Servizi
Contatti

Eventi


Due fedi e due chiese nella poesia di Giovanni Giudici

L'adesione ad una fede, come un ideale strutturale di sostegno nella vita, diventa punto critico a partire dal Settecento. L'ideologia illuministica, infatti, mentre si poneva essa stessa come narrazione totalizzante per spiegare la realtà, rivedendo gli errori del passato, contemporaneamente minava la possibilità di accesso ad una verità stabile e introduceva lo strumento sofistico della discussione e della verifica che sono all'opposto della fede. Una fede, per essere tale, deve poter contenere in sé anche l'assurdo e l'irrazionale, il mistero e la dimensione noumenica, resistente ad ogni intento chiarificatore. Per cui la cosiddetta luce della ragione esibiva obiettivi e potenzialità supremi alla stregua di una fede, ma , al contempo, poneva le premesse per la corrosione di ogni credenza, sia quelle passate della tradizione che quelle in fieri che eventualmente risorgessero. Perciò, a partire da allora, è stato più difficile, per non dire impossibile, per l'uomo d'intelletto tornare ad acquisire una fede. Assistiamo ad aneliti, a bisogni di infinito sempre risorgenti, che tuttavia subiscono il conseguente smantellamento. A partire da Voltaire, il personaggio di Candido si ripete con molteplici germinazioni nel corso della letteratura, come tipologia di uomo non più disposto ad obbedire al padre o ai numerosi padri sapienti della tradizione, che fa del “candore” una arma inesausta di lucidità, che tutto sviscera, non lasciando nulla di stabile, corrodendo ciò che il tempo aveva reso sicuro e sacro.

Il personaggio di Giovanni Giudici si presenta imbevuto di questo candore lucido ed inquieto, impegnato a discutere le sue fedi con in più, rispetto all'eroe del passato, un senso di smarrimento e di nevrosi. Egli subisce di persona il peso degli errori, degli scarti, delle ambiguità che portano alla morte degli ideali e al nichilismo. La sua lucidità lo porta a riconoscere la sua posizione reale nel mondo, ma della verità acquisita non va fiero come , ad esempio, il giovane Candido di Sciascia, che esce dalle sue esperienze familiari e sociali con una soddisfatta saggezza, con una certa “buona fede” che gli dona sanità, equilibrio e un giusto spirito di adattamento alle condizioni ambientali. Nella Parigi, antica patria dell'Illuminismo, egli arriva sgombro da tutti i condizionamenti, da tutte quelle narrazioni che avevano preteso vanamente di spiegare il mondo, avendo come arma di difesa per la propria salvaguardia la libera “ingenuità” ispiratagli dal personaggio di un libro di Bonnefoy, che la sua compagna andava traducendo. Non c'è sofferenza in questo Candido, ma un positivo senso di rinascita, egli è un personaggio compiuto di un romanzo di formazione. L'alter ego della Vita in versi, invece, osserva i suoi cambiamenti antropologici come in uno stato di alienazione, sempre in attesa di una ricomposizione della sua vita che non si avvera e che egli sa bene non si avvererà neppure in una ipotetica vita ulteriore. Infatti i credi e le fedi attraversate non hanno avuto facile soluzione, ma hanno inciso nel suo corpo le stimmate del loro veleno, e nel loro reciproco rimescolamento hanno prodotto una nuova e straniante conformazione antropologica. Se il mutamento ha permeato l'uomo del Novecento, portandolo gradualmente ed insensibilmente a nuove sempre relative forme di sentire, il poeta Giudici subisce in modo vigile gli stadi del suo sviluppo psico- fisico , simili ad una deterministica condizione biologica; può solo coprire il suo stato d'animo di insicurezza con il ghigno e l'ironia e con questi strumenti si rivolge al tu della comunicazione, rivelando, comunque, l'amarezza di non farcela neppure nell'ipotetico aldilà.

Amarezza ed ironia sono, appunto, i sentimenti portanti con cui il poeta tratta il tema della sue due fedi, cattolica e socialista, tra nostalgia e nichilismo, dissidio e inquietudine, con la nevrosi dell'uomo nuovo che si ritrova dentro, come il prodotto di reazioni e rivolgimenti indotti , destinati a fare il loro corso nella sua anima assediata. La sua interiorità diventa il luogo- teatro in cui si consuma e si logora la discussione tra sponde ostili davanti ad un io spettatore, solo in apparenza cronista della vicenda, in realtà ferito ed offeso oltre ogni schermo messo in atto. Due fedi sono presenti nella sua formazione, in quanto operanti ancora nella cultura italiana , come indicano le “due chiese” contrassegnate dai loro araldici colori nella poesia di Montale, anch'essa coinvolta nella discussione dei “chierici” italiani. La fede cattolica di Giudici è legata alla sua educazione infantile, è, quindi, una componente affettiva e sentimentale della sua personalità, con tutto quello che tale retroscena originario comporta. Anche da persona adulta il poeta lega la materia religiosa appresa alla sfera del ricordo, tanto che la sua fede cattolica non risulta un insieme di propositi maturati con consapevolezza ed impegno, ma una scia frammentaria di ricordi che riaffiorano condensati in un'immagine, un incubo notturno, una delusione. Si tratta di un 'educazione che lo ha permeato insinuandosi impercettibilmente piuttosto che una scelta ragionata; essa rimane sentimento forte che resiste al tempo, ma priva di sviluppo, fissa al momento in cui veniva trasmessa con la voce dolce e suadente di sua madre.

Alcune liriche abbinano la figura materna all'educazione cattolica, perché era sua madre che assolveva al dovere della formazione del bambino, e non in ore canoniche dedite all'insegnamento-apprendimento, ma nel mezzo stesso del corso quotidiano di vita entro le pareti domestiche. Tutto si svolgeva con naturalezza , entrava nella pratica di vita, legata alle azioni più comuni, non ci si preoccupava di cogliere la profondità del mistero, né il il senso del dovere etico. In una poesia la madre definisce Dio come Colui che non è in nessun luogo nel mentre rompe l'uovo per la cena: nella mente del bambino le due parole, luogo e l'uovo, si combinano, associando l'infinita figura di Dio al piacere della vista e del gusto, cioè a quelle attese edonistiche della cena che si sta approssimando. La scena in cui si svolge l'educazione cattolica è carica di intimità e familiarità, e quindi capace di rendere immediatamente accettabile da parte del bambino uno dei pilastri della fede. Ma esso è assimilato automaticamente più che compreso, diventa oggetto di gradimento alla pari della pietanza, non dà adito a quesiti e curiosità da parte di chi vuole apprendere. L'ignoto e il misterioso vengono abbassati al livello dei piaceri culinari, conditi per di più dalla dolcezza materna con cui la parola viene pronunciata, con l'indistinzione che caratterizza la percezione uditiva per cui luogo e l'uovo possono diventare la stessa cosa. In La resurrezione della carne le narrazioni sull'aldilà alimentano gli incubi notturni del bambino; se in Dante il mistero dell'aldilà si compie nell'eternità paradisiaca e nell'effigie della processione delle bianche stole, nella memoria onirica di Giudici prevale l'orrore degli scheletri che fanno fatica a ricomporsi; ossa e muscoli confusi e denudati tornano alla mente del bambino in cui è rimasta impressa l'idea di un oltretomba terrificante da contemptus mundi. L'ingenuità dell'educazione cattolica emerge in Vivranno per sempre?, testo complementare all'altro per la tematica de destino dopo la morte: qui l'eternità si profila come continuazione della vita non in un'altra dimensione, ma nel mondo presente e il bambino immagina proprio che le persone conosciute, amici e parenti, continuino a vivere sulle stesse contrade e restino materialmente presenti e visibili..

Se la fede cattolica è struttura viscerale, nella vita adulta Giudici attraversa un'altra fede di cui fa consapevole esperienza. Si tratta di un'ideologia che gli intellettuali, in un tempo fervido di ricostruzione, accolgono come nuova metafisica volta ad espandere il progresso terreno e a reintegrare l'umanità, compreso il popolo prima escluso dalla dialettica storica. Proprio il coinvolgimento del popolo nello sviluppo destinale della storia è la nota dominante della nuova fede socialista, con l'attribuzione al popolo di tutti i meriti e le virtù atte a realizzare la rivoluzione messianica. Anche l'adesione al socialismo risulta per Giudici problematica, tanto da mettere in evidenza i punti critici del sistema: i leader filosofi per Giudici si sono resi artefici di una costruzione astratta e lo stesso popolo, cui è affidata la missione redentrice dell'uomo, non ha virtù, ma vizi, ignoranza e corruzione, non corrisponde all'immagine idealizzata e alle aspettative che lo riguardano. Nei “Versi per un interlocutore” Giudici afferma di conoscere i vizi del popolo per averli patiti in se stesso e dice di aver visto “le città morire nel benessere, fuggire per viltà e per orgoglio molti ...chi non trova bene fuor di se stesso, chi non vuole condividere amore e disamore...scorre..a false immagini di libertà”. Ritorna sullo stessa tema nella lirica “Autocritica”, ponendosi con lucidità e disincanto sulle orme di un popolo venale e malfamato che smentisce in pieno la fama dell'umile pubblicano. L'autocritica vibra soprattutto nella focalizzazione della viltà di questo ceto che ama il padrone, plaude al buon governo della borghesia, desidera solo star bene; l'attacco è rivolto a se stesso e alla sua vita ambigua di proletario nello stesso tempo disadattato e pur servile all'altrui ordine. Giudici attraversa le due fedi senza sacrificarne nessuna, fa la spola tra le due sponde come un mercante, ma tra i due partiti non è possibile una conciliazione, dovrebbe abiurare ad uno dei due credi e nel disagio del compromesso vive insicuro e disintegrato.. Nella lirica “Ricerca di un'etica” gli viene chiesto di abiurare e di consegnarsi e il linguaggio utilizzato vuole indicare una svolta a favore del cattolicesimo. In tale condizione scissa e polarizzata non gli è possibile conseguire un'etica. La tensione tra le due chiese, in cui si richiede all'intellettuale una dichiarazione di appartenenza, di adottare cioè il ruolo di chierico rosso o nero , si esaurisce nel passaggio alla società tecnologica industriale con le sue tipiche connotazioni progressistiche e la sua capacità di unificare le classi sociali in una sola dimensione alla luce del miracolo economico.

Il discorso delle fedi si profila, per l'intellettuale del Novecento, come percorso obbligato, un percorso quasi destinale e non indolore, vissuto e subito nella propria essenza creaturale ed antropologica. Se una fede, in quanto ideale e costume, permea e corrobora la struttura di un uomo in tutte le componenti di vita, il suo crollo costituisce una sorta di solvente che sviluppa un'azione violenta e corrosiva, a breve o lungo termine, a seconda di ogni singola configurazione esistenziale. Nella figura di Giovanni Giudici assistiamo alle varie fasi della corrosione messe a nudo, che vanno dall'ipotesi di conciliazione, al difficile compromesso, all'ambiguità vissuta con senso di colpa, all'alienazione dell'identità, al nichilismo. Se Montale erige la sua figura stoica nella decisa separazione da entrambe le chiese con il loro seguito di chierici, e attinge una securitas etica senza dissidi, in Giudici si avverte una tempra di vittima sacrificale, vittima dei destini della storia e incapace di reazione. Il dolore delle perdite lo svuota anche affettivamente, lo rende fragile ed indifeso, ridotto ad un'esistenza naturale priva di baluardi. La figura del mercante che fa la spola tra due campi, come epigrafe tratta da Cesare nei Versi per un interlocutore, viene scelta da Platone per definire il sofista nella tipica abilità di attingere da più parti per i suoi fini. Il confronto e il rimescolamento delle conoscenze, che già il Filosofo attribuiva all'uomo di mondo e al politico, si impone più che mai nel corso del Novecento, con lo svuotamento dei valori e la risultante del nichilismo. Giudici riflette le dinamiche del suo secolo, soffre il male dei compromessi e delle ambiguità con cui i valori cercano di sopravvivere nel suo animo, il progressivo svuotamento e livellamento con cui essi si combinano perdendo di significato. La simultaneità di idee e comportamenti mina le tradizioni e le essenze originali, falsificandole e annullandole. In fondo, Giudici, più che l'ostilità per i due partiti, in cui è costretto a misurarsi, visti come due rive in cui transitare, teme il vuoto e il nulla in cui tutto precipita. E tale precipizio sarà l'ultimo atto di resa, quando la dialettica si concluderà nella gratificante ed immanente prospettiva del “secolo beato”. Nell'infinito presente, senza memoria e senza futuro, si attua il miracolo economico, che appianerà il mondo in un'unica dimensione di illusorio benessere, cosa già avvertita dall'indagine marcusiana. Nella lirica “Ricerca di un'etica” il linguaggio ben connotato fa risaltare la convergenza di tutte le fedi nell'unificante messaggio della beatitudine secolare. La connotazione religiosa del serpente schiacciato, del rogo dell'impostura, fino al sicut nos eris si scioglie ironicamente nell'ammiccante amaro sorriso dell'esclamazione: o quadratura del cerchio! Quest'ultimo passaggio preoccupa il nostro poeta , come del resto Montale : i due poeti hanno analizzato le componenti perverse e disumane che si celano nel miracolo del benessere e della sazietà consumistica. La soddisfatta sazietà del secolo è, per questi poeti, la fine della storia, mondo avulso dal tempo nella sempre nuova simultaneità del presente. La fine della storia nell'oggettualità materiale, vuota e aproblematica, è la fine dell'uomo e di ogni sua prospettiva etica. Giudici fa emergere della nuova società non i lati esaltanti, ma la sua condizione servile- impiegatizia , si vede vivere come creatura nuda, logorata dalla stessa vita, ingombro senza qualità e valore su cui si addensa una soluzione mortale.

Materiale
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza