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Canto XXX del Purgatorio: le due anime di Dante

Il canto XXX del Purgatorio è un luogo centrale nell'opera di Dante, non solo per l'iter di purificazione del pellegrino, ma per il raccordo, armonico e compiuto, delle due culture della formazione dell'Autore. Vediamo come le due culture, le due anime, i due universi di pensiero, attraverso cui si è sviluppata la vita di Dante, siano approdati ad una coerente sintesi e costituiscano la struttura articolata di un uomo insieme dotto, morale e credente.

Precedentemente i due saperi, con i loro conseguenti punti di vista esistenziali, si erano posti in modo autonomo, con l'allegorica successione delle due Donne, Gentilissima e Gentile. Quando nella Vita Nova Dante narra la sua esperienza d'amore salvifico e rigenerante, Beatrice appare in veste di una creatura divina che porta la beatitudine, separando la terra dal cielo, additando una via stretta e separata, diritta verso il cielo. Dante, in questo periodo giovanile, scopre una via pura e innocente, tutta proiettata nell'interiorità, attenta solo all'ispirazione del cuore. Si tratta di una vita ricca di vibrazioni interne, come visioni, sogni, estasi, in un appartamento dal mondo esterno. C'è il giovane idealista, che intuisce l'importanza dell'Amore divino nella sua sfera segreta e sicura, e in essa si ritrae, quasi timoroso degli strepiti e degli sconvolgimenti della storia del suo tempo.

Segue la stagione concreta della sua esistenza storica, in cui la via del cielo lascia il posto ad una dimensione umana, mondana e sociale. Dante prova interesse per le vicende della sua città, impegnata nell'attuazione del passaggio dalla struttura aristocratica cortese a quella mercantile popolare, guarda con attenzione ai dinamismi e ai ricambi che si succedono, pur senza diventare mai organico alla nuova mentalità affaristica; la vita cittadina costituì, se mai, una palestra di esperienza, utile per sostenere una personalità ancora inesperta che mirava alla conoscenza e all'equilibrio. Cadono qui i consigli e la guida civile di Brunetto Latini, che gli venne insegnando precetti morali e virtù, da cui muovere per la sua missione futura, come viene riconosciuto nel canto XV dell'Inferno; qui cade l'interesse per Aristotele, che gli fa gustare la dolcezza delle vivande del convivio della conoscenza. Capisce l'importanza e il dovere della conoscenza, per destreggiarsi, in modo nobile e disinteressato, nelle vicende della città e del mondo, distinguendosi dalla gente "avara, invidiosa e superba" da cui è attorniato. E con Aristotele convivono nella mente di Dante tutti quei Padri della cultura che figurano nella biblioteca del Limbo. Sicuramente comincia a formarsi, nella mente di Dante, in questo periodo di grande impegno morale e culturale, in ottemperanza anche all'orientamento del suo tempo, quella sintesi tra i Padri classici antichi e cristiani, in quel modo ben strutturato, che si evince poi dalla Commedia.

Quando Dante approda alla Commedia, quindi, il percorso della sua formazione si è compiuto, le due figure- guida si sono unificate e procedono di comune accordo nell'ultima decisiva esperienza di riscatto. Virgilio e Beatrice, sebbene si dividano tempi e ruoli, è come se procedessero appaiati e in concordia, come se fossero sempre presenti entrambi nell'assistere il loro discepolo prediletto. Senso binario e ricerca del parallelismo sono le inferenze di questa armonia e compiutezza raggiunti: due poteri a guidare l'umanità, due guide, due culture, due anime. Virgilio e Beatrice diventano due figure complementari, anzi l'una è speculare all'altra, come due figure parentali, due genitori che si sono divisi il compito di guida verso un figlio: Virgilio è padre autorevole e magnanimo, ma anche dolce e tenero come una madre nei momenti di difficoltà del viaggio; Beatrice, da giovinetta eterea come appariva nell'opera giovanile, si è fatta madre affettuosa, ma anche autorevole nel correggere a fin di bene, sapiente nel rispondere ai dubbi, perfino quelli di elevato spessore sapienziale tipici dell'ultima fase teologico- mistica.

