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Asparizioni, un neologismo nella filosofia dell'essere di Caproni

Con questo neologismo Caproni presenta la sua filosofia dell'essere, una filosofia tutta in negativo in cui l'essere non ha consistenza ed è affetto da una legge di dissolvimento ed annientamento. Con le poesie di questa raccolta sembra concludersi in pieno Novecento la parabola della filosofia che non promette più certezze e si assesta in un universo di attesa. Nello svolgimento del pensiero si è assistito all'apparizione degli elementi della realtà, cioè al loro porsi in evidenza per la conoscenza dell'uomo. Sembra quasi che il mondo sia posto in situazione per il possesso della mente umana; così la mente permette alle cose di esistere, ne coglie l'esistenza e le regola con la sua attività ordinatrice; senza la visione intellettiva dell'uomo le cose non esistono, perché manca l'interesse di qualcuno che su di esse appunta lo sguardo e l'interesse. Per l'uomo la realtà appare nella sua evidenza e riceve la sua giustificazione.

Si può notare come Dante registra l'evidenza della realtà che gli appare non solo sulla terra, ma nel suo percorso ultraterreno, dove le figure che incontra non sono ombre scolorite, bensì conservano una loro consistenza, indicando un legame tra le due dimensioni in cui si sviluppa il destino dell'uomo. Nel sonetto Tanto gentile e tanto onesta proprio l'apparire e il mostrarsi è la parola chiave, in cui la presentazione di Beatrice tra le altre realtà è paragonabile all'accadere di un evento denso di significato. La vita di Dante è sempre densa di eventi significativi, mai vuota ed inconsistente, perché intorno a lui si muove tutta la realtà nell'ordine che Dio le ha imposto e che il poeta coglie. Proprio questo ordine divino è la giustificazione fondante della realtà, e il poeta trova in essa motivo di soddisfazione e gratitudine per l'artefice di così grande creazione. Si forma una grande armonia dell'uomo con la realtà, predisposta nel suo apparire al bene dell'uomo. Così tutte le filosofie hanno giustificato la realtà, ponendo l'uomo al centro come amministratore del creato, come essere superiore capace di mettersi in rapporto con gli altri esseri mediante la sua azione e il suo pensiero. Kant riassume il percorso filosofico con la sua rivoluzione copernicana, in cui l'uomo impone alla realtà le sue funzioni sensoriali e le categorie intellettive, sempre svolgendo la sua azione e sperimentazione all'interno di una realtà in tal senso predisposta.

Con il Romanticismo si appanna questo equilibrio, in quanto l'assoluto come Io creatore relega la realtà neli limiti negativi del non -io, fino alle filosofie nichiliste del Novecento che, annullando i fondamenti metafisici e le certezze di base, finiscono per annullare ogni consistenza dell'essere. Con la crisi teologica anche l'uomo non se la passa bene, perde la sua centralità unificante e quindi la possibiltà conoscitiva della realtà. Nichilismo, relativismo, contingentismo pongono l'accento su una realtà frammentaria, priva di oggettività, precaria ed ignota. L'uomo diventa automa e marionetta, barcollante in un universo desolato, costituito da cose evanescenti e senza spessore che emergono appena e vengono risucchiate nell'indistinto. Si può ricordare l'interesse pirandelliano per il teatro di marionette, spinte da mani invisibili o frammentate in centomila forme che le nullificano. Si può ricordare la rivelazione di Montale, quando un mattino, momento per eccellenza delle apparizioni, vede invece il nulla e poi il profilarsi fatiscente delle cose come disegnate su uno schermo televisivo. Già prima Leopardi aveva inaugurato la visione del nulla e dell'assurdo della vita, spazio precario tra due nulla, prima di nascere e dopo la morte.

Dopo l'uomo automa di Sbarbaro, i burattini di Pirandello, le immagini sullo schermo di Montale, i cosi con due gambe di Gozzano, assistiamo in Caproni ad un itinerario nel nulla e Niente è, appunto, il titolo di una poesia della sezione. Il mondo è spopolato e desertificato, della storia non c'è traccia e le cose che appaiono sono come affette da una legge di dissolvenza, per cui apparizione- sparizione risultano come simultanee. Lo scenario sembra quello di un mondo ridotto a grado zero, perché nell'annientamento della storia restano gli elementi essenziali entro cui l'uomo si aggira, essi stessi scarnificati e quasi immobili di una immobilità surreale. Il poeta non si appaga del divenire storico e della fenomenologia della natura, cerca la cosa in sé, non l'artificio organizzato e disegnato dala mano dell'uomo. Ma non esistono le cose in sé. le cose si dissolvono in una dialettica di apparizione- scomparsa, facendoci toccare la loro inconsistenza, la mancanza di ogni garanzia su cui l'apparizione dovrebbe poggiare per attingere uno stato ontologico.

Pare che il paesaggio brumoso e indefinito, il consueto paesaggio di Caproni, debba da un momento all'altro aprirsi e dischiudere l'orizzonte per la la vista di qualche apparizione significativa, ma nulla appare e il nulla si identifica con la nebbia, sua metafora pregnante. Ogni percorso, quindi, in Caproni, mentre vorrebbe essere un percorso alla ricerca dell'essere, fuori dalle attrattive evanescenti della storia, approda all'assurdo dell'asparizione che rende vana l'attesa del cavaliere- cacciatore. Caproni cita luoghi di ricerca letterari, dal romanzo cavalleresco al leopardiano Dialogo della natura e l'islandese, facendo suoi paesaggi limite, selvosi e impervi, votati appunto alla ricerca interiore, ma, a differenza dei personaggi della tradizione, non trova alcun approdo, lasciando al lettore l'incognita di un'attesa infinita ed inquietante. Si tratta di un viator, cacciatore o cavaliere, che avanza pieno di affanno, rincorrendo una bestia o attraversando tanti villaggi fino all'ultimo all'estremità del mondo, mirando verso le stelle e puntando il fucile verso la stella più luminosa come a fermarla e coglierla.

La lirica Niente esemplifica questo itinerario verso il nulla: ombre vane vanno e si disperdono per via, l'io si confonde nel labirinto delle parvenze, il paesaggio surreale ed onirico si rovescia in un non luogo. Non c'è un ubi consistam in questo paesaggio brumoso, tra l'attesa dell'essere che si cela oltre la nebbia e la vacillante presenzialità. Nel mondo delle possibilità tutto potrebbe avvenire, ma delle molte parvenze non c'è quella fondamentale che rappresenta l'essenza della vita. Solo un Lui potrebbe garantire la realtà, ma sul suo arrivo non si può contare e nell'attesa, come in Beckett, si consuma una vita inquietante che non differisce dalla morte o dal sogno. La lirica L'occasione potrebbe alludere ad un bel paesaggio notturno e stellato, ma Caproni mira all'essenziale, alla descrizione veloce e succinta, all'apparizione di una stella che offre al cacciatore l'occasione di puntare in alto e sparare . Nell'impianto a grado zero della lirica non c'è alcun compiacimento contemplativo, il cielo stellato si riduce ad una sola stella, l'atto contemplativo diventa un semplice sparo, una sola azione, ma determinata e ben finalizzata; in termini essenziali si tratta della ricerca di Dio, fondamento del mondo, e, superate tutte le apparenze mondane, Dio come essere in sé è ciò che il poeta cerca per dare senso alla realtà evanescente. Dio ancora orienta la vista del cacciatore- poeta verso l'alto, verso il metafisico empireo da cui dipende la realtà, ma il cielo si è spopolato, non accoglie più l'esistenza beata e rassicurante degli dei; come in Pirandello il cielo di Carta che si squarcia, rivela il suo nulla da cui la realtà non potrà più dedurre la sua esistenza. Alle certezze eschilee subentra, già nel mondo greco, lo scetticismo di Euripide, alle certezze di Oreste subentra il dubbio di Amleto. Una volta che si è fatta tabula rasa della metafisica e dell'iperuranio, la poesia non potrà, come in Leopardi e Mallarmé, che mirare le stelle in una ricerca non pacificata che risospinge lo sguardo in basso. La stella – occhio di Dio, nella lirica di Caproni, è gelida e impassibile come gelida ed impassibile è la luna in Leopardi, come fredde sono le costellazioni di Piovene. La stessa parola poetica riflette l'andamento del pensiero, si fa sospesa, reticente sul foglio bianco, contornata da punti di sospensione, perché il poeta non sa trovare la parola corrispondente all'essenza delle cose, né si accontenta della parola falsa e di superficie. Se manca Dio, manca la realtà e manca la parola che nomina le cose; si vanifica anche l'attività demiurgica del poeta, come creazione seconda che riflette l'opera prima del Creatore. Non resta al poeta che segnalare, con la sua afasia, un itinerario in nihil.

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