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Dimensione magica e mitica nella narrativa di Anna Maria Ortese

Ci si chiede se ancora nel nostro tempo, dopo due secoli di piena affermazione del pensiero scientifico-razionale, possa persistere una visione mitica della natura. Siamo portati a credere che la chiarezza del calcolo e della matematica abbiano rimosso il mistero e la fantasia, e quindi la poesia che si alimenta proprio di disposizioni alogiche dello spirito. Ma la poesia continua a prospettare i suoi mondi immaginifici, venendo incontro al bisogno di mito e della sua indeterminata visione della vita. Il mito riavvicina alla natura e ai suoi segreti, all'essenza della vita di cui si sente un'avida curiosità conoscitiva, all'armonia con il Tutto, persa con l'affermazione di metodi frammentari e specialistici volti alla finitezza sempre più minuta delle cose. Di qui la riscoperta del patrimonio di storie esemplari, o la creazione di nuove storie che alle prime rinviano e di quelle si alimentano. Bisogno di mito e sguardo al retroscena profondo dell'esistenza guidano la ricerca di Nietzsche e D'Annunzio, per citare alcuni degli intellettuali a noi prossimi, che hanno mosso i loro passi in accordo con psicologi, antropologi ed archeologi, in una concorde prospettiva conoscitiva inaugurale. Accade come nell'epoca del maturo classicismo filosofico greco, quando si mosse alla riscoperta del mito nel contesto liturgico-religioso della tragedia; il mondo, contemplato con lo sguardo mistico dell'uomo antico, torna a popolarsi di una ricca gamma di creature ( fauni, ninfe, semidei, folletti, demoni) senza statuti precisi di specialistiche enciclopedie, in un continuum senza soluzione nel versante di base della vita. Come non ricordare la ninfa Versilia o Undulna, creature misteriose ed ineffabili, che riuniscono in sé i vari livelli di vita, sommando insieme la nobiltà della natura umana, l'agilità di quella animale, il fulgore delle specie vegetali.

Anna Maria Ortese, con la sua scrittura visionaria e creativa, si pone fuori dai programmi realistici allargando la sua veduta del mondo su una chiave indefinita e primigenia. Si tratta non di fantasia incontrollata e sorprendente, per una rivalsa del sogno sulla piatta aridità della ragione, ma tesa ad un un messaggio di cambiamento, nella prospettiva di una nuova Humanitas come armonia col tutto nel nostro globo terrestre. Questa umanità, allargata a tutti i livelli di vita della natura, riporta al mito e alla sua fecondità nel permeare le lunga storia della cultura, soppiantato dalle Dichiarazioni dei diritti dell'uomo, intesi come diritti di primato sulla natura.

Due romanzi della Ortese sviluppano questa tematica mitica, di cui viene riscoperta la ricca potenzialità paideutica. La Scrittrice, mentre ricrea dimensioni fluide ed indefinite della vita cosmica, ne denuncia la scomparsa ad opera della modernità, indicandone date ed eventi scatenanti. L'Iguana è una favola ambientata in un'isola sperduta, raccolta e fissata proprio nel momento del suo crollo. Sembra che proprio l'isolamento di questo piccolo lembo di terra in mezzo all'Oceano abbia assicurato la permanenza dell'età del mito, mentre intorno le istituzioni della modernità l'hanno rimossa e distrutta. Nell'isola la natura coincide con la vita unitaria ed armonica, senza livelli, gerarchie e distinzioni. Una iguana può vivere con l'uomo ponendosi alla pari con lui, perché non sono state tracciate definizioni tra gli esseri e l'uomo non ha stabilito il suo primato, sottoponendo al suo servizio le altre specie, egli condivide con tutti gli altri lo spazio in amore e fraternità. Qui si è svolto e consumato l'idillio d'amore tra il marchese Ilario Segovia e l'iguana Estrellita, bella, appunto agli occhi dell'uomo, come una stellina; la vicenda ha un contorno remoto di beatitudine e paradiso, richiama l'età dell'oro in cui tutto è umano e al contempo divino: l'angelica testa del marchese ha la gravità e benignità di un dio, per non dire di un uomo......la Iguanuccia appartiene all'umana famiglia ... non è più un triste corpicino verde, ma una gentile e affascinante figliolona dell'uomo... sa di essere bella, bellissima, e, come ogni figlia dell'uomo, ne è beata. (L'Iguana, pag. 124)

