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Giovanni Giudici: coscienza dell'intellettuale

Nella sua vita raccontata in versi Giudici si presenta come un intellettuale e, al contempo, un uomo umiliato, socialmente "un morto di fame". Che egli non smetta mai il suo abito di intellettuale lo dimostra il dialogo che tiene con se stesso, pur nella finzione di avere un interlocutore; è un uomo che pensa, si analizza, giudica sè stesso e gli altri ed evidenzia la sua peculiarità in rapporto agli altri. La sua poesia in prima persona nasce da una condizione di solitudine, tipica appunto di chi resta libero nel suo pensiero e non si lascia integrare come uomo-massa, uno che si logora nell'atteggiamento pensante, diventa una vera macchina pensante, epiteto comune ad altri scrittori, teso a salvare qualcosa di sè dallo scialo delle convenzioni sociali. Il suo interlocutore è muto e noi lo conosciamo dai suoi pensieri, sospettiamo che non si tratti della moglie, e, comunque, se anche si trattasse di persona a lui vicina, rappresenta più che altro una figura-tipo, la figura omologata ai costumi della società tecnologico-consumistica, di cui è partecipe ed entusiasta. Ci sembra di rivedere la figura di Augusta, moglie del protagonista del romanzo di Svevo, su cui Zeno, come Giovanni Giudici, svolge la sua sperimentazione sociale, in quanto l'interlocutrice, serena e ancorata ad una saggezza priva di problemi, rappresenta un vero microcosmo sociale, una riduzione in scala della società. Quindi, il poeta, pur nell'illusione di avere qualcuno con sè dentro le pareti domestiche, è solo e può dialogare con se stesso e con le sue varie sfaccettature. Questo dialogo ad una sola dimensione, in verità concentra in sè tutte le dimensioni, perchè, già a partire dalla filosofia greca e dal famoso motto delfico, la coscienza di sè stesso è la qualità preminente dell'uomo, ciò che rende l'individuo uomo. In sè stesso, appunto, il soggetto pensante non trova il deserto e il vuoto, ma tutti i problemi che l'uomo può porsi e analizzare. Se in genere si può supporre che dalla penetrazione di sè vengano conoscenza e coerenza, da proiettare poi nella dimensione sociale, può anche avvenire che il rintanarsi nell'intimo, l'esilio dal mondo diventino, non il punto d'inizio, ma una condizione permanente. Seneca aveva ben considerato la posizione del saggio in rapporto alla società ed aveva ipotizzato comportamenti diversi, sia il passaggio dell'io al mondo in una sua espansione sociale che mette cioè a frutto i valori prima interiorizzati e consolidati, sia il ritorno in sè, quando la società delude e resta impermeabile alle proposte della filosofia.

Giovanni Giudici, come molti intellettuali del Novecento e della società industriale avanzata, rivela, dopo il crollo delle fedi giovanili, una chiusura alla società, non è in grado di partecipare ai fenomeni storici, ma dimostra un'acutezza di comprensione che gli integrati non posseggono. Essere macchine pensanti e produrre letteratura diventano il surrogato dell'azione, ma finiscono per avere effetti di qualità superiore, sono delle vie per attingere postulati universali e superare la frammentaria quotidianità. Quindi l'intellettuale Giudici, nel suo penetrante ed ossessivo sguardo sul mondo, non è l'uomo comune, asservito agli imperativi sociali, presentati sotto forma di mode e piacevoli novità, è al di sopra della chiacchiera che si svolge intorno a lui e che lui, anzi, imita parodiandola nei versi. Se è costretto ad essere compiacente, lo fa per necessità e nello sdoppiamento è cosciente della sua nevrosi. Il termine compiacente ,come ossequio, ricorre nella sua poesia, ma in lui la compiacenza non è omologazione, bensì quella serie di limiti e costrizioni entro cui si dibatte l'intellettuale che non aspira alla condizione di dandy e di superuomo, ma solo vuole salvaguardare la sua umanità.

