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Anna Maria Ortese: la poetica
Moduli narrativi e stilistici come espressione del pensiero

Non è facile determinare il metodo di lavoro della Scrittrice, perché esso si incrocia con le varie problematiche editoriali ed economiche incontrate, nel momento in cui la riflessione personale si immetteva nel campo sociale della comunicazione letteraria. Per chi, come Lei sprovvista di altri titoli di affermazione sociale, volesse fare della scrittura la propria professione di vita, si trattava di venire a contatto con le richieste degli editori e con il consenso del pubblico, canali difficili da interpretare e piegare a proprio vantaggio. Di qui il lettore si imbatte nelle numerose varianti di testi riutilizzati e rimessi in circolazione nelle sillogi narrative, non sempre dettate da motivi di correzione stilistica o evoluzione del pensiero.

L'opera della Ortese presenta un evidente carattere autobiografico del tutto intonato sull'interiorità, per cui non vengono portati a conoscenza i risvolti sociali e la dimensione storica dell'ispirazione, quanto la trasfigurazione e reinterpretazione di un io soggettivo in tutte le sue potenzialità. Proprio questa componente autobiografica si impone alla percezione del lettore, che viene chiamato a decifrare i simboli, le allegorie, le utopie, i vari filtri di straniamento, per cogliere i moventi della creatività letteraria.

Non è chiara neppure la formazione della Scrittrice, che non rivela nè esibisce i modelli imitati o emulati o comunque riscritti, amando anzi presentarsi come un'intellettuale naive, sprovvista non solo di una scuola di rimandi, ma di una scuola di base. Vuole apparire un'autodidatta, che procede in modo casuale e personale, differendo così dai percorsi ufficiali e letterariamente canalizzati. In verità i modelli da citare, scoperti dal lettore, possono essere molti, ma restano supposizioni non avallate ed accreditate; essi sono così ben assimilati e rielaborati da conferire all'opera connotati personali, facenti capo ad una visione del mondo aliena dalle dottrine del suo tempo.

Dopo aver letto varie opere di Anna Maria Ortese, è interessante riflettere su alcuni motivi che appaiono fondamentali per tracciare un percorso di particolare sensibilità culturale ed esistenziale. Si pone al centro la questione autobiografica come movente del percorso conoscitivo, in un risvolto regressivo e mitico, frutto di una "seconda vista" .come metodo di osservazione del mondo. Il tema autobiografico anima in modo più o meno stringente, ora in modo diretto con l'uso della prima persona e l'autocitazione nominativa, ora in modo indiretto e l'uso della terza persona, tutta l'opera narrativa, coagulandosi su alcuni testi o nuclei narrativi omogenei. Si intravede una tristezza accorata per le vicende che hanno disperso la sua famiglia e i suoi fratelli, inghiottiti dal mare e da un mondo sentito come minaccioso e misterioso. La sua infanzia è tutta legata alla compagnia dei fratelli studenti di un istituto nautico e quindi destinati ad imbarcarsi; la realtà del mare, del porto, dei fratelli, determina in lei sogni di vita avventurosa al di là del nostro continente, a contatto con eroi dalla vita picaresca e patriottica. Tali sogni vengono proiettati in ritratti di potenti eroi appesi come poster nella sua stanza e di cui ci fa cenno nei racconti.( Pellerossa, Il Capitano, in Angelici Dolori, Adelphi). Poi i fratelli, in successione, partono, lasciando un vuoto e un enigma sulla loro esistenza, anzi uno di loro muore da eroe, portando con se' una carica di visioni luttuose ed epiche. La Scrittrice si descrive come creatura solitaria e randagia, dedita ad escursioni per i quartieri della città, dalla vie dei bassi portuali alle zone alte e sublimi, alla lettura in angoli bigi della sua casa e alla ricreazione fantastica delle esperienze, proiettate in versi poetici o nei cosidetti scarabocchi pittorici; viene evidenziata. appunto un 'attività non scolasticamente ordinata ed incanalata, ma disordinata, ovvero dotata di un proprio ordine primigenio. Fin dall'inizio si impone, quindi, una personalità ritrosa e bisognosa di un contatto autentico con il mondo, non mediato dagli artifici e dalle convenzioni. Su tale dimensione depressa di vita interviene la correzione compensatrice del sogno, prima nella chiave epico- avventurosa, poi nella creazione di un amore dai vari risvolti letterari; se all'infanzia appartengono le avventure fantastiche oltre Oceano, all'età adolescenziale e giovanile pertiene la ricca e vasta mitologia amorosa. Il binomio amoroso, in modo rovesciato rispetto alla letteratura cortese, vede la presenza della fanciulla povera in turbata adorante attesa del Signore, sfolgorante di bellezza e ricchezza. Il miracolo dell'amore appiana i dislivelli, permettendo alla povera e fragile giovinetta di partecipare, in momenti di grazia contemplativa, alla vita dorata dei Principi e di salire fino ai castelli e alle case rosate della città alta. Sono i Cirillo, Lemano, Enrico i personaggi della sublime vicenda che si ripete nei racconti di una sezione di Angelici dolori ( Angelici dolori, Il sogno, L'avventura, La penna dell'angelo), nel romanzo breve Mistero Doloroso e nel romanzo autobiografico per eccellenza, Porto di Toledo. L'esperienza personale trova un'appagante gratificazione in una forbita mitologia amorosa, che si colora di elementi cortesi, ma anche estatici e surreali, e perfino leopardiani nel caro fragile immaginar assediato dall'incombente fine.

