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Aspirazione al Sublime nella poesia di Giovanni Giudici

Nell'opera di Giudici sembra che la vita si identifichi in una condizione di base naturale senza riscatto, che non ci sia possibilità di fare storia, cioè di produrre eventi e sviluppo nel campo devoluto all'azione umana, se tutto è azzerato da un pensiero radicale che accomuna gli organismi e le creature nell'imprescindibile presupposto del vivere come pena e logoramento. Molta parte della poesia di Giudici poggia su questa forma di pensiero riduttivo, che annulla in partenza ogni sperimentazione in cui l'uomo si metta in gioco, vedendo in essa una delle facce della natura, presente ed irriducibile sotto le coperture ideologiche della cultura. Ma non manca in questa poesia l'aspirazione a superare tale riduzionismo biologico nel concetto di un livello sublime possibile' all'uomo, al di là delle maglie serrate e deterministiche della natura. Tale tensione riguarda solo l'uomo, perché lui solo può oltrepassare i meccanismi che lo circoscrivono e che nella sua consapevolezza riconosce. La tensione riguarda soprattutto l'intellettuale che , pur avendo perso il paradiso metafisico, le sue fiducie di superiorità all'interno della creazione e tutte le favole che nel passato gli dipingevano l'idillica sua condizione, ancora conserva un entusiasmo e un'energia personale liberata e sottratta al meccanicismo generale. In tali momenti egli, che pure conosce la sua fragilità e nullità, crede di potersene affrancare. Questo entusiasmo appartiene alla categoria del sublime, recepita dalla filosofia platonica e kantiana e fatta propria dall'arte.

Nell'antichità la parola entusiasmo indicava , appunto, l'ispirazione divina che portava l'uomo, piccola e modesta creatura, al di là delle sue fattezze fisiche, a penetrare realtà universali e appunto sublimi. Il termine in tedesco suona come Begeisterung, voce del Geist, lo spirito presente nella mente dell'uomo. Così poeti e filosofi, pur operanti in scuole e tempi diversi, hanno cercato luce e profondità in una specie di follia capace di spezzare le catene circoscritte dalla natura e dalla ragione. Lucrezio, avverso al mito e alla favola in nome della conoscenza, adisce poeticamente al sublime celebrando il volo eroico del suo maestro nei Templa serena dell'infinito. Leopardi, illuminista di formazione, eversore di miti e visioni metafisiche, raccomanda l'entusiasmo della poesia e del pensiero, che danno l'illusione del sublime e dell'eterno pur nella scoperta della nullità. La verità, come consapevolezza del nulla e della caducità, ancora può convivere con il sublime, creato dall'uomo come sua suprema illusione. Il sublime è, appunto, creazione e puro pensiero, non categoria della scienza e del sapere scientifico: si tratta di due categorie opposte, l'una avversata , l'altra ricercata ed auspicata da Leopardi che , teso a rilanciare il potere della creatività, avversa l'inaridimento del pensiero matematico.

Giovanni Giudici rivela tale aspirazione al sublime in vari testi, fornendoci la sua definizione e sperimentandolo nella sua poesia più alata ed ispirata, come, ad esempio, nelle Rime amorose. Anche lui critica la scienza e le sue settoriali specializzazioni, le sue false promesse e il suo inutile apparato potenziale. Nella lirica “Alcuni” presenta due categorie di uomini, o meglio distingue gli idealisti, ostinati nel perseguire uno scopo, volti verso l'improbabile e l'impossibile, dalla massa dei rassegnati che non osano e non si elevano. A quest'ultima categoria appartengono i nostri familiari ed amici che, persuadono l'eroe a rientrare nei limiti, ostacolando quello che ai loro occhi appare come sogno, sterile utopia, pericoloso eccesso. Cosa intende il poeta per rassegnazione dei più? La disponibilità di accettare i limiti della vita, non percependo nella loro presenza terrestre una funzione logorante, un servizio a favore del cosmico meccanicismo, ma anzi sentendosi orgogliosi di profondere energie per il bene comune.; e il bene comune viene valutato entro i parametri della tradizione e della morale accreditata. I familiari sono in guardia di fronte ad ogni deviazione dalla norma, evocano quel rodaggio quotidiano, che pure sfibra, ma che riesce utile in quanto preserva dall'ignoto. Essi si muovono con cautela, cercano pace e quiete, temono la sovversione del proprio status; il loro attivismo è dettato dalla necessità della sopravvivenza che richiede conformismo e scarsa consapevolezza. L'angoscia e il disagio della civiltà vengono attutiti dai presunti compensi che la pace sociale può dare nello spirito di comunità e solidarietà.

Il disagio della morale comune, analizzato dalla psicologia freudiana, in nome di un eros che si libera dalle maglie della compressione con diversi esiti nel campo delle azioni umane, si risente nelle pagine dei poeti. Leopardi riconosceva la superiorità delle società antiche, le cosiddette società strette, in cui era permesso non solo all'individuo, ma anche al piccolo gruppo di appartenenza di realizzarsi eroicamente, passando dalla pena dell'homo laborans alla sublimante azione eroica. In Montale l'attesa della elevazione liberatrice viene impedita e frustrata: Arsenio, l'eroe dell'avventura montaliana, viene risucchiato dalla terra e dalla sue malefiche escrescenze, dai suoi fiori del male. Non resta che affidarsi a figure singole a cui il poeta formula i suoi disperati ed utopici auspici.

L'uomo, quindi, per Giudici, pur solidale nella sua sofferenza esistenziale con tutte le creature, ha un pregio in più, anche se raro nelle possibilità di manifestarsi. L'uomo sente il bisogno di libertà dal meccanicismo naturale e vuole piegare la natura al suo bisogno. E' l'idea kantiana di sublime, che, accanto al paradigma morale, riscatta la creatura umana. Anche se si tratta di sintesi a priori, indimostrabili ed indefinite, gli ideali e le illusioni pervadono l'animo umano e promuovono il genio. Sia Kant che Giudici vogliono sottolineare il percorso solitario del genio che , al di fuori dei condizionanti percorsi noti, cerca l'ignoto che è la vera morale e la vera libertà. Altri testi dell'opera di Giovanni Giudici denunciano la costante ricerca di un'esperienza liberatoria, che porti fuori dai condizionamenti della fenomenologia che serra e rinchiude e dalla quotidianità civile e sociale. Si potrebbe dedurre, da tale insistenza nella versificazione, che in questo egli fa consistere la sua vocazione di uomo e poeta: già nel testo programmatico “La vita in versi”, in cui si evidenzia il proposito di scrivere tutta la vita in versi, non trascurando nessun particolare, Giudici prelude ad una oltranza noumenica che intercorrerà nel ritmo delle descrizioni, un quid che va oltre il detto e confina con l'essere. Allude ad un sublime nei due livelli del basso e dell'alto, una presenza viscerale che va oltre la rappresentazione delle cose, che corrisponde alla sua vocazione e al suo vero sentire. Del resto tutta la cronaca quotidiana del suo alter ego autobiografico, posta in situazione, tra moglie, figli, casa e impiego, non si esaurisce in sé e rimanda , nella ricchezza e mobilità dello stile, ad altro, all'impossibile che non riesce a raggiungere, ad una vita piena non soddisfatta dalla gretta e ripetitiva condizione dell'esistenza, ad un voler essere sempre altro, come suo destino e vocazione. Di qui il ricorso al paradosso di cui è intessuta la poesia, come a dire che solo ciò che esula dalla vieta realtà può colmare l'anelito umano, e perfino il morire, in questa corda tesa verso l'essere, è preferibile al vivere. Nella lirica “Alzati e cammina” risuona un'aura di miracolo in uno sfondo religioso, frutto di un'educazione cattolica rivista e interiorizzata per il suo interesse personale. Chiuso nelle stanze di un'esistenza senza scampo, il poeta, come novello Cristo, auspica l'avvento del miracolo, la possibilità di spezzare la catena che “ a terra ci tiene e ci ferma”.E' un'esortazione che rivolge a se stesso e ad un tu che lo accompagna nella sua esistenza terrena, una parola magica, cifrata che potrebbe sembrare blasfema, ma di fronte a cui il poeta non arretra, irridendo l'irriverente tentazione. Il miracolo qui, infatti, è attribuito all'uomo e al suo volere, alla sua capacità di ascoltare la forza interiore che gli nasce e cresce dentro. Questa volontà suprema lo solleva sull'acqua del mare, sul filo d'aria, e ancora una volta la terminologia religiosa si umanizza, si adatta alla capacità umana di riscattare il suo essere”maltrattato”.

Il sublime è dunque in Giudici una vocazione, un progetto di sé posto a titolo di numerose poesie, come lemma cui seguono, come in un vocabolario, le definizioni. L'uomo è ingegnere di sé, si costruisce usando la materia del suo corpo, una materia che l'homo sapiens deve saper sgretolare per farne un ponte su cui transitare. L'avventura della costruzione richiede la disponibilità a farsi a pezzi, cioè ad effettuare un'opera di smontaggio e rimontaggio delle sue qualità, a procedere oltre utilizzando ingegno e rapidità “che in quel vuoto non cascava”. Davanti a sé egli incontra il vuoto e il niente, ma in questo vuoto deve , come Icaro, sollevarsi e attendere la cosa- verità. Nell'aerea sentenziosa terminologia pare di rivedere i celestiali templa serena, a cui approda l'eroe lucreziano, e il viaggio nel vuoto, tra audace e timoroso, dell'eroe Dante sulle spalle di Gerione. Il viaggio del personaggio di Giudici è più imperterrito e più problematico, quello dell'uomo del secolo attuale sospeso nel cielo del tempo e del niente, dimensioni difficili da colmare e superare. Qui non c'è la certezza di Dante, pur nel momentaneo accesso di fobia che lo coglie quando sulle spalle della multiforme bestia si abbandona alla vertigine del vuoto, né l'entusiasmo della sapienza epicurea, c'è invece la frustrazione di Arsenio, risucchiato dai miasmi terreni, che tanto ricordano lo spleen decadente. Montale, non osando ripetere lui l'avventura, formula i migliori auspici di riuscita a vari tu che , forse, più audaci o fortunati, potrebbero infrangere i duri legami della natura e procedere verso più alate e celestiali condizioni. Giudici non rinuncia a portare avanti l'avventura sublime e, aggiungendo nota a nota, se la va precisando e illustrando, fino all'approdo velleitario e paradossale che prevede lo smembramento per la ricostruzione, la morte per la rinascita. Compiacendosi del suo progetto sublime, egli riesce a riscattare l'esistenza del suo alter ego, lo Charlot tanto bene impersonato, il mortificato impiegato da compatire, in una sorta di eroe epico, capace di lasciare ai posteri il suo testamento di vita, di fare della morte l'atto velleitario supremo.. Il suo eroe richiama non solo il titanismo dell'eroe romantico, ma la magnificenza di un Achille, l'eroe classico per eccellenza , bello della bellezza della morte, non più compromessa dai condizionamenti e dalle debolezze della vita. La poetica del volo sublime allontana il poeta da qualsiasi tentazione o attrazione naturalistica e scientifica. Nonostante lo stile prosastico di molta sua poesia, nonostante l'abito quotidiano e realistico del suo personaggio, l'ispirazione si fa strada all'interno e tra le pieghe del continuum cronachistico. Questo alto sentire e pensare, a cui il poeta aspira, non ha il sostegno di precise conoscenze, di logiche razionali e scientifiche , è più simile al “ben” sentire leopardiano e all'ideale kantiano, interiorità noumenica indefinitamente presente nell'animo dell'uomo. Quando Leopardi dichiarava di “ben sentire” e si proiettava verso i principi universali di Amore e Morte, voleva celebrare “l'uomo magnanimo”, capace di superare la morte con i meccanismi puri del pensiero e della parola, eternando nell'illusione poetica la dialettica della vita.