Di questo ossequio servile egli, non solo prova vergogna e disagio, fino alla scissione del suo io in un parodico grottesco sdoppiamento, ma ne fa la sua malattia, la sua ossessiva analisi, cercando una diagnosi del suo male che lo riporta indietro alla sua famiglia e alla sua infanzia. L'intellettuale del Novecento non rinuncia agli strumenti della psicologia per capire la sua vita e, come si sa dai casi di Svevo e Gadda, non per cercare una terapia nel conformismo sociale, bensì per una cognizione di sè e delle radici del male, ponendo al centro la famiglia, non più nido consolatorio, ma alveo di problemi esistenziali. Giudici deriva dalla sua famiglia un senso di inferiorità mai colmato, e quel marchio di "morto di fame", coniato e sentito così incisivamente, rappresenta il grado zero della sua esistenza che i successivi gradi e livelli sociali-professionali non sono riusciti a cancellare. Vari sono i testi risalenti all'infanzia e il lettore ne sospetta la triste memoria anche in quelli che sembrano trattare storie indirette e non appartenenti al protagonista. Ricorre la figura del padre debitore vile e compiacente, disposto ad elemosinare con preghiere e ad ossequiare in modo servile i suoi creditori. Lui bambino seguiva le mosse del padre con affetto e pietà ed assisteva anche alla traumatica incursione della legge che non perdona, ma punisce il debole. Nella prosa "Morti di fame" ricorda le umiliazioni di chi non ha neppure un bagno decente da offrire al compagno di classe che frequenta la sua casa, o che viene sempre ripreso dall'insegnante anche quando è innocente. Da questa inferiorità non si risale, egli nota, ed il debole se la porta dietro cercando in ogni modo, con gli abiti puliti e i debiti atti di cortesia, di farla dimenticare. L'unico consiglio, infatti, che recepisce da sua moglie e che si sente ripetere ogni volta che esce, è quello di tenersi pulito e cambiarsi per non essere, in caso di difficoltà, riprovati socialmente e perdere la faccia. Da qui il sentire di Giudici, diffuso nei versi, il racconto appunto, della sua frustrazione che ha origini lontane e viscerali, è tutt'uno con il suo essere e lo rende sospettoso, ipercritico, come se la società sempre lo attendesse al varco per scoprirlo in fallo, come se quel suo lavoro servile lo definisse bene: nonostante l'mpegno per corrispondere agli ordini, sarà mantenuto sempre in quella condizione di dipendente, con in più la compiacenza del vile che finge e non si rivolta. Pare che l'intellettuale, paragonato alla strisciante lucertola, debba stare all'erta e anche nascondersi per salvare la pelle. E' in una condizione di debolezza, di alienazione, che lo sospende tra l'avvilente necessità della sua funzione sociale e il sogno di un'alterità impossibile che rimane opportunità sempre interrogativa, perfino in un ipotetico aldilà.

L'analisi può continuare anche su altri versanti che gettano lume sul vuoto interiore, nell'annientamento di tutte le ideologie in cui aveva cercato soluzione e risposte. Il disagio sociale del poeta Giudici, infatti, non risale soltanto all'ambito familiare entro cui si svolge un'infanzia traumatica e depressa, ma è male comune dell'intellettuale borghese entro le maglie della sua classe in cui non riesce a sviluppare la sua vera identità. In questa matrice sociale più ampia va affrontato il percorso di un poeta come Giovanni Giudici; egli riassume il difficile rapporto col mondo di un'intera generazione, anzi, più generazioni di intellettuali che hanno auspicato di poter migliorare il proprio status con i prodotti del pensiero e dell'arte, superando le disagiate condizioni di partenza della piccola borghesia. L'ingresso sociale, ricercato come occasione di riscatto, ha invece bloccato le loro aspirazioni, cumulando i sentimenti di umiliazione relativi agli ambienti di formazione, in un travaso dall'uno all'altro. La definizione stessa di intellettuale nel frattempo è mutata, con l'attribuzione di meriti e riconoscimenti non più all'uomo che pensa e con l'espressione del suo pensiero provvede al miglioramento etico della società, ma all'uomo economico-tecnologico che dirige la massa al piacere, inteso come consumo dei beni materiali, pilotandola con tutte le forme di pianificazione del sistema. Si tratta di leader imprenditori e tecnocrati che pianificano un ordine planetario per fini che sfuggono all'uomo. Il poeta Giudici, in un tempo tecnico post-umano, si sente superfluo, non riesce neppure più a comunicare con termini dalla carica umana, perchè, perfino la persona che gli vive accanto pensa consumisticamente, è irretita in una forma di inquieto quietismo tipico della falsa coscienza, entro le maglie di un'oggettualità sempre più pervasiva. L'io pensante non ha interlocutori, è ridotto a funzionario-pedina, servo ossequiente dell'unica dimensione del vivere a lui permessa. La malattia neo-crepuscolare fa di Giudici un nuovo Gozzano che esibisce le sue piaghe, la sua grottesca inettitudine come un'autopunizione con cui può sferzare le sue colpe. Giudici allonata perfino il meccanismo del sogno che per Gozzano costituiva un qualche nostalgico risarcimento, rimane disperatamente fisso sul suo grottesco travestimento, su quella maschera in cui non si ritrova, ma che intanto gli si è incollata come seconda e vera natura, quella cioè di bestiola mansueta, costretta alla obbedienza per conservare il suo posto nel sistema e una forma di sopravvivenza che è l'unica concessa. I suoi pensieri non interessano a nessuno, egli deve covarseli al suo interno, assistere al loro isterilirsi in fobiche e nevrotiche fissazioni, in quanto è escluso da quansiasi stimolante rapporto. Di qui quell'immagine ricorrente fino all'ossessione, di un'esistenza degradata a livello animale, cane, lucertola, civetta, che vive agli ordini di un padrone, non può rivendicare una sua libertà, anche se la sua coscienza gli detta ben altro. Lo sdoppiamento lo fa sentire compiacente e colpevole in una situazione senza uscita; il suo percorso è paradigmatico e connotato da immagini che rendono l'infelice paradosso della sua esistenza, ad esempio la citazione religiosa, privilegiata perchè evoca ,in antitesi, il sublime del miracolo o il dramma del martirio. La sofferenza dell'entellettuale è quasi quella del Cristo e del martire, maltrattato, fatto a pezzi, in attesa di ricomposizione e risarcimento. Non sogno alla maniera di Gozzano, che può ancora illusoriamente prospettare un esito di pacifica azione sociale, ma una tensiva eroica sublimazione come adeguato contrappeso dell'insanabile disperazione.

La superfluità dell'intellettuale , avvertita da Giudici, nasce anche dall'azzeramento di tutte le fedi e i valori con cui egli si è affacciato al mondo. Egli assiste alla morte dei padri, non del solo padtrre naturale, ma delle figure carismatiche che gli hanno fornito una cornice entro cui inserirsi, obiettivi ed ideali da fare propri ed assimilare, veri mondi creati per migliorare l'umanità. Vive orfano, sente la mancanza prodotta da questa scomparsa, mista a rancore e delusione per una promessa tradita. Delle ideologie del passato Giudici sente l'aspetto ingannevole e dalla rivelazione deriva una serie di stati d'animo, che vanno dalla delusione, ad un'orgogliosa vena di stoicismo, alla vergogna di aver subito l'inganno, ad un pizzico di stupore e sconcerto per ciò che è stato e non può ripetersi in quanto non suffragato da prove. Sia la fede cattolica che socialista si sono rivelate un abbaglio, delle astrazioni pronte a crollare nell'urto con la realtà; egli non sa più spiegare le formule dogmatiche del suo catechismo o le immagini allegoriche con cui virtù e vizi esibivano la loro definizione del bene e del male; esperimenta nella sua carne e nella sua coscienza vissuta la falsità di quelle virtù attribuite all'uomo del popolo dal socialismo. Nel presente dell'analisi quelle verità si trasformano in ingenuità, astratte semplificazioni, addirittura costruzioni create per pilotare ed aggregare. Nel vuoto che si allarga, si fa strada l'insicurezza, un senso di inquietudine che si riversa su chi avrebbe dovuto svolgere un coerente e rassicurante ruolo di guida, come accade all'ingegnere della Cognizione del dolore, incattivito proprio dalla delusione e dalla successiva incolmabile solitudine.

Giudici appartiene a quella generazione di intellettuali che, nel dibattito tenuto sulla rivista Menabò, sente l'impegno di costuire una nuova umana ideologia in seno alla inarrestabile realtà indusriale, ma il dibattito non si evolve positivamente e nella miriade di posizioni in risposta emerge il timore di un mondo artificiale e postumano che esclude la possibilità umanistica. I nuovi padri dell'era indusrializzata non sono più dei filosofi che contemolanol'uomo e si prospettano una dimensione umana, ma cervelli che governano dall'alto di invisibili meccanismi. Una nuova metafisica allarga ilpotere sulle piccolezze dell'uomo, deprivato del pensiero e del linguaggio.

L'intellettuale Giudici si dibatte a vuoto tra i muri delle squallide abitazioni di periferia, nel suo solitario soffrire soffre il dolore di tutti, di quella massa rumorosamente soddisfatta, sempre più imbestialita e sacrificata ai piani della istituzioni globali. Nelle sue domande quotidiane, nei perchè esistenziali, che lo assillano anche nelle ore notturne e nelle passeggiate in campagna, non ha una comunità di rifrimento di suoi simili che lo ascoltino, e per questo il suo monologo lo designa come vittima sacrificale, un Gesù sofferente del dolore inconsapevole di tutti. Il suo pensiero approda al grado zero della biologia, perchè nel linguaggio della natura trova soluzione e verità: una natura in cui lucrezianamente, non è più al centro l'uomo, ma un meccanismo che genera la pena del vivere. In questo quadro di base natura e tecnologia si abbracciano con la loro fenomenologia di vita e di morte, di velocità produttiva ed altrettanta velocità di annientamento. Nell'imporsi di un destino di morte entro le maglie del vistoso miracolo economico, Giudici sembra non riconoscere neppure all'arte e alla cultura attitudini di riscatto e la possibilità di umanizzare gli inesorabili meccanismi della natura.

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