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Biografia come biologia nella poesia di Giovanni Giudici

Giovanni Giudici, scrivendo in versi la sua biografia, compone una specie di autobiologia, intendendo ricondurre al livello biologico la vita di ogni uomo, come homo laborans soggetto ai meccanismi naturali vitalistici ed usuranti. Tutta una sezione poetica, intitolata “Autobiologia,” ribadisce ed illustra questa convinzione denudata e radicale dell'uomo, assumendone tutte le conseguenze critiche destrutturanti. Elemento portante della sua scrittura esistenziale è la definizione della storia: lo spazio di ogni vita di uomo dura la storia- non è vero che dura millenni. Questo aforisma, associato all'altro sulla coincidenza di biografia e biologia, riassume tanta letteratura illuministica e positivistica, conferendole una nota di pessimistica lucidità, propria del maturo Novecento. La storia, come sviluppo e direttrice finalistica, crolla riducendosi alla simultaneità di un attimo, al segmento onnicomprensivo della vita del singolo. Si osserva, infatti, la concentrazione dell'interesse sull'io, portatore di un destino universale, iscritto nelle cellule di ogni piccolo organismo. Storia di un'anima, storia del mio matrimonio, vita di un uomo, sono alcune proposte poetiche di scrittori di secoli di crisi del tradizionale filone pubblico della storia. Una visione desublimata e consequenziale porta Giovanni Giudici non solo a concentrare la storia di millenni nel breve spazio della vita del singolo, ma anche a ricondurla al livello biologico, come unico livello autentico.

Il livello biologico assorbe tutti gli entusiasmi e le illusioni umane, per cui non si può parlare di libera scelta e vedere l'uomo come fautore del suo destino, orgoglioso e capace. L'atto stesso di ribellione e trasgressione, come i sogni e propositi di superamento, finiscono per risultare sterili, riassorbiti nel dinamismo generale che , nella sua necessità ed imprevedibilità, governa la vita. I moti e le azioni non possono essere esaltati e ricondotti entro la cornice del dominio razionale, perché, oltre la dimensione biografica e storica legata alla conoscenza e progettualità dell'uomo, esiste un onnipresente fondamento biologico, ad indicare la superiorità della natura sulla storia. I ritmi della natura non coincidono con quelli della storia, campo umano per eccellenza, sono dati deterministici, su cui invano l'uomo , nel suo breve arco di esistenza, pretende di erigere il suo impero. Nella poesia centrale e omonima della sezione Autobiologia , il fenomeno di ribellione giovanile, con chiaro riferimento ai fatti dello storico Sessantotto, non preoccupa il poeta, che non si associa alle molteplici voci di allarmismo generale; le voci mimeticamente inquadrate appartengono a studiosi esperti nelle scienze sociali e psicologiche, che cercano di svolgere un'anamnesi del male sociale, rispondendo alle preoccupazioni dei padri di fronte a tanto sconvolgimento. Il poeta vuole smussare la corale inquietudine, riportando l'evento trasgressivo nell'ambito dei fattori naturali che insorgono e si placano, una volta esaurita la forza dirompente. Sono ben riconoscibili le due posizioni: da una parte lo psicologo con i suoi ripetuti” descrivimi esattamente la situazione.... raccontami esattamente com'è incominciata...elencami atti e pensieri della giornata..,” dall'altra la connotazione biologica esperienziale della voce del poeta “ lascialo fare- è l'età...lascialo gridare- tacerà.... lascialo partire- tornerà...lascialo alle cellule del suo corpo.”Sembra quasi dire che è inutile cercare ripari e spiegazioni ad un ciclone, cui forse egli assimila la scomposta energia giovanile.

Anche in Pedagogia si assiste alla parodica messa in scena degli ordini medici” non mettere il piede in fallo/non metterlo sul vuoto...non mettere male il piede/ rasenta il muro/ cammina sicuro..” Le scienze, quindi, appartengono a quelle sovrastrutture che coprono gli irriducibili meccanismi di base con l'illusione di poterli superare. Anche le mode e le distrazioni quotidiane sortiscono lo stesso effetto rassicurante che impedisce di pensare la verità, alienando l'uomo dalla presa di coscienza della sua natura; i versi di Giudici sono un continuo dialogo del protagonista con la figura silenziosa di sua moglie e questo dialogo descrive le due diverse posizioni comportamentali che i due personaggi assumono: la donna è qualificata come attivista, sempre in movimento, coinvolta in un logorio quotidiano che non dà tregua, mentre il poeta riconosce lo scialo e l'entropia di quella vita sottomessa all'azione della natura e del tempo. Entrambi sono bestiole mansuete, costrette alle loro mansioni nel guscio domestico ed impiegatizio, ma la donna non riconosce il suo destino di vittima sacrificale, anzi è soddisfatta dell'ordine che realizza entro le pareti, pensa al pavimento- specchio, alla federa che si strappa, tanto da estorcere all'altro l'esclamazione”ordina, ordina..corrucciata attivista! ( La volontà di riforma); il poeta pensa agli oggetti che potranno sopravvivergli, come lo zufolo, o il marranzano arrugginito, mentre l'altra pianifica, innova, si sente immutabile nella sua continua voglia del nuovo. Il pensiero della morte e l'usura continua, anche se impercettibile, cui la legge naturale ci condanna, ispirano alla coscienza vigile del poeta le soluzioni assurde di rimandare sempre e vilmente la scelta di vita, o di rinunciare a vivere per prolungare e difendere l'inarrestabile scialo. Frequenti sono, ed è ovvio in una scrittura così lucida e radicale, le descrizioni della morte vista nella sua nuda realtà, a cui non corrisponde nessuna esaltazione spirituale, ma la constatazione di un corpo rivelatosi improvvisamente oggetto ingombrante da smaltire, o una forma di regresso sul fondo della fossa”mondo in mutazione col mondo” (Basta, spettatori)

Con altre espressioni e metafore, Giudici sembra richiamare il pensiero di Leopardi , che nella Ginestra riprova con parodico pessimismo l'orgoglio umano di porsi al centro in una sua presunta capacità di governare la storia e fondare il progresso, mentre la natura non si lascia imbrigliare, non percepisce neppure gli obiettivi storici dell'uomo, sempre prevaricando con i propri moti ciclici imprevedibili . L'unica legge nota è la necessità della creazione – distruzione, della conservazione- consumo. In questa linea rientra l'esistenza dell'uomo che, con la sua biografia, ne rappresenta solo un segmento. La cultura, il progresso coprono i meccanismi naturali, ma non li sopprimono, li trasferiscono in ambiti più complessi, dove è più difficile ravvisarli e riconoscerli; il mercato, dove si esercita la logica di produzione e scambio dell'homo faber, la storia, dove si esercita l'azione dell'uomo politico, sembrano tutt'altra cosa dalla biologia, come un vittorioso superamento dell'uomo. Si tratta invece di livelli più complessi, apparentemente superiori e manipolabili dalle doti umane, in cui pure si riversano e continuano ad operare le necessità di base, ossia le energie vitali. Giudici riconosce, appunto, l'identità di biografia e biologia e la ritrova entro i parametri evoluti e complessi della moderna civiltà industriale in cui si trova ad operare. Nella descrizione del cosiddetto “miracolo economico”, stimolo ed ispirazione di tanta letteratura pubblicitaria del secondo Novecento, egli intraprende un'analisi radicale che di quel conclamato momento progressistico disperde e destruttura ogni apparenza. La sua saggistica versificazione sembra allinearsi allo studio della “Vita activa” di Hannah Arend per questo suo rapportarsi alla figura dell'homo laborans, la cui attività è la pena imposta al vivere, l' irriducibile corteo di bisogni volti alla salvaguardia di sé e della specie.

Il lavoro è, in tale dimensione di pensiero, strumento positivo per procacciarsi cibo, casa, indumenti, elementi per la cura e la difesa, e contemporaneamente fattore negativo di consumo e logoramento di sé, in un ritmo di continuità dal punto di vista della natura, di unilateralità da parte del segmento umano. Se nelle prime società lo schiavo si sobbarcava a tutte le necessità del lavoro per la libertà di azione del padrone, nella società moderna tutti si ritrovano all'interno del meccanismo di lavoro- consumo. Anche l'impiegato Giovanni Giudici opera all'interno di questa inarrestabile catena che è legge naturale trasferita ai livelli superiori della civiltà, riconoscendo la sua posizione come quella di servo di ignoto padrone. Il meccanismo di produzione- consumo, che presiede alla moderna società industriale tecnologica, non è che un innesto in una cultura superiore, capace di “miracoli”, della pena del vivere da cui nessuno è indenne. Logorio, consumo, usura, attraversano quindi tutti i livelli sociali, in quanto scarica di energie di cui ha bisogno la natura nel suo ritmo. Come in ogni ingranaggio, così in quello cosmico, i piani del grande meccanismo non possono separarsi e diffondono la fatica come malum mundi. Forse la natura in sé , rigenerandosi non avverte il male, ma al pensiero umano questo ritmo vitale si affaccia con l'idea foscoliana di affanno che logora e trasforma Tanti sono i testi del poeta tesi a descrivere l'ingrata condizione umana, messa a nudo entro l'apparenza del miracolo progressistico: essi contemplano sia l'attivismo logorante che si svolge dentro le pareti domestiche che quello proiettato nella sfera pubblica, che potrebbe apparire più gratificante. Siamo spettatori, consumatori, clienti, incarnando le molteplici facce dell'ingranaggio sociale, così come fortuna-natura le distribuisce. Non siamo mai individui che facciamo storia, ma docili bestie, sottoposte al servaggio esistenziale. Il grande corpo sociale, distribuendo al suo interno ordini e funzioni, non fa che rispondere ai bisogni di conservazione e sopravvivenza del mondo. . Si tratta di una specie di grande ventre onnivoro che non si ferma neppure durante i riposo notturno, un mostruoso leviatano che crea e distrugge come il ventre della natura. Viene in mente il grande ventre di Parigi del romanzo zoliano, anch'esso metafora del determinismo naturale; anche la favola di Menenio Agrippa, narrata da Livio, fa al caso, ponendo in analogia i due corpi, sociale ed umano, organismi funzionanti su regole di base biologiche. Si assiste, in questa poesia, al recupero di una condizione prima e naturale, anteriore allo sviluppo storico delle civiltà, in cui tutte le creature vivono la fatica e il rischio dell'esistenza; nella poesia “Il ventre della lucertola” l'uomo e la lucertola si scambiano le veci, sopportano lo stesso destino e la stessa pena del vivere; non aiuta l'apparente splendore, come il dorso verdeggiante a proposito dell'animale, perché il ventre bianco e debole lo espone al pericolo e alla violenza del più forte. Come la lucertola , anche l'uomo ha le sue fragilità, un midollo esposto alle possibili torture, anche l'uomo è costretto a cercare ripari , a desiderare “per durare vivo al mondo non vivere”. Nella poesia “sul trespolo” il buffo animale con le sue unghiette, piumette, zambette , rappresenta il correlativo dell'uomo nella condivisione di una situazione buffa e tragicomica di debolezza e mansueta rassegnazione. Il suo cane, il setter cui Giudici dedica una sezione di versi, insieme con sua moglie rappresenta l'interlocutore privilegiato di riferimento per i suoi interrogativi esistenziali.

Per Giudici la natura, quindi, non rappresenta un mondo di idillica vitalità cui ispirarsi poeticamente per trovare compenso al male, ma la condizione determinante dell'esistenza che le forme del sapere possono rivelare , ma non superare. L'umanesimo illuministico di Giudici ha perso ogni ottimismo nella rinuncia alla dialettica evoluzionistica del progresso, sostituita dall'idea di ripetizione ed immutabilità come legge esistenziale. Si ravvisa , nella sua pessimistica e perentoria convinzione, la sintesi matura del pensiero di poeti a lui precedenti, come Leopardi, Verga, Montale, che hanno messo a punto la legge del meccanicismo universale; l'idea di un dinamismo logorante, come una fiumana, una pompa, il frangersi del mare sugli scogli, non è più novità e rivelazione allarmante, ma realtà assimilata su cui riposa la depressa condizione dell'uomo.

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