Le due culture si sono fuse, senza che nessuna si arroghi il primo posto. Segnali di questa fusione si individuano chiaramente nel canto XXX del Purgatorio. Le due guide allegoriche si ritrovano in questo punto del viaggio in un raccordo iniziato nel canto II dell'Inferno, quando si erano divisi il compito della formazione del discepolo. Il tessuto delle citazioni richiama sincretisticamente le due culture, classica e cristiana, cui Virgilio e Beatrice rinviano. Versi di Virgilio, tratti dal libro VI dell'Eneide, (Manibus date lilia plenis!), libro centrale e certamente fondante per la visio dantesca, fanno da pendant a versi del Cantico dei cantici (Veni, sponsa de Libano) ed evangelici (Benedictus qui venis).

Le parole di Anchise nei Campi Elisi lodano il giovinetto Marcello, morto anzi tempo, con un tripudio di fiori e gigli, mentre il versetto evangelico, riadattato per corrispondere a Beatrice figura del Cristo, richiama l'accoglienza trionfale di Cristo a Gerusalemme. Lo stesso carro che trasporta in trionfo Beatrice, ritta e solenne tra fiori e veli di vario colore, ha origine virgiliana: ricorda al contempo il trionfo dei generali romani presentati da Anchise, forse quello stesso di Augusto ad Azio nel solenne riquadro della virgiliana descrizione dello scudo di Enea; un richiamo va sicuramente alle processioni trionfali delle divinità romane, come ad esempio quella di Cibele, descritta da Lucrezio, poeta sconosciuto a Dante, ma noto ed apprezzato da Virgilio.

Questo tessuto compatto di richiami è testimonianza della sintesi culturale tra classicismo e cristianità, compiutasi organicamente nell'animo di Dante tanto da risultare inestricabile, come l'immagine del padre e della madre nelle sembianze del figlio, che ripete le distinte provenienze, non permettendone più la separante distinzione.

I segnali di questa connessione sono diffusi in tutta la Commedia: oltre ai già ricordati Canto XXX del Purgatorio e II dell'Inferno, si può ricordare il canto XV del Paradiso, in cui l'accoglienza del trisavolo avviene con versi latini che alludono ancora una volta all'Enea virgiliano e a S. Paolo, precursori del viaggio dantesco (O sanguis meus, o superinfusa / gratia Dei, sicut tibi cui / bis unquam celi ianua reclusa? Paradiso XV, vv. 28-30). Anche in un momento di estatica contemplazione mistica, nel cielo di Saturno, mitico sovrano della mitica età dell'oro, le due culture sono parimente rappresentate, con la citazione biblica della scala di Giacobbe (vid'io uno scaleo eretto in suso / tanto, che nol seguiva la mia luce./ Paradiso XXI vv. 29-30 ; e nostra scala infino ad essa varca, / onde così dal viso ti s'invola./ Infin là su la vide il patriarca / Iacobbe porger la superna parte, / quando li apparve d'angeli sì carca./ Paradiso XXXII, vv-68-72), e la scala dei cieli ruotanti su cui si affaccia Scipione Minore nel Somnium ciceroniano.(Col viso ritornai per tutte quante / le sette spere, e vidi questo globo / ... / e tutti e sette mi si dimostraro / quanto son grandi e quanto son veloci/ Paradiso XXII, vv. 133-150)

Le due anime di Dante si inverano in due figure che, nella creatività dantesca, raffigurano il simbolo ma lo oltrepassano, riuscendo a vivere di vita propria come veri personaggi. Si tratta di un apporto innovativo di Dante ad una tradizione di guide consolatorie e sapienziali, in veste di allegorie più che personaggi realizzati. Il richiamo va a Severino Boezio, la cui opera e la cui vicenda esistenziale è base fondante per la Commedia: la figura di donna dai contorni ossimorici, sia laceri e trascurati, sia solenni e magnifici, che consola il prigioniero "immeritus", non ha la portata umana e ricca di sfaccettature delle due guide dantesche. Inoltre con la finzione di due guide anziché una, Dante ha rivelato una formazione non solo culturale e dotta, ma umana e affettiva, inverandola in figure quasi genitoriali, in cui sublimare il suo bisogno di sostegno e protezione.

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