affermano che l’uomo è una cosa astratta, che pensa per destini, quindi non sa fare nulla. La donna tiene viva la vita, fa le cose che si devono fare per proseguire. Quindi è infinitamente più abile, anche se “abile” è un termine spesso riferito all’artigiano, ma qui vuole significare più importante dell’uomo. “Muliebre” perché – e qui si torna all’inizio – questo è un “canzoniere”, cioè è un diario d’amore.

Ancora una precisazione: a pag. 17, nella poesia intitolata La barchetta di carta, a un certo punto si legge : “appoggiato al muro degli affetti io scruto assorto | stringo la mia vela chiara.. | e spremo il mio domani di colore”. Notate, gli aggettivi sono al maschile : è la poetessa che interpreta la figura che vede. Ecco dov’è il muliebre: quando la donna, interpretando l’altro al maschile, sembra annullarsi per “intearsi”, “intuarsi”. Nelle poesie ‘talaniane’ di Patrizia Fazzi c’è questo processo.

Le poesie sono fatte di parole e, come per i quadri, si può parlare un’ora di cosa rappresentano, ma poi bisogna vedere anche ‘come’ la rappresentano. Un testo poetico è fatto di parole intrinsecamente necessarie: un verso è tale quando non si può cambiare nulla, combina parole che nessuno così aveva detto prima e non si può più cambiare. Del verso petrarchesco “erano i bei capelli all’aura sparsi” non si può cambiare nulla, perché qualunque cosa si cambi, si perde tutto. Scrivere un verso è trovare l’ultima, l’estrema forma in cui la parola, sempre manchevole rispetto al senso, vi si avvicina il più possibile. Quindi di Patrizia Fazzi io direi, con una formula che ha il peso di una definizione critica, che c’è in lei una ‘vocazione al canto’.

Leggiamo l’inizio della poesia La vela bianca: “La vela bianca è pronta per partire | le onde già la chiamano e i marosi…”. Questo è, se voi lo sentite, una vocazione al canto. E ancora: “onda che passi e non ti vuoi fermare”, nella poesia Statua di cera, dedicata al quadro La violinista. Ma c’è anche qualcosa di più: ci sono in alcuni casi degli endecasillabi nei quali molto curiosamente c’è la ripresa – non so se qui la tradizione aretina ha giocato (poi la nostra è una che intriga con la letteratura da tanti anni, la spiega, la racconta, ecc.) o se ha influito il senso dell’antica poesia popolare – c’è la ripresa addirittura della “nenia”. Certo, c’è anche la ripresa del ‘tu’, il tu per rivolgersi in maniera montaliana, ma in forma più moderna, e al tempo stesso, insieme a questa vocazione al canto, si nota, in questa come in altre poesie, come a molti endecasillabi facciano seguito altri versi con delle spezzature. Se leggiamo, per portare un esempio, le poesie di Alfonso Gatto, il canto è costante; nel libro di Patrizia Fazzi invece ci sono dei momenti di lirismo endecasillabico e poi momenti di spezzatura del verso, a volte anche solo ottenuta con l’uso della disposizione grafica, spaziale, quasi a creare una pausa ritmica più forte o inattesa.

Tuttavia il verso prima citato, “onda che passi e non ti vuoi fermare”, è come una nenia antica che ricorda “sette paia di scarpe ho consumato“. E troviamo nella stessa poesia “stringo il violino come un talismano”, dove, per essere davvero seri, notiamo la perfezione degli accenti sulla seconda, sesta e decima sillaba. Per concludere le citazioni, ecco a pag. 27 “rossa d’amore ritrovato e perso” (Il sangue dei ricordi) : anche questo è un bellissimo verso, un verso addirittura petrarchesco. C’è, per usare un’espressione criticamente adeguata, questo andamento ossimorico ondulatorio, con cui la poetessa aretina costruisce il senso della sua poesia, riassunto nel titolo da lei scelto, Il filo rosso.

“L’amore…è un filo che può andare lontano” – ha scritto Talani, citato all’inizio delle pagine critiche dell’autrice. Vi sono delle frasi ‘passepartout’, con le quali si può dire tutto. Se si dicesse “il filo rosso che resta vicino” forse potrebbe essere ugualmente una frase su cui meditare, ma “il filo rosso che va lontano” fa davvero meditare... Se ‘il filo rosso’ è un’espressione – presa dall’agucchiare delle donne per secoli – che è diventata quasi una frase politica, come quando si dice “il filo rosso del discorso” o, con termine francese, il ‘fil rouge’, precisiamo allora che in questo libro il ‘filo rosso’ altri non è che il filo dell’amore.

Secondo me non c’è mai un quadro amoroso in Giampaolo Talani, un quadro scopertamente d’amore, mentre non c’è una poesia senza amore nelle poesie di Patrizia Fazzi. E’ stato il loro un incontro non per convergenze di immediata evidenza, probabilmente neanche per casualità. E’ in un caffè, in una stazione, o anche in uno studio dentistico che si è incontrata la creatura di tutta la nostra vita. Quindi perché un poeta e un pittore non dovevano incontrarsi casualmente, se così fosse stato? Ma è certo che, come alla persona che ci interessa si rivolge all’inizio una frase, una parola, Patrizia Fazzi ha rivolto alle opere visive di Giampaolo Talani una lunga attenzione, testimoniata anche dalle pagine critiche che anticipa in questo libro e, quindi, non è nato assolutamente solo per caso quest’incontro, ma da una consonanza che si è espressa in forme e linguaggi differenti.

Ed il libro è, come abbiamo detto, un “canzoniere d’amore” o, se volete, una sorta di duetto, di duetto in cui le due voci non sono voci uguali, sono voci molto diverse. Vorrei concludere con alcuni versi tratti da Fuochi d’agosto sul mare: “dimmi dove hai messo | le carezze non date | dove hai gettato la chiave | che chiude gli abbracci perduti, | gli sguardi i sorrisi | che mai ti ho visto brillare”…: mi sembrano ottimi versi.

Firenze, 7 novembre 2008

Recensione
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