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Giovanni Giudici riflette sul destino della poesia nell' era tecnologica:
sue modalità di sopravvivenza

Giovanni Giudici si pone l'obiettivo di narrare la vita in versi, naturalmente la sua vita personale, quella che egli vive, sente e conosce, ma rendendola parametro universale e microcosmo del'intera umanità del suo tempo. Riflettendo sulla vita di impiegato, quale fu la sua, sui passaggi attraversati e sulle fedi alimentate fino al ripiegamento sulla disillusa maschera sociale che si trova a rivestire, egli pone al centro se stesso come figura di un'umanità dolente , vittima, anche se non sempre cosciente, dell'ingranaggio industriale tecnologico. Nel suo diario poetico egli vorrebbe , attraverso l'esercizio riordinante della poesia, porsi al disopra dello scialo delle necessità quotidiane per oggettivare le immagini nello spazio sereno dell'io, ma non riesce ad evitare il risentito coinvolgimento nella sfera degli affanni esