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Bilancio di vita quotidiana nella poesia di Giovanni Giudici
Se sia opportuno trasferirsi in campagna: analisi del testo

La poesia è impostata sul confronto tra vita di città e vita di campagna: un blocco di quartine illustra gli agi della vita cittadina, come l'attrazione degli addobbi e delle vetrine, la comodità dei servizi e, su tutto, il lavoro che permette il civico decoro; la città, poi, si appoggia alla campagna circostante, per raggiungere i suoi obiettivi supplementari, ma non meno importanti, come l'aria pura e fresca nei periodi di afa, oasi verdeggianti e feste campagnole; la vita in città, quindi. è accettabile, se il contado soccorre ai bisogni psicofisici di chi non può abbandonare lavoro e sistemazione urbana. Come in risposta, la successiva sequenza propende per la preferenza da accordare alla campagna, come unico luogo di assicurata sopravvivenza e fuga da una morte probabile. La città risulta una dimensione insalubre e disumana, che mina l'equilibrio fisico con la sua aria viziata dallo smog, e psichico con una dura prigionia celata dall'illusione di miglioramento, con la schiavitù verso padroni invisibili e la vanità di un ambizioso "cursus honorum". Allora la campagna diventa luogo di desiderio e nostalgia, tanto da rendere gradita anche una soluzione di pendolarità con levate di buon'ora, pur di godere una notte serena e riposata. Il dibattito su quale delle due modalità sia più opportuna trova la soluzione nel trasferimento in campagna: si acquisterà un villino. uno dei tanti sparsi sulle colline, con il suo cancello entro cui vivere liberamente. Qui la vita non appassisce, ma trae vigore dalla natura, ed anche l'inseparabile cane potrà vivere sciolto e libero dall'oppressione delle pareti condominiali.

Questo confronto tra le due modalità di vita mette il poeta Giudici in dialogo con tanta letteratura che , in vario modo, ha fatto della vita cittadina un luogo di perdizione morale ed insalubrità e della vita in natura un locus amoenus. I vari autori hanno colorato i due topoi a seconda della propria personalità, conservando tuttavia indenne ed inalterata la conformazione del topos di base: Virgilio nella campagna rivive la nostalgia lirica del contadino mantovano inurbato nella Roma imperiale, ammirato ed ossequiente ai fasti della storia politica, ma sempre memore dell'autentica vita contadina, dove il duro lavoro viene ampiamente compensato. Parini, quasi letteralmente citato nel riferimento alla salubrità dell'aria, mentre inneggia liricamente alle bellezze della campagna della sua Brianza e dei suoi conterranei, accusa l'avidità e l'immoralità delle strutture cittadine. Orazio è presente con la sua favola del topo di campagna e di città, in una citazione indiretta che percorre tutto il testo di Giudici.

Il topos classico viene trasferito in una cornice discorsiva e colloquiale, con una deminutio del lirismo poetico e delle illustri convenzioni stilistiche. Sembra di assistere ad uno dei soliti dibattiti che si tengono in famiglia, specie la sera a tavola, in cui si sfogano i rancori subiti e la stanchezza della giornata di lavoro. Di fronte alle frustrazioni e alle scontentezze si ipotizzano dei cambiamenti di vita, si dibatte sul presente e sul futuro, si fanno bilanci e si considera il pro e il contra di ogni situazione. I problemi della casa e del lavoro, che hanno assillato la figura inurbata ed istituzionale dell'impiegato, si risentono nella poesia di Giudici ,in tale condizione coinvolto ed immedesimato. E' frequente in lui il riferimento alla casa, alle varie case abitate messe a confronto, a possibili trasferimenti migliorativi, con una particolare attenzione all'ambiente domestivo, cui il poeta attribuisce un potere di rasserenamento dalla frustrazione dell'ambiente lavorativo. Ecco, quindi, che il tema della campagna, nella sua poesia, esula dagli stilemi tradizionali e si riveste di motivi esistenziali legati all'attualità contemporanea; l'attenzione si sposta sulle problematiche del lavoratore- impiegato nell'attuale società industriale. Queste problematiche, sentite con lacerante durezza, danno il tono al componimento, connotato da una tensione non alleggerita dal ritmo poetico, ma coagulata in espressioni gnomiche e in slogans sarcastici. Si sente, nei versi, la pesantezza della vita nella moderna città industriale, che offre servizi e addobbi accanto a veleni mortiferi e repressione di ogni interiorità. Si evidenziano stati d'animo ricorrenti nella poesia di Giudici: rancore, stanchezza, la non vita che si acquieta nel rinvio a vivere, nell'attesa di possibili ed immaginarie trasformazioni. Sarcasmo ed amarezza tormentano il linguaggio, con inversioni e modifiche di senso: il termine "miracolo", ad esempio, in due collocazioni diverse subisce uno spostamento di senso, indicando in un primo tempo il benessere assicurato da madre natura e poi l'insana felicità cittadina, promessa dalla pubblicità e dalle ideologie capitalistiche.

All'antitesi campagna- città fa riscontro quella servo- padrone, legata alla prima da un filo sottile di mediazione argomentativa: la distinzione in classi contrapposte vige solo in città, in un corpo sociale che, per funzionare, deve necessariamente costringere le sue parti, asservendole all'obiettivo generale e collettivo. Qui i servizi diventano servaggio e, quindi , con un ambiguo gioco di parole, il sistema da vero e proprio padrone, mentre offre attrezzature e comodità, genera schiavitù in chi deve provvedere al loro funzionamento; chi si aliena in essi, perde la "miglior parte di sè" in un vile ed oscuro lavoro. Quello che potrebbe apparire "corso degli onori", promessa di carriera e comunque matrice del pane quotidiano, diventa "servile scranno" in cui consumare le inutili attese. La campagna , allora, diventa il luogo della libertà, ma l'influsso degli ingranaggi urbani si estende anche qui, riducendo l'autonomia e la libera spazialità naturale; l'azienda, con il suo inflessibile sistema e la sua tentacolare espansione, costringe tutti gli spazi liberi; la libertà per il lavoratore si riduce all'orario notturno, quando egli non può, immerso com'è nella stanchezza, misurare la durata del riposo e farne oggetto di godimento, anzi riempie inconsciamente le ore del riposo delle ansia dell'indomani, a partire dalla puntualità della mattiniera partenza. La tirannia del sistema economico- sociale disturba perfino il sonno, invadendolo di assilli elaborati in immagini mostruose. Quindi la campagna , nella poesia di Giudici non è vero luogo antitetico all'oppressione cittadina, non è la campagna di Virgilio e Parini, dimensione in sè sana e perfetta, ma costituisce il male minore, illusione che si nutre di sogno ed attesa, frustrata nella pratica di vita. Vi si potrebbe vedere riflessa la scenografia della Brianza gaddiana, profanata dall'ambizione e dalla venalità borghese. Le ville con i loro cancelli si chiudono su se stessse e dialogano con i loro padroni più che con il libero spazio della natura. Si tratta dello status simbol borghese, la cui ambizione intacca perfino i livelli più bassi del ceto a costo di umilianti sacrifici.

Si sente in questo testo, come in tutta la poesia di Giudici, un desiderio di vita vera che significhi libertà ed armonia e dall'altra la realtà di un'esistenza compressa nei suoi diritti, chiusa da strettoie che vanno dalle pareti degli appartamenti simili a loculi oscuri e solitari, alla chiusura nei meandri dei palazzi impiegatizi, all'andirivieni delle cinture urbane, quindi destinata ad appassire per asfissia e mancanza di linfa vitale. Il verso leoprdiano citato"qui si perdea la miglior parte" suona come un amaro rintocco per tutto ciò che si perde, cioè per le aspirazioni frustrate, per quanto di migliore l'uomo vorrebbe costruire ed 'è costretto a rinviare, rinunciando a vivere e facendo della vita non una realtà attuabile, ma una vuota aspirazione. I fremiti e i bollori della rivolta del povero lavoratore si stemperano negli slogans corali,pianificati dal sistema per ottenere ossequio e ridurre i sudditi ad umili bestiole. La dimensione ben riconoscibile della contemporaneità, descritta con cognizione personale, viene poi, come accade in poesia, universalizzata con il ricorso alla sorte umana, al destino dell'uomo "ormai stanco di antiche stanchezze."

Il linguaggio della poesia di Giudici si apre a varie e sottili indagini, proprio perché presenta una ricercatezza non a prima vista ed è coperta da un'apparente discorsività. Non si ravvisano, infatti, immediatamente le caratteristiche del linguaggio poetico; ci pare di assistere ad un consuntivo socio- economico in cui si vagliano aspetti antitetici di una questione, pertanto ricorrono espressioni relative a situazioni pratiche della vita reale quotidiana; si tratta del linguaggio corrente della società industrializzata, in cui la vita poggia sulla materialità di consumi, servizi, agi ed apporti del benessere, con qualche punto sospetto rivelatore della mente di un intellettuale. Giudici, infatti, è sia figura di impiegato, immedesimato nella logica della sua funzione, sia intellettuale che ne svela vizi e storture con acredine e sofferenza: termini come "vetrine addobbate, cinema aperti, dancing, tutto pronto a tutte le ore, corso degli onori, miracoli, confort, progresso"per indicare gli aspetti positivi, di cui fa uso la manipolazione pubblicitaria, si alternano con termini come" orda primigenia,cupa voce di rabbia, ribelli umori, singulto assonnato, appassire la vita, voce di rabbia, scranno servile, vana libertà" tutti connotanti i risvolti cupi ed oppressivi del sistema. Si può dire che la poeticità si fa strada nelle pieghe dell'apparente veste colloquiale: le rime, anche se non regolari, il periodare in quartine, esplicitano la scelta poetica dell'autore. Anche le connotazioni retoriche evidenziano precise scelte testuali e con esse il messaggio: la ripetizione " Se sia opportuno trasferirsi in campagna... Sarà opportuno trasferirsi in campagna" indica la volontà dell'autore di dare forma poetica ad un discorso di per sè poco poetico. La tradizione poetica leopardiana, legata alla natura e alla contemplazione, da lui teorizzata nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica , si converte gradualmente alla realtà avvicinandosi alla prosa con la consapevolezza pascoliana di poter cercare da ogni parte realtà poetiche, fino all'oggettualità montaliana e alle narrazioni impoetiche del maturo Novecento. Discorsività saggistica e prosastica, però, si associano alla ricerca linguistica poetica. Questa nuova conformazione del linguaggio poetico si attaglia al fare letterario di Giudici: ossimori ed anafore permettono all'autore di far emergere il suo sarcasmo su un sistema sociale ad una sola dimensione , dove coralmente, egli dice a mo' di sentenza, si riconosce "quello che sono è bene, il resto è male"; vengono riprodotti mimeticamente gli slogans celebrativi del progresso e del miracolo economico; la parola miracolo è reiterata in due contesti diversi, una volta a proposito delle condizioni industriali, un'altra volta legata a due tuorli, scoiattoli del bosco, autenticità di vita. Nella seconda sequenza gli effetti dell'attualità vengono citati alla rinfusa, confondendo nello stesso clima di miracolo i conforti del progresso con "le felici morti..pochi amici..pochi giochi serali..pochi storti ribelli umori.." E' significativo la presenza del locus amoenus, topos della tradizione a cui Giudici non ha voluto rinunciare : l'io lirico si inoltra nei colli , fuori della città, dove i"paesi sono più veri, ..i cipressi formano una musica verde, le primavere richiamano feste in giardino" In questi contesti brianzoli l'intellettuale può dare libero spazio alla meditazione e alla grazia, compiacendosi di accomunarsi ad illustri poeti della tradizione. Il rancore critico verso la società, inoltre, si universalizza nello sviluppo del tema esistenziale , caro ai poeti che legano la sorte avversa non ad un tempo particolare, ma alla condizione umana cui è rivolto il loro vero interesse.

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