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Apparizioni memoriali nel presente dialogico di Giovanni Giudici

Nella poesia- colloquio di Giudici si inseriscono di sfuggita momenti, figure, oggetti del passato; sono apparizioni fuggevoli e poveri di spessore memoriale, che non sviluppano una teoria della memoria, perché il poeta non indugia sui suoi fantasmi per creare una dialettica presente- passato generatrice di recherche. Tutta la poesia di Giudici è un colloquio al presente, un'allocuzione rivolta ad una persona viva e presente accanto a lui, che scandisce la quotidianità con lui come personaggio silenzioso. Il discorso utilizza deittici, esclamazioni e forme interrogative per rendere evidente ed incisiva la sua comunicazione col suo interlocutore, come se avesse bisogno di un così dinamico gioco discorsivo, per sollecitare questa figura familiare che condivide con lui il ritmo giornaliero, ma che è restia alla riflessione, si lascia vivere, anzi subisce l'usura della vita contribuendovi con un vuoto attivismo. Qualche poesia, però, interrompe il monotono presente allocutivo con frammenti del passato, simili a parvenze labili e alla deriva nello scialo del tempo, che taglia ogni tessuto narrativo, sbriciolandolo e negandogli una forma di sopravvivenza. La vita come tessuto di storie vissute, a cui si ritorna con l'intento di ricomporle per comprendere la propria struttura e il destino nel mondo, non ispira la poesia di questo poeta; manca l'intento di ricercare immagini del passato trovando in esse compiacimento, in quanto care immagini e scie luminose su cui lavorare per espandere il ristretto orizzonte del presente. Non si ravvisa in Giudici una teoria della memoria, come in altri poeti che ne hanno fatto un perno soterico di sopravvivenza.

In Leopardi le belle immagini dell'infanzia e dell'adolescenza sono radicate nel parco della memoria e schiudono la loro vitalità in relazione ed opposizione alla dura realtà della vita adulta; esse rivelano l'altra faccia della natura, quella benevola ed ingenua, ponendosi come compenso al presente che non soddisfa. Nella poesia di Leopardi la memoria costituisce un tessuto esile, ma anche resistente, perché l'immagine riemersa costruisce intorno a sé tutto un alone di colori e suoni che la rende ineffabile, una specie di realtà paradisiaca e rassicurante per chi, traviato dal dolore e dalla noia, sa di poter ritrovare in un cantuccio della sua interna coscienza un preesistente livello ameno di vita. La poesia di Pascoli è tutta una biografia memoriale, tra vicende luttuose e ed arcano idillio campestre immerso in una misteriosa armonia cosmica che appiana i contrasti . In alcuni narratori, come Pavese e Gadda, la memoria diventa cognizione e filosofia; alla luce della psicologia e della ricerca antropologica, il passato in dialettica con il presente offre la possibilità di cogliere le radici del proprio dolore, in un percorso di conoscenza e in una mitologia del profondo. Ma la memoria si offre anche come luogo creativo, come potenzialità rivelatrice di eterni assoluti, cioè diventa una vera fede a cui sacrificare impegno e ripiegamento. Questa fede può sostenere il difficile percorso del “palombaro” nelle acque dell'ignoto con la speranza della scoperta. Proust, più do ogni altro, ha voluto immergersi nell'abisso dell'interiorità alla ricerca di infinito. La memoria in Proust diventa arte creatrice, che lo avvicina alle sorgenti autentiche della vita al di là delle false convenzioni, che gli dà la coscienza di far parte dell'eterno, tutto scolpito e ritrovato al suo interno. Proust lavora con questa profonda fede e perciò, cogliendo ogni immagine, inavvertita e involontaria, approfondisce in sé la vasta rete di relazioni possibili ed interroga ogni fuggevole lampo per ridargli vita e spessore nell'alone indefinito di corrispondenze.

