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Cronaca e comunicazione giornalistica nei versi di Giovanni Giudici
L'assideramento: analisi della poesia

Questo testo è un articolo di cronaca, come tanti che compaiono nelle pagine dei quotidiani; le modalità di scrittura sono quelle dell'articolo, con i suoi riconoscibili contrassegni, l'occhiello, il sommario, i riferimenti al chi, che cosa, dove; anche se personaggi e voci sono lasciati nell'anonimato, non perdono efficacia e concretezza, consonando con il gusto del poeta per la teatralità e l'azione. Si tratta di un caso di assideramento, un suicidio tra le mura domestiche, in una zona della casa esposta alle intemperie, che coinvolge la moglie e il figlio dell'interessato.

Sorprende il lettore la contaminazione tra prosa e poesia, l'abilità del poeta di trasporre in versi una realtà di cronaca quotidiana, più adatta al genere giornalistico. La sperimentazione, trascendendo le regole dei due linguaggi, della prosa e della poesia, porta ad un nuovo risultato letterario, un prodotto da considerare e vagliare. Un evento di banale cronaca viene reso in versi, in un'icona testuale che prevede numerazione sillabica e scansione strofica; il rispetto della regola viene anche superato, per la libertà che il poeta si concede nell'utilizzo di rime ed accenti oltre che nella varia lunghezza del periodo strofico. Quale poetica Giudici vuole apportare in questa tipologia di scrittura, che si può definire una narrazione in versi? Egli vuole esprimere la vita, tutta la vita nei suoi minimi aspetti, e perfino nei casi quotidiani e banali, sottraendo alla poesia la sua nobile aura, la sua prerogativa che pretende genialità ispiratrice e selezione della realtà. Elezione dei contenuti e preziosità linguistica nei vari livelli rendono la poesia una dimensione eccezionale, sottratta alla banalità quotidiana e alla corrosione del tempo. Anche se Pascoli, già nel primo Novecento opera un rinnovamento in direzione del concreto, auspicando un avvicinamento alla prosa, conserva alla poesia universalità e visionarietà e quella tensione all'oltre, tipico di questo particolare linguaggio. Il bisogno di prosa e realismo, auspicato da Pascoli e dai programmi veristici, attraversa la linea discorsiva dei Colloqui di Gozzano e quella ironico- satirica di Montale, approdando alla poesia di Giudici che evidenzia la connessione tra vita e verso, tra l'elemento prosaico della vita e la resa in poesia. L'impropria connessione appare audace e provocatoria, ponendo interrogativi al lettore; è un volersi disfare della poesia come sublime tensione e contemporaneamente farvi ricorso con l'icona del verso sulla pagina, un rifiuto incompleto e a metà, che lascia alle sue componenti connotative di apparire ancora. Anche nell'ultimo Montale il linguaggio materiale, quasi consumistico dello scialo quotidiano ritrova saltuariamente e quasi per miracolo le qualità poetiche e l'ornatus fonico della rima; sembra un incontro casuale con la poesia, che fa palpitare e trasalire, come in un incontro epifanico con una memoria tanto cara. Si potrebbe dire la stessa cosa per la poesia di Giudici, che contemporaneamente vuole essere vita, vita vera non selezionata, ma non riesce a staccarsi del tutto da una presenza di ordine superiore cara all'intellettuale , che parla da un punto di estrema lontananza e seguita a fornire le sue quasi irriconoscibili promesse salvifiche. L'illusione non è abbandonata e si scarica ora nel flash lirico, più spesso nella sentenza protesa verso una verità universale.

In questo testo la poesia si raccoglie su una realtà che le è consona: la morte, realtà per eccellenza della riflessione poetica. Che la morte diventi oggetto di cronaca, banalizzata e insignificante, questa è la provocazione che Giudici lancia al lettore , trasponendola nel linguaggio più consono a recepirla, il più simile alla sfera della sacralità. Quante volte, ogni giorno, i media ci portano a conoscenza eventi di morte, in modo rapido, in un accavallarsi di notizie che annullano ogni sentimento e valore. Lettore e spettatore, nella routine dell'assuefazione e della mediatica saturazione, hanno perso perfino l'istinto di coinvolgimento e pietà umana. Le notizie affastellate e ripetute quotidianamente non riscuotono attenzione, cadono nell'insignificanza, apparendo come meri riempitivi della testata giornalistica e portando con sè questo unico fine. Nel testo di Giudici non compare neppure il nme del personaggio, che nelle cronaca contribuisce a fare notizia, pur nella futilità generale della comunicazione mediatica. Anche la scelta dell'anonimato rientra nella tecnica provocatoria disseminata dal poeta: qualcuno ricorda i nomi delle numerose persone coinvolte nelle infinite cronache quotidiane? tutto è chiacchierio riempitivo degli spazi della comunicazione. Il poeta vuole conservare il suo ruolo e la sua funzione, quella di dare valore all'uomo, alle varie connotazioni dell'umano,salvandole dall consumistica e burocratica corrosione, riponendole al centro, appunto, con lo strumento della versificazione. Contro la morte consumistica e onnivora della stampa e dell'arida anagrafe burocratica il poeta oppone la morte in versi, appellandosi alla poesia e alla sua capacità di segnalare un problema o un valore con le sue tecniche di rallentata fruizione, una fruizione che richiede vaglio attento della parola, riscattata dai rischi della veloce comunicazione dei media. Giudici, come poeta, ragiona sulla morte, le ridona la sostanza di evento e problema, propone i suoi scabri dilemmi e la sua visione nuda e disincantata.

Con quale lontananza essa si pone dal carme foscoliano, con quale scioccante respiro di contemporaneità irrompe sulla pagina del poeta Giudici! Anche Foscolo, rimettendo al centro il tema del sepolcro, voleva provocare la società del suo tempo, imborghesita e materialistica, con la convinzione, tuttavia, del nobile valore di una vita impegnata e di un altrettanto nobile valore della morte, che ancora poteva risultare coronamento e memoria. Perfino Leopardi conservava alla morte il suo nobile silenzio, ovvero una tragica universalistica coralità. Nell'età contemporanea perdono valore sia la vita che la morte, cioè l'intero ciclo dell'esistenza, destinato a consumarsi nell'insignificanza, come tutte le cose che appaiono e scompaiono e non hanno altro obiettivo che la preservazione, anch'essa futile, del sistema produttivo e burocratico in cui l'uomo è inserito. La persona si aggira come in un formicaio di montaliana memoria, per diventare immediatamente inutile fardello di cui disfarsi. Il centro del testo, il suo nucleo germinativo è proprio nella prefigurazione che l'io poetico compie della misera vicenda del corpo, diventato, all'atto della morte, peso inutile e fastidioso di cui gli altri dovranno disfarsi. L'io dell'assiderato, controfigura del poeta, guarda con smarrimento il suo corpo, dissociato da quella combinazione con cui aveva potuto essere di qualche utilità, comprendendo l'inutile inerzia e il gravame di ciascuna vita per gli altri. Non pietà e memoria, ma risalta un senso di assurdità che si estende a tutta la vita. Se Pirandello dissacra le convenzioni dell'inutile rituale funebre, Giudici va oltre, escludendo ogni apparato e focalizzando la miseria e lo squallore della morte biologica. La decostruzione ha eroso il valore della vita e la sua sacralità nel ritmo dell'universo, lasciandole la sua nuda sostanza corporea da valutare solo nella sua dinamica funzionalità. Nella Descrizione della mia morte l'io narrante presenta l'evento come fatto burocratico, deciso dalla legge che predispone, al proposito, lettere di annuncio, uffici e patiboli di esecuzione. Il protagonista, dopo aver ricevuto l'avviso, si avvia accompagnato dalla moglie che lo incoraggia ad affrontare la prova con coraggio, senza aver paura, come si fa con un bambino nel laboratorio del dentista. Il funzionario, che ha tutto predisposto, pretende di agire speditamente come in una catena di montaggio, non ammette pause e ripensamenti; si tratta della morte burocratica , atto veloce e necessario della catena organizzativa del sistema- vita, ormai invalso socialmente. La società, nei testi di Giudici, trova la sua immagine speculare e l'implicito commento. In entrambi i testi, L'assideramento, e Descrizione della mia morte, è sottesa la filosofia morale dell'autore: il designato a morire rifiuta la morte burocratica, vuole vivere questo passaggio speciale, avere la possibilità di percepire ed analizzare i vari attimi dell'evento, farne un percorso conoscitivo; egli vuole attraversare gradualmente la dimensione del morire, capire quello che in essa accade, come cambiano le sue sensazioni, cioé rendersi vigile e cosciente dell'atto del morire. " C'era un bel sole, volevo vivere la mia morte./ Morire la mia vita non era naturale": così si esprime l'uomo di fronte al crudele ingranaggio sociale che rifiuta l'ingombro della morte e la sua naturale gestione; l'io lirico- esistenziale si scontra con l'inflessibile sistema che non ammette rallentamenti e intende risolvere rapidamente i nodi, anche quelli della vita. Anche nell'Assideramento la morte doveva giungere "senza spargimento di sangue, né violenza./ Addormentarsi, ma poi/ ancora guardare, sentire/ adagiate due mani sui ginocchi,/ tenero intervallo della coscienza, /prima di chiudere gli occhi."Giudici si cala nelle sensazioni dell'assiderato, che gusta questo evento della sua esistenza prolungandolo con il naturale palpito di memorie e visioni : egli rivive ricordi familiari, come il vino nelle damigiane, la gallina e le sue uova, ascolta il crepitio della pioggia con un apparato sensoriale più acuto e concentrato del solito; si affisa sulla visione del suo corpo inerte matrice di disagio ed intoppo per l'usuale movimento della vita "mentre la gente minuscola che fu mia/ si scuote dallo sgomento,/ trascina via l'inutile salma.." C'è nella poesia di Giudici un desiderio di vivere l'esistenza, di coglierla nel suo essere , mentre le leggi del mondo, ancor più che quelle naturali, la sottraggono, rinviandone all'infinito il compimento. Anche alcune novelle di Pirandello si concentrano sul momento del trapasso, per farne oggetto di conoscenza; in Soffio o Di sera un geranio emerge il desiderio di cogliere ed assaporare il momento della separazione dello spirito dal corpo, quando nella scissione dei due elementi, il corpo diventa oggetti inerte e le cose stesse, prive della relazione con l'io, sono investite da un processo di nullificazione. Giudici , al riguardo, sembra che voglia rallentare il processo come per cogliere almeno alla fine quella vita di cui l'uomo subisce un'ingiustificabile sottrazione.

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