Esemplificativi di tali filoni narrativi sono i racconti di Angelici dolori, ma anche racconti dell'Infanta sepolta, come "Chi, che cosa", in cui, in modo molto trasfigurato, ricorre il tema della famiglia, dell'allontanamento- dispersione dei fratelli, con la comparsa dell'immagine genitoriale, ingenua ed evanescente, analoga alla favolosa comparsa di Apo ed Apa nel romanzo più visionario del Porto di Toledo .Il tema della famiglia compare anche in "Interno familiare" (in Il mare non bagna Napoli), dove però si complica con l'apporto di altre componenti del pensiero della Ortese..

La memoria in questa Scrittrice diventa studio della vita, non solo della sua vita personale, ma della vita cosmica, conferendo alla scrittura un timbro marcato di riflessione e di indagine, non alla stregua di sistema logico, ma di sensibilità problematica che circola nei testi. La narrativa della Ortese non è evasiva e non si compiace della creazione di altre dimensioni come gioco letterario, che ella del resto nota e riprova in altri autori della letteratura, ma nasce dall'impegno di comprensione del mistero della vita che precede ogni affabulazione ; dalle proiezioni memoriali, più o meno filtrate e trasparenti., di testi narrativi si passa infatti a veri testi allegorici di più urgente riflessione. In questi casi la narrazione- descrizione si rapprende in immagini o scene astratte di contenuto problematico e concettuale, come in "Via grande" o "Un personaggio singolare" (in L'Infanta Sepolta). Dall'esperienza nasce la sua visione della vita universale, che si può certo riassumere nel binomio grigiore e sogno, ma dalle inferenze molto più articolate .Si può parlare di un pensiero esistenziale, concentrato sulla vita della creatura nel globo terrestre, denominato dall'Autrice Corpo celeste alla pari con gli altri astri che ruotano nello spazio. L'unica realtà che interessa. è, dunque, l'esistenza della creatura all'interno dei meccanismi connotativi della vita. In questa filosofia di matrice leopardiana ricompare la dialettica amore- dolore e a generarla è la legge del divenire, che sgretola la vita e la fa appassire. Alcuni testi dell'Infanta Sepolta presentano questa teoria in modo efficace, alla stregua di pensieri dello Zibaldone o di dialogo da Operetta morale: in "Indifferenza di madre" il distratto o mancato affetto della madre produce dolore e morte nel bambino che subisce l'abbandono da parte di chi lo ha creato, con toni di languore e struggimento degni dei leopardiani Consalvo o Aspasia; in "Supplizio" si argomenta in modo serrato sull'amore e sulle conseguenze funeste del suo ingrato e crudo venir meno; in "Occhi obliqui" il dialogo tra la bambina e il suo sublime Padre rimarca come l'amore, rovesciandosi nell'indifferenza, faccia appassire gli esseri poco prima dischiusi alla vita; il giovane Padre, amante di bellezza e giovinezza, è tutto assorto nel gioco di creazione e distruzione, indifferente al destino di dolore delle creature. Il pensiero della Ortese non contempla soluzioni trascendenti e, allineandosi con le filosofie contemporanee post- metafisiche, si pone in modo critico verso le dottrine ancora dominanti, le due chiese che si contendono il concetto del primato dell'uomo, grazie all'anima o alla ragione. Ne sono testimonianza i racconti "La penna dell'angelo" in Angelici dolori e "Jane il mare" in L'Infanta Sepolta, in cui queste ideologie portano all'isterilirsi dei dinamismi vitali, oltre che a disporre gerarchie e separazioni tra gli esseri animati. La filosofia che circola nei testi della Ortese fa capo ad un naturalismo magico e mitico, che è filone sotterraneo della nostra cultura classico- rinascimentale e romantica. La Scrittrice recupera una memoria primigenia di unità e reciprocità della vita, per cui le creature possono espandere il loro respiro in uno spazio e tempo infinito, che solo il grembo profondo della natura può promettere. Una bella immagine in tal senso è offerta dall'isola in cui è ambientata L 'Iguana, in cui la vita scorre infinita e serenamente indistinta come in un'età dell'oro, prima che vi giungano a sconvolgerla le nuove rotte culturali e commerciali. Nell'isola di Ocana in conte Aleardo, che pure era alla ricerca di terre da acquistare per conto della contessa madre per fini immobiliari, può espandere la sua fraterna religiosità verso tutti gli esseri animati, in questo caso una verde iguana al servizio del marchese Ilario, scambiata per una vecchietta rugosa o una fanciulla. Il nome dell'animale, Estrellita, evoca la sua triste vicenda, da creatura amata dallo stesso marchese e paragonata ad una