Tutto questo lavorio di fede costruttiva intorno al fantasma della memoria manca nella poesia di Giudici; la percezione resta priva di contorno, dà l'idea di una successione di scatti privi di collegamento, alone e narrazione. La vita non è più narrazione interconnessa, si nega a tale possibilità distensiva, come se subisse l'azione di una forbice che seleziona e taglia, comprime e riduce ad attimi ingoiati immediatamente dal vuoto silenzio. Si avverte lo smarrimento del poeta di fronte allo svuotarsi del suo passato, costituito, appunto, da attimi irrelati , alieni da ogni possibile ricomposizione in una trama narrativa. Non si sente in lui impegno a fermare l'immagine , o il senso di sfida verso l'ente responsabile di tale maleficio, e neppure la preghiera di Montale all'accetta del tempo perché conservi nello schermo della memoria almeno il volto pietoso della sua donna, ma solo smarrimento e straniamento, un non sapersi spiegare l'immotivato meccanismo di cui è succube, tanto da chiedersi come e perché si salta così velocemente da un vissuto all'altro; e dunque, se l'accetta del tempo ci insegue inesorabilmente, resta con noi solo l'ultimo attimo con il vuoto di tutto il passato? Non è possibile allora nessuna opera della memoria, nessun recupero e rivelazione; la cognizione a cui giunge il poeta è l'emergere dello scialo distruttivo del tempo, tanto da voler bloccare , in una sfida impari, la sua durata .

Nella lirica “Il tempo che non volevo” vengono assemblati tre momenti memoriali, che invadono la sua mente con un'azione secca e fulminea, tanto da destare una reazione sgomenta del poeta, che capisce di non poter padroneggiare il meccanismo della rimembranza, di non aver in essa alcuna parte e di subirla soltanto. Il primo ricordo riporta immagini della vita collegiale asciuttamente rappresa in alcune parole della preghiera serale e mattutina, il secondo incolla partenza ed arrivo di un fuggevole viaggio, il terzo riporta alla casa paterna con sensazioni liriche affettive, immerse nel silenzio interrotto dal rombo di un motore o dal latrato di un cane. L'ultima percezione, permeata da sensazioni visive ed acustiche, ricorda la rimembranza leopardiana, ma l'analogia si associa ad altrettanta distanza tra la rasserenante distensione dell'uno e la secca registrazione dell'altro. “Ma una luce alla porta, dalla strada un motore un cane,..mi riaprirono gli occhi a mostrarmi il tempo che dura un minuto..”: così il poeta registra le apparizioni di quella notte, con un'attenzione sgomenta alla loro repentinità piuttosto che alla risonanza che il loro ritorno poteva suscitare nell'espansione dei sensi. Le tre apparizioni assemblate non hanno relazione tra loro, e forse il poeta le ha così disposte per esemplificare una sua possibile teoria del ricordo. Il logoramento mortale, cui conduce la visione biologica della vita, permea anche la zona della memoria, che non diventa più luogo esoterico di opposizione allo scialo cosmico e quindi capace di spiegare un'azione consolatoria, ma è permeata dalle leggi stesse dell'ingranaggio cosmico.

Parlare di memoria è allo stesso tempo parlare delle potenzialità dell'arte che nella memoria riconosce la sua Musa ispiratrice, e i due filoni corrono paralleli nella poesia di Giudici come in ogni poeta. La crisi della poesia nel Novecento, la sua difficile esistenza e resistenza tra le strutture della fenomenologia contemporanea, significa crisi anche delle sue componenti di pensiero e memoria. Di fronte alla banalità e materialità della vita , ridotta ad un caotico movimento senza storia, secondo i tempi interrotti e frammentati di un presente che spinge velocemente nel vuoto la massa degli eventi, la poesia perde le sue prerogative, cioè l'eternità,la rappresentazione dei valori, la memoria come attraversamento e deposito del vissuto. La poesia, nella raccolta di Giudici, sembra assalita da tendenze oppositive che le impediscono di realizzarsi, la riempiono dell'oggettualità d'uso, di problemi pratici della banalità quotidiana, volgendola a forme prosastiche devianti dai codici dell'arte poetica. In questo tessuto di banale comunicazione la poesia resiste e si fa strada a sprazzi, con echi e fantasmi che fanno sentire una luce dimidiata, labile, disturbata dall'opacità circostante. Questa azione interrotta riguarda anche la memoria, che produce frammenti, secchi trucioli, per usare espressioni ricorrenti nella poesia del Novecento. E' in forse la poesia , è in forse la memoria in un mondo in cui la filosofia riconosce sentieri interrotti e atmosfere di mezza luce per i valori che si collocano in una lontananza sbiadita. I valori, e con essi poesia e memoria, sono ancora presenti , invece, nei poeti prima ricordati. Le immagini luminose ed infinite della memoria di Leopardi e Proust si collocano in un Eden paradisiaco, non vengono compromesse dal male della storia, indicano la possibilità di eludere male e banalità in una vita superiore. La memoria indica la fiducia nell'arte e nell'eternità, anche se tale eternità non è più quella ontologica metafisica, ma è radicata nella soggettività del poeta. Infatti le immagini leopardiane non sono, come potrebbero apparire, semplicemente scene borghigiane, e quelle di Proust non solo e semplicemente esperienze giovanili nella Parigi dei Campi Elisi o nelle zone di villeggiatura con la famiglia, ma immagini felici e fuori dal tempo. L'azione eternatrice dell'arte agisce sulla memoria, conferendole un identico statuto di bellezza e atemporalità. Per questo la memoria è balsamo nei poeti, perché al dolore e all'assenza, cui sono sottoposte le cose mortali, oppone un potere di rasserenamento. Serenità della memoria è obiettivo realizzato dalla poesia e finché la poesia è fede, continua ad offrire i suoi prodigi. Nei versi interrotti e aguzzi di Giudici tale fede è in forse e sulla sua resistenza Giudici fa esperimento in tutta la raccolta, avventurandosi attraverso gli antitetici poli di una depressa mitologia mortuaria e di una sublimante poesia d'amore.

Nella lirica “Il decoro del paese” la memoria converge nell'inconscio, assume sfumature alogiche e prive di coordinate, tipiche della dimensione onirica. Il testo non è facilmente definibile per la mescolanza di riferimenti e l'atmosfera surreale che lo permea; non si può dire se il poeta abbia voluto riportare un ricordo dei primi tempi della sua vita, alludendo in un verso a se stesso infante, o un sogno, dal momento che il tempo e il mondo, cioè la dimensione spazio- temporale, oscillano e la figura dell'interlocutrice si vanifica nella surreale dimensione davanti all'io smarrito che non riesce a riconoscerla ( “era il tuo stesso villaggio o già futuro altro luogo passato..). Anche questa lirica a sfondo memoriale indica una grande distanza dai poeti del passato che non hanno vissuto la rottura psicologica ed esistenziale dell'uomo del Novecento, indotto a fare uso dei mezzi espressivi della psicoanalisi per indagare la sfera interiore nel linguaggio dell'arte. Per usare lo stesso confronto precedente, la poesia leopardiana, pur già conscia dei rivolgimenti della storia, ancora offre un'interiorità memoriale benevola e rasserenante, nella poesia del nostro tempo, invece, il mondo remoto, in cui affonda l'io nel suo percorso profondo, è un mondo magmatico e tenebroso, dove non si incontrano immagini luminose ma opache e sconosciute che destano incubo e smarrimento. Qui , nella poesia di Giudici il paesaggio è costituito da dirupi e rocce in una luce da crepuscolo, le poche finestrelle illuminate della casupole serrate tra i massi non diffondono luce, si chiudono su se stesse in un grigio silenzio, rotto solo da sporadiche grida di minaccia ( “un coacervo di case...montagna disboscata..forre e dirupi... echi moltiplicantisi...nel fiacco crepuscolo.. corrucciate comari da finestrelle illuminate spuntando..” ). Il bambino tra esse viene come spinto da una forza terrificante verso il basso, come tra balze infernali su cui pesa il giudizio di Dio. L'io lirico non ha illusioni e speranze in questo non- luogo, che rappresenta non solo il suo presente- futuro, ma l'universo cosmico dell'uomo, il suo destino di cui assume coscienza nella visione interiore. L'arte, alla luce degli stimoli molteplici che riceve dal mondo storico sempre più magmatico e caotico, perde le sue fiducie rassicuranti, tingendo il suo assoluto dei colori della negatività e dell'ignoto. L'assoluto dell'arte non ha più la luce del luogo elevato platonico, ma la visceralità di un abisso in cui precipitare. La poesia analizzata vuole essere da una parte una visione, tra memoria e sogno, premonitrice della sua vita, dall'altra simbolo del destino dell'uomo, rintracciato con i mezzi potenziati della psicologia artistica.

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