Tra mondo animale ed umano corrono sfaccettature fluttuanti e connotazioni reciproche, per cui tutto è umanizzato, rapportato alla sensibilità umana, come nell'ottica mitica. La cornice di fluido interscambio e vicinanza tra gli esseri della natura richiama l'era prima del cosmo nelle Cosmicomiche di Calvino, in cui esiste uno zio pesce dotato di sapienza umana, come l'iguana combina connotati di rettile con tratti di delicatezza e doti di comprensione umana. L'iguana, come le ninfe dell'estate alcyonia dannunziana, rappresenta la nostalgia dell'uomo verso un mondo primo, verso le "favole antiche", simbolismo umano sempre risorgente tra memoria ed utopia. La visione mitica di Anna Maria Ortese va ancora più indietro, alla fonte più autorevole, Ovidio, il Poeta che ha fissato la storia del mondo individuandone la legge della perenne metamorfosi. Ovidio riscopre non miti al servizio di potenti famiglie, ma miti esiodei dell'esistenza nella sua totalità, permeati di dolore e coralità. Il lirismo, che aleggia intorno all'iguana, è lo stesso che si sente in animali e piante dell'universo ovidiano, e la stessa matrice possiedono l racconti Vita di Dea e Un uomo nell'isola, vere precursioni del romanzo. Nel primo la fanciulla bella, quasi divina nella sua brillante esistenza umana, è destinata a convertirsi in rana, conservando la sensibilità della sua precedente esistenza; nel secondo un uomo vive in un'isola servito da una creatura simile all'iguana, in felice armonia con la natura. Quale senso di comunione questo lirismo mitico può ispirare, quale fraternità, rispetto verso tutti gli esseri così accomunati, quale malinconia per il dolore che costituisce il destino cosmico, ed anche quale gioia verso il continuo rifiorire della vita, destinata a non spegnersi mai!

Questo mondo fraterno permesso dal sistema della natura, sta tramontando anche nell'isola, di fronte all'avanzare di due ideologie che daranno una nuova sistemazione e nuovo ordine al mondo. Le due ideologie si configurano come delle chiese che guidano l'umanità verso nuove istituzioni e focalizzazioni del sapere; la dottrina cattolica, prospettando la trascendenza ed immortalità dell'anima, eleva l'uomo in quanto unica creatura capace di raggiungerla con la parte più spirituale di cui è dotato, cioè l'anima, relegando nelle gerarchie inferiori gli altri livelli di vita terrestre. Alcuni esseri sono addirittura demonizzati ed inseriti nell'area semantica del diabolico, dell'occulto nocivo al bene dell'anima. L'iguana, da quando ha perso la parità con l'uomo, vive con le altre bestie, in un ambiente sotterraneo della villa, oscuro e segreto come un antro infernale. Il vescovo, che fa visita alla villa, giunge con le sue formule ed incensi purificatori, come per benedire un territorio sconsacrato dalla presenza di una creatura lontana dalla luce di Dio: colui che fu riconosciuto come il Male, non era all'origine considerato tale, ma tutt'altro, era baciato e accarezzato ... improvvisamente seppe che vi era stato errore, seppe di essere non il Bene, ma il Male medesimo...(l'Iguana, pag. 95). La dottrina razionalistica, fatta propria dal sapere della scienza e della tecnologia, eleva l'uomo su tutti gli altri esseri e gli assegna il dominio su tutta la natura; la dote spirituale, che permette questa forma di potere, è la ragione che non solo affina i suoi metodi, ma anche roussonianamente crea gerarchie interne all'umanità tra chi meglio e più sa impadronirsi dei suoi strumenti, tra il superiore e l' inferiore. Nel romanzo l'isola con i suoi mitici abitanti viene risucchiata dall'ideologia dell'Occidente con il suo potere e la sua venalità economica.

Il romanzo del Cardillo addolorato è all'insegna dell'indeterminatezza al di fuori di parametri e riferimenti storici, traducendo così in ogni sua parte il messaggio misterioso ed esoterico che l'Autrice vuole contrapporre all'universo del pensiero razionale. In verità viene indicato il secolo, il Settecento, con la sue scoperte e le sue somme dichiarazioni in un contesto di storica evoluzione dell'uomo, ma la vicenda focalizzata emerge con un alone di doloroso mistero, ricacciando sullo sfondo, in modo critico e significativo, le connotazioni del secolo. Tanto la ragione scientifica intende porsi come pensiero forte e determinato, quanto il mistero dell'esistenza ne corrode il dominio, ribaltandone gli assunti; si può parlare del Cardillo come di romanzo della visionarietà e della crisi della ragione, nel presentare non la chiarezza delle strutture del mondo, ma un sottofondo incomprensibile e doloroso dell'esistenza. In tutto il romanzo le cose appaiono in modo impreciso, ambiguo e precario, ogni forma o senso si rovescia nel suo contrario, o nelle mille sfaccettature in cui si evolvono, attraversate da continua metamorfosi, senza consistenza sociale o percorsi di formazione, come nel romanzo moderno. Il cardillo rimane una creatura che fa sentire la sua presenza, restando inafferrabile, molto simile ad una coscienza del mondo, ad un'anima che veglia sull'umanità, infondendo un desiderio ineffabile di gioia e purezza, a volte alla profonda voce della natura che richiama alle persone sensibili la legge del dolore. C'è, poi, un altro personaggio che non possiede una sua identità, in quanto non rientra nei canoni e nelle definizioni di uomo, investito com'è da dinamismi metamorfici che lo fanno passare attraverso vari livelli di vita. Appartiene certo agli esseri animati, nel senso che possiede un animus vitale, ma percorre i vari gradini dell'animalità, da volatile a capretto con un corno sulla fronte, a bambino, a giovane. Appare come un essere ora forte per le sue doti che vanno oltre l'umano, ora debole perché sprovvisto proprio di quelle caratteristiche richieste dalle Dichiarazioni dei Diritti dell'Uomo, risultando, a tal proposito, un minorato, uno sfortunato, un folletto, un figlio dei fiori, più vicino alla natura e lontano dalla ragione. Il figlio dei fiori, come l'iguana, non rientra nelle definizioni delle scienze religiose, né in quelle scientifiche, non ha un'anima, né la ragione, perciò è destinato alla morte sia sociale che spirituale. Con l'accezione di minorato e sfortunato, l'Autrice vuole richiamare tutte le selezioni sempre più restrittive che possono declassare esseri interni alla stessa specie umana. Si avverte nella visione di Anna Maria Ortese un senso di dolore per lo snaturamento intrinseco all'evoluzione storica, e insieme una nostalgia verso una perduta autenticità naturale. Il senso di pietà, sottofondo dei due romanzi, riguarda sia la riflessione sul progresso e le sue conseguenze selettive, sia la generale precarietà dell'essere nella vita cosmica; si ritrova la malinconia con cui Ovidio ed anche autori a noi contemporanei come Rilke contemplano la trasmutazione come mistero doloroso della vita. La vita, nella sua autenticità naturale, cela un mistero doloroso ed è proprio questo il titolo di uno scritto precedente della Ortese, che appare come testo fondativo per i romanzi considerati. La diversità di classe, su cui esso sembra focalizzarsi, sfuma in richiami e convergenze inesplicabili, per cui i personaggi sono attratti tra loro come se potessero scambiarsi reciprocamente ed annullare la loro identità sociale per ragioni che vanno al di là della presente esistenza. L'anima, racchiusa casualmente nello spazio e nel tempo contingente di un corpo, si apre ad echi e rapporti più ampi ed universali. I personaggi della Ortese sono esseri sensibili che avvertono non solo le ingiustizie dell'organizzazione sociale, ma anche il ritmo profondo ignoto del creato e ne traggono una visione dolorosa: Elmina, nel Cardillo, proprio nella prospettiva delle nozze, enuncia la legge del dolore come unica legge della vita, votandosi all'infelicità e all'amore per gli infelici: Dio ha fatto le creature e il loro dolore. Le creature vivono nel dolore, e solo il dolore si deve amare, solo quelli perduti si devono servire....(Il cardillo addolorato, pag, 93) La voce del cardillo la segue con questa maledizione, o meglio con questa rivelazione che sembra appartenere alla vita stessa; anche gli altri sono attratti nell'orbita di Elmina e perdono la gioia, come il marito Alberto che sogna invano la joie, cerca di raggiungerla con l'arte e di racchiuderla nelle numerose teste che scolpisce, morendo di squallore e desiderio.

La scrittrice, nei due romanzi, presenta una specie di cosmogonia e storia del genere umano, interrogandosi sugli arcani della vita e ravvisandone tappe e trapassi; alla base emerge la favola del mito che ricorda l'esistenza armonica e la comunione in seno alla natura, poi si è avviato un trapasso che ha distrutto tutte le isole e i residui del mito, con la pretesa di portare chiarezza e luce, scienza e dottrina. La Scrittrice documenta questo trapasso con i Lumi del secolo XVIII e le sue storiche Dichiarazioni. Non ci viene detto se tutto sia avvenuto per un atto di ubris dell'uomo, con o senza il consenso della natura, problema su cui si profonda il pensiero di Leopardi, ma come in Leopardi si sente il sapore delle favole antiche e soprattutto l'orrore per l'egoismo e la "scellerataggine" dell'età della tecnica, figlia della ragione. Nel romanzo l'essere più debole, il figlio dei fiori, ha paura della specie umana, con parole che suonano come sigillo dell'opera della Ortese: ha paura della Cristianità tutta, della Umanità intera ... e soprattutto dei Diritti dell'uomo, della Costituzione ... ha un vero orrore della specie umana tutta...di questa specie egli salva soltanto don Mariano e la cara Elmina, in quanto li crede anch'essi due folletti, o figlio dei fiori.....Chiunque sia cristiano, o di altra religione, o potere, per lui è l'Orrore ... nella sua pericolosa paura del mondo. (Il cardillo, pag. 332)

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