stella a bestia senz'anima, relegata nel basso di una tana e condannata ad una specie di disinfestazione. L'isola con i suoi fenomeni di magico incanto richiama una tipologia possibile di esistenza fraterna, in un'armonia che la modernità ha sfaldato, preoccupandosi, come dice la Scrittrice, in un'intervista del 1977 e pubblicata in appendice all'Iguana, delle cose dell'uomo piuttosto che dell'edificazione dell'uomo. I termini Corpo celeste ed Estrellita sono significativi per indicare una dimensione terrestre, avulsa dalle leggi della scientificità e legata invece ad un animismo universale che riconosce un respiro vitale e una sacra dignità a tutti gli esseri della grande arca terrestre. Nella vicenda dell'iguana si avverte un senso di accorata pietà verso l'ingiustizia e il declassamento di alcune forme di esistenza ad opera di culture razionalistiche e mercificanti, mentre il conte Daddo è persuaso che "in quella vecchietta non vi era nulla di meraviglioso; o, se per caso vi era, faceva parte della normalità del mondo...In ciò lo aiutava quel suo spirito estatico, che dappertutto, nel meccanismo della natura, scorgeva un'anima uguale, e avvertiva un appello alla fraternità." (L'Iguana, Adelphi, pag.30). Si può ritrovare, nelle descrizioni e nelle inferenze emotive dei personaggi a confronto, pensiero e perfino espressioni della sensibilità di Bruno o Campanella, autori di quel variegato e contemplativo sguardo di un Rinascimento ancora al di fuori dell'indagine sperimentale scientifica, e che sarebbe riemerso con la crisi dello stesso scientismo. Il rapporto natura- cultura è nodo centrale nella filosofia della Ortese, inteso come un con-essere con la natura e tra gli esseri della natura, come un destino di comune partecipazione di tutte le creature terrestri. Si tratta di un nodo profondo e vincolante presente nelle filosofie del Novecento, contrassegnate dal Dasein e dall'Irdisch, cioè dall'attenzione per la vita e la sua connaturata terrestrità. Il rapporto con la natura nella Ortese non è circoscritto da leggi e metodi, così come l'importanza della cultura, sempre ribadito, deve essere inteso non come idoleggiamento della ragione, abile a tecnicamente misurare ed organizzare i dati dell'esperienza del mondo, ma come sensibilità e interiore comprensione verso uno spazio di cui l'uomo è partecipe e responsabile in senso destinale. Talora questa idea profonda della Scrittrice può sfuggire quando ci si appresti a compattare i testi della sua opera, che spaziano dal filone di impianto realistico a quello fantastico mitico al vero reportage. Ad esempio, nel lungo articolo "Il silenzio della ragione", inserito nella raccolta "Il mare non bagna Napoli", la terminologia che richiama una certa topica filosofica e letteraria di stampo positivistico, può destare una difficile interpretazione: si può pensare alla delusione per il fallimento degli ideali di progresso, coltivati da una cerchia di intellettuali napoletani riuniti intorno alla rivista Sud nel mezzo del clima di fiducia del secondo dopoguerra; lo scacco della ragione riporta in auge il dominio della madre natura che, con i suoi incantesimi e le sue difese, impedisce le istanze di rinnovamento in un alone indistinto e senza valenze, simile ad un'atmosfera defunta. Ma il racconto può essere inteso, in armonia con la sensibilità ortesiana, come una rivendicazione della natura contro un' innaturale ragione, produttrice di artifici non conformi a dimensione umana. La natura è madre che riconduce a sé il figlio attratto da altre scuole fuorvianti con la sua luce abbagliante ed infinita; la sua purezza concilia le diversità e le separanti individualità nel grande grembo unitario. Le acrobazie stilistiche, dense di soluzioni e passaggi emotivi, accomunano la nostra Scrittrice al poeta Rilke, entrambi intenti a trovare nel rapporto con la cosmicità della natura la soluzione al problema esistenziale del divenire e della morte: da una parte le creature del mondo richiedono il nostro aiuto per salvarsi dal dolore e dall'effimero, dall'altra la natura gode di una sua felice autonomia ed è capace di rinverginarsi in un'eterna metamorfosi. Il conte Daddo racconta "di una pianta di rose lasciata nella sua casa di Bellagio, per una distrazione...del tutto priva di acqua, e che, tornando, aveva trovato mutata in girasole. La natura stessa, nella sua infinita amabilità, aveva provveduto alla metamorfosi.." Questa felice ed eterna circolazione della vita della natura può rasserenare la ricerca dei due Scrittori, che emanano questo messaggio l'uno nei Sonetti ad Orfeo, l'altra nelle pagine dell'Iguana.

