Servizi
Contatti

Eventi


Canto quinto dell’Inferno:
la poesia come ricerca della verità

“Mentre che il vento come fa ci tace..”: così Dante, nel canto quinto dell’Inferno, prepara il piano poetico e morale del suo percorso. Nella pausa della tempesta si inserisce il dialogo di Dante e Francesca, o meglio la rimembranza dell’eroina sui tempi e sulle ragioni di un passato amore felice.

Come si può interpretate questa sospensione della pena, questa deroga dalla legge divina ed eterna? Forse in quel punto della bolgia è già prevista una sospensione, compensata dalle più gravi condizioni nel resto del girone; forse si tratta di un privilegio accordato, ancora una volta, all’eroe del viaggio mistico, che dovrà far tesoro del racconto di Francesca; può trattarsi anche di omaggio al canto poetico e al suo valore, accordato dallo stesso Dio. Sempre la poesia pone in rilievo la vicenda umana dei personaggi della Commedia, ricacciando sullo sfondo il sistema del moralistico contrappasso, perché la poesia da sempre si è posta come la Musa pietosa e generosa verso i casi umani, in grado di abbattere divieti ed impedimenti, penetrando in recessi sconosciuti ad altri ambiti del pensiero e dell'agire. Ma qui esplicitamente essa rivendica i suoi diritti, perfino quello di trionfare sul dolore e sulla morte.

Le parole dell’eroina suonano come un canto poetico di nostalgia, ricordo e amore. Immediatamente scompare lo scenario tetro della bufera, per dare adito ad un altro territorio di espandersi, uno spazio non attuale e reale, ma prodotto dai bisogni della mente; la mente vuole obliare la situazione che incolla la vita ad una dura e perentoria legge, e dalla prigione della pena balza verso il passato felice, affrontando un lavorio memoriale ed immaginativo e “fingendo” una dimensione altra ed illusoria, necessaria e gratificante. Sono gli strumenti della poesia e cioè quelli dell’anima, che sottraggono l’uomo alle leggi fisiche e metafisiche, sfaldando la trama serrata del sistema ragione- realtà e concedendo escursioni di più dinamica ed aperta sensibilità.. La trama delle citazioni liriche potenzia la parola di Dante, in una rispondenza di linguaggi e livelli che ispessiscono l’ispirazione e la rendono più gentile e raffinata. Si tratta di poesia che sgorga da altra poesia, non meno autentica, ma più corposa e profonda.

La stessa situazione si offre quando il musico Casella nel Purgatorio, cantando una canzone del Convivio di Dante, diffonde intorno un clima di benessere e rasserenante oblio che trattiene e richiama un gruppo di anime, compresa la guida morale di Dante, il poeta Virgilio. Anche qui due livelli creativi, due linguaggi artistici, entrano in simbiosi, potenziando i reciproci mezzi espressivi, con effetti di fascinosa dolcezza. Così anche le sculture impresse sulla roccia del girone purgatoriale dei superbi, commentati da un’adeguata parola poetica, raddoppiano il gusto della fruizione.

Sullo sfondo si inscrive la legge divina con il suo infallibile richiamo, ma il canto poetico, con le sue immagini, è capace di intercalare il suo velo di illusioni. L’illusione non annulla la realtà, ma può alleggerirla e sfaldarla. Sembra di ritrovare il binomio realtà- illusione su cui il poeta recanatense fonda la sua ricerca, per scoprire tutte le risorse della creatura umana in rapporto con i possibili residui della benevolenza della natura; ma quanto distanti sono Dante e Leopardi nello scopo della propria ricerca e nella formula del loro messaggio di verità! Questa ricerca ha sempre mosso il pensiero umano e impregnato tanta poesia: nel mondo classico la verità era messa in scena in teatro, e nella liturgia teatrale era come se il Dio stesso la portasse, nell'estetica moderna è ciò che resta e viene fondata dai poeti, la “ formula” monumento che, in piena luce o nella mezza luce, dovrà affrontare la storia dei secoli.

La verità di Dante non è quella di Leopardi, che poteva affrancare l’illusione e accettare il linguaggio poetico come canto di sospensione consolatoria, anche se momentanea possibilità di traiettorie infinite. Dante non può accettare che la verità sia velata dalla lusinga e dal diletto di una parola umana melodica e fascinosa; quando la poesia si limita alla funzione di diletto, può nuocere moralmente alle scelte dell’uomo, impedendogli di completare il percorso verso Dio, la sola verità a cui l’uomo è destinato. La verità per Dante non è una verità naturale e creaturale, limitata alla fragilità dell'uomo e alle leggi fisiche del suo status, su cui piove solo l'ingenuità rasserenante delle illusioni. Per Dante la verità è Dio stesso che muove il mondo, impone il Suo superiore piano sulla storia, ispira il percorso mistico dell’uomo. Solo in Paradiso, superate le illusioni fascinose, anche dell’arte, la verità prima, creduta per fede, si espande in modo fulgente e in piena luce La poesia verità e non pausa deviante, per Dante è dunque quella del Paradiso, dell’anima cioè uscita dagli ingorghi della storia e giunta faccia a faccia con Dio. Qui teologia e poesia convivono in un estremo approdo conoscitivo, in cui l’emozione si fa pura ed assoluta. I linguaggi del suono, dell’immagine e della parola si potenziano in una dimensione totale senza limiti. Il campo transumptivo indica una dovizia non artificiale ed erudita, né una trama esile di immagini di finzione, ma una verità spiegata, sottratta perfino ai momentanei confronti con la terra e il tempo.

Materiale
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza