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La conchiglia dell'essere

Nella storia delle arti che si intrecciano vi è molta più pittura che illustra la poesia che non viceversa: basti pensare ai grandi capolavori, come i cicli mitologici omerici riprodotti poi nelle metope o agli infiniti illustratori di Dante. L’arte figurativa ha spesso rappresentato i fantasmi della poesia, addirittura talvolta ha sostituito la parola, come nei grandi cicli di affreschi delle chiese italiane non solo medievali: quei racconti erano le cosiddette biblia pauperum, perché i fedeli non sapevano leggere e per conoscere la storia di Cristo dovevano guardare le immagini.

Molto meno frequente la poesia che si dedica alle arti, che illustra la pittura e la scultura: tuttavia in tempi recentissimi a Firenze c’è stata la prova grande di Mario Luzi, cimentatosi con Simone Martini. L’anno scorso Patrizia Fazzi ha, per così dire, ‘dialogato’ con la pittura di Talani, pubblicando Il filo rosso – Segno e simbolo nell’arte di Giampaolo Talani, (Polistampa, 2008), ma certo questa volta è salita molto più in alto: lei è aretina e poteva, nella sua terra che ha visitato e studiato, scegliere altre opere, come il Crocifisso di Cimabue o il Cristo di Margaritone, altra grandissima espressione della ‘pietas‘ cristiana, oppure poteva innamorarsi del nevrotico e altissimo manierismo del Rosso Fiorentino. Invece ha scelto Piero della Francesca, il più geometrico, il più silenzioso dei grandi artisti e sul quale hanno contribuito a riportare l’attenzione i grandi restauri della Cappella Bacci nel 2000 o le celebrazioni del 2007 (ma certo Piero non ha bisogno di essere ‘ricordato’...).

Questo altissimo artista ebbe anche – come è avvenuto per molti artisti del Quattrocento, come Brunelleschi – una frequentazione molto stretta tra la scienza e l’arte. Intenso il suo rapporto con il grande matematico Luca Pacioli – suo conterraneo – di cui condivise i segreti della matematica delle forme, prima fra tutte la geometria. Ma non è stato per comodità territoriale che Patrizia Fazzi ha cercato Piero, anche perché lo ha cercato altrove, a Urbino, a Firenze, a Brera, quindi lo inseguito, potremmo dire, più che trovato. Né tanto meno questo può dirsi un libro di circostanza o di occasione, avendo coinciso solo casualmente la sua prima edizione, ormai esaurita, con la mostra aretina del 2007. E il riproporne la seconda edizione in veste editoriale più ampia e accurata, in versione anche inglese, con bellissime copertine tratte dalla gamma cromatica pierfrancescana, conferma l’amore radicato per Piero della Francesca che ha mosso e muove l’autrice.

Non c’è pittura più silenziosa e misteriosamente implosiva, chiusa in se stessa, di quella di questo grandissimo artista. Luzi scrive in Baedeker, poesia riportata in Appendice della raccolta e dedicata alla Resurrezione di Sansepolcro : “mi sorprese con il suo tremendo agguato, il gran dipinto”: bellissimo verso per indicare la sorpresa dell’intelletto e del cuore che le opere di Piero suscitano in chi le contempla, opere così apparentemente ieratiche, così sublimemente composte, di una compostezza oltremondana. C’è nel libro una poesia, Il rosso ventaglio, che l’autrice dedica alla Maddalena. Se pensiamo alla Maddalena di Donatello, così scompigliata, povera, disperata, e a quella così maestosa di Piero, emergono due differenti modi all’interno di quell’umanesimo che rincorreva l’uomo nuovo, il nuovo Adamo: lo stesso fantasma poteva suonare diversamente a seconda della qualità dell’interprete.

Per entrare nello specifico del libro, Piero della Francesca però è tanto soggetto che oggetto della sue composizioni, ma è anche pretesto, come avviene sempre in un vero poeta che non si esaurisce nel suo soggetto ma da esso trae quel filo segreto che conduce allo svelamento del messaggio che vuole trasmettere. Io direi, con un azzardo che mi sembra però condivisibile, che questa poesia della Fazzi è una poesia ‘religiosa’ e lo è perché coglie di Piero quella sostanza ultima e rappresentativa che è la storia creaturale: dalla Madonna in attesa del Figlio fino al primo Adamo e poi su su fino alla morte e alla resurrezione. E’ la storia della ‘creatura’, quindi è una poesia religiosa ed è anche una poesia ‘mariana’. In Piero tutte le figure, anche quella di Cristo, sono – usando un paradosso – simili, perché tutte rappresentano l’ipercreatura, ma la figura femminile è la più presente: la figura della Maddalena, della Regina di Saba, della Madonna, quella del Parto o dell’Annunciazione e altre… Quindi è anche una scelta mariana quella di Patrizia Fazzi, che probabilmente nasce da una affinità femminile o può essere anche di involontaria casualità, ma è una poesia religiosa. Piero è un grandissimo raccontatore della fede, ma ha una sua, per così dire, sublime ‘paganità’ nel rappresentare, ma lei ne coglie sempre le simbologie legate alla vicenda creaturale: il primo Adamo e poi colui che lo riscatta dalla morte del peccato, cioè la figura di Cristo. E’ una poesia mariana perché la Madonna è colta soprattutto come madre, come genitrice di quella che poi sarà la caduta e la resurrezione.

E’ una poesia non descrittiva, ma per quella parte che nella poesia l’opera scelta viene raccontata e rappresentata Patrizia Fazzi, se leggiamo con attenzione, realizza questo intento, più che attraverso la linea e il segno di Piero, attraverso i colori: ci sono poesie che sono quasi totalmente dedicate al colore. Come, in un paradosso banale, il rossore segnala la vergogna, così qui i verdi, i bianchi segnalano i grandi sensi che Piero illustra. Se prendiamo ad esempio la composizione Il rosso ventaglio, dedicata alla Maddalena del Duomo di Arezzo, i colori sono citati come bandiere dello spirito, come segnali di particolare significato (“il rosso in bianco si trasforma | come la sua vita rinnovata…con un rosso ventaglio di pudore orlato | bianca è la cintura | il collo nivea luce”).Un’attenzione al valore simbolico del colore dunque, che anche Luciano Luisi sottolinea, con altri esempi, nella sua bella Prefazione.

Riguardo agli aspetti formali del libro, la scansione generale dei versi è varia: talora è sintatticamente laconica, scandita, quasi ungarettiana, talora è di natura lirico-epica quando morde la polpa dei sentimenti simbolici che Piero esprime. Quindi in queste poesie la Fazzi da un lato sdipana il senso iconologico dell’opera, dall’altro quello religioso, teologale. Da notare che ci sono poesie dove per quindici o venti versi non ci sono segni di interpunzione, ad esempio quella per la Maddalena, Il rosso ventaglio (pag. 25) o La palma per L’Annunciazione (pag. 41). Cosa vuol dire? Dovremmo chiederlo all’autrice: il lettore coglie questo dato; ma per noi vuol dire che il discorso non si interrompe, che non c’è il pausato di un dialogo umano, ma c’è la continuità di una specie di descrizione verbale di quella che è la descrizione segnica, formale.

Nei versi si rilevano delle grandi riuscite ritmiche: per esempio quando Patrizia Fazzi contempla Federico da Montefeltro e la moglie, scrive, nella poesia Il profilo degli sposi, “persi per sempre e uniti”, che è una bellissima espressione (pag. 21) e così, quando nella poesia Il ramoscello parla di Adamo, scrive: “E’ stato il primo uomo | e fu la prima morte” (pag. 37) e anche questo mi pare uno di quei momenti di sintesi molto alta, molto rara, molto bella. E di fronte alla suprema bellezza, misteriosa, del Sogno di Costantino, Patrizia scrive “Apre il sipario il sogno | e lo racchiude” (pag. 43): è uno di quei punti in cui l’immagine della figurazione ha suscitato l’immagine verbale.

Non mancano gli endecasillabi :“A capo e piedi nudi il re conduce” (Il legno di salvezza e sacrificio, pag. 47) oppure “L’acqua che scende cristallina e lieve | sul volto chiaro e sulle mani giunte (Acqua di rinascita, pag. 17) . C’è poi un altro aspetto formale e sintattico che svela un suo procedimento di approccio all’arte: ci sono una serie di poesie con un ‘incipit’ particolare, con il verbo riflessivo: “Si diparte all’infinito il nero enigma” (L’utopia salvata, pag. 19), “Si fa tempio e cielo il manto” (Il trapezio d’amore, pag. 29) “Si apre dignitosa nella veste azzurra”(Il sigillo sacro, pag. 31), “S’annuncia lato il gesto | e s’invola” (La palma, pag. 41), “S’innalza verso il cielo la gran croce” ( Il legno di salvezza e sacrificio, pag. 47). E’ curioso, forse lei stessa non se ne é accorta, ma l’autrice apre – e continua – molte poesie con il ‘si’ riflessivo: questo ha un senso e significa che lei vuole entrare senza forzarlo in quello che il pittore ha detto e fatto e questo è molto bello.

Credo che, da quanto finora scritto, emerga un apprezzamento assoluto di questa limpida e naturale capacità di incontro tra un poeta e un pittore. Concludo dicendo che uno dei punti più alti dell’arte di Piero è il grande ciclo della Leggenda della Vera Croce ad Arezzo e oggi noi, mentre la croce sembra contraddetta perfino nelle aule di scuola, ci siamo fermati su questo che un grande pittore ritenne degno del suo ciclo. Io rendo omaggio a Patrizia Fazzi, cresciutissima come poetessa nei confronti di quel gigante che è Piero della Francesca.

26 novembre 2009

Recensione
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