Un chiarimento merita il problema del realismo, attribuito alla narrativa di Anna Maria Ortese per i suoi racconti incentrati sui bassi di Napoli, come se la Scrittrice avesse voluto partecipare all'impegno sociale della corrente neorealistica del secondo dopoguerra. Ella, a tal proposito, partecipa al clima di riflusso e tensione più che a quello espansivo e ottimistico, quando si impone in modo urgente una vera e peculiare definizione della realtà non omologa a quella socio-politica. La Scrittrice, non propensa all'osservazione dei fenomeni sociali e ripiegata su temi esistenziali, prende esempio da Leopardi, il primo poeta che ebbe a cuore la comprensione della realtà, il poeta appunto da Lei isolato dall'intellettualità italiana, proprio per la capacità di spostare la letteratura sul rapporto dell'uomo con la natura, oltre e al di là delle effimere costruzioni sociali. Ma non è neppure sufficiente restringere la realtà alla cognizione delle leggi dell'esistenza, perché anche nella poetica della Ortese tale dato di fatto risulta incomprensibile ed intollerabile per la mente dell'uomo che su di essa volesse riposare; si apre così una seconda vista, che non è più e solo conoscenza e misura, ma visione, un approccio integrale a tutto tondo, che fa uso di tutte le facoltà fornite dalla natura. e sfocia ora nella nevrosi deformante, ora nel sogno compensatore e nell'utopia cosmica, in cui si conciliano i contrari e si risolve il meccanicismo del divenire.

Proprio per l'attenzione alla cosmicità maturale, si può riconoscere nell'opera della Scrittrice una fondamentale componente barocca, anche se Ella attribuisce al Marino e alla poesia del suo secolo un carattere solo sensuale, carente di spiritualità. Oltre alle Madonne maestose, ai Cristi sanguinolenti e alla tipica ritualità della religione barocca, nell'opera della Ortese si trovano uno stile ricco ed ossimorico-metaforico, unito ad una sensibilità per quei dinamismi naturali, che proprio il nuovo clima di scoperte aveva portato alla ribalta. La carica naturalistica, dopo i secoli dell'autorità metafisica, si imponeva allo sguardo e al pensiero in modo diverso nei vari ambiti del sapere. Di fronte alla tensione interiore per l'allargarsi della dimensione reale, di cui la scienza rivelava i meccanismi, la poesia riprendeva le sue connotazioni di armonizzazione mitico- paganeggiante. In fondo la visione barocca potrebbe essere intesa come componente di base dell'arte, alla pari di quella classica, e percorre tutta la creatività umana. Anche nella Ortese, riconoscendo il modulo barocco in varie parti dell'opera, intendiamo non la vena di sensualità verso il linguaggio del mondo, ma una filosofia del mondo, antica e moderna insieme. Si tratta della visione del mondo al contempo dolorosa e armonica; lo sguardo, perché è soprattutto la vista l'organo al centro dell'attenzione, ora cerca di sfidare il gioco veloce delle trasformazioni della realtà calandolo nelle ardite e stupende enumerazioni metaforiche, ora seleziona dei momenti e li fissa per farne oggetto di riconciliata e stupita contemplazione.
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