In Giudici risuona questo retaggio poetico- filosofico nella sfida dell'uomo di genio verso l'infinità cosmica, gettando ponti e costruendo un nuovo titanico se stesso. Nell'opera poetica, quindi, si ravvisano due personaggi disposti in chiave complementare e gerarchica; c'è l'uomo della quotidianità mortificata ed avvilita, succube delle leggi e degli schemi che lo incollano ad un'immobile situazione di fatto, e una seconda figura che nasce dalla vittoria sull'altro, si svincola dalle catene servili in una proiezione di sé titanica e volontaristica. Chi legge la sua cronaca in versi , i suoi bilanci prosastici di vita familiare, non riesce ad immaginare il salto qualitativo che il poeta, più in là, riesce a compiere. Forse lo può presupporre con una rilettura a ritroso. Il poeta appare personaggio dimesso, schiavo di padroni ed imposizioni, non diverso dalle deboli bestiole di questa terra, e tutte poi schiacciate dalla ferrea condizione naturale, aliena da riscatto e quindi dal canto poetico. Certo la descrizione del diario giornaliero non soddisfa il poeta, che già nelle parole proemiali di annuncio allude ad un sublime cercato in alto e in basso e rivela un “essere” oltre la naturalistica funzionalità del narrare i fatti. Ma la poesia, che fa solo capolino nel discorso prosastico, non si fa attendere a lungo, promette ancora al poeta la salvezza, torna ad offrirgli i suoi strumenti di sublimazione.

Salutz appunto si intitola una lunga sezione dell'opera, tutta una vena recuperata , densa di promesse ed alto sentire. Si tratta di un lungo Canzoniere amoroso che, recuperando la forma del sonetto nelle simmetriche sette parti, riporta in pieno Novecento la poesia amorosa nelle sue pure note cortesi, dimenticate da secoli di sperimentazione lirica. In questa sezione Giudici attinge a quel sublime auspicato e definito nelle sue liriche programmatiche, in un percorso fecondo che mai si abbassa e , pur nel culto di una parola sia alta che bassa, si proietta su una corda tesa al di sopra delle piccolezze umane. I critici hanno acclamato il recupero cortese di Giudici, auspicandone la continuazione nella nostra epoca letteraria scarsa di slanci amorosi totalizzanti. In verità, nonostante il voluto innesto nell'area dei trovatori, Giudici non presenta una figura di donna , neppure nei tratti stilizzati dell'antica poesia, ma pone al centro il nuovo personaggio, la sua nuova proiezione di sé nelle vesti di eroe titanico e martire, disposto a soffrire e rigenerato dal soffrire, legato alle pene della croce, battuto e vilipeso, ma non sconfitto. Sembra certo che la croce della sua sofferenza parta dalla crudeltà della donna indifferente all'amore, calco della tematica cortese dell'amore “lontano e impossibile”. Giudici ha voluto semplicemente rivestire la sua esperienza dei panni aulici della tradizione, ha voluto elevarla con il decoro della letteratura. Egli ha certamente meditato a lungo sulla sua posizione dimessa ed avvilita nelle pieghe dell'universo massificato e tecnologico e si è salvato nei panni del poeta cortese. Ha lavorato sulle parole costruendo un altro linguaggio, proprio come un ingegnere che smonta e rimonta i pezzi a sua disposizione. Ha costruito un altro se stesso, sospeso sopra e oltre il presente, come un Enrico IV, maschera eterna e sublime sopra la dialettica delle meschine forme del mondo. Adottando gli spunti della psicologia, si potrebbe tracciare la storia del poeta come un percorso dalla nevrosi della depressione alla sublimazione, il tipico canale che recepisce placandole le frustrazioni dell'uomo, e soprattutto dell'uomo di alto sentire. In effetti la vita di un intellettuale, e quindi del poeta Giudici, può essere ricondotta entro i parametri dell'interpretazione psicologica che attribuisce al disagio la possibilità della svolta creativa; lo stesso Nietzsche collega la sofferenza all'arte come sua naturale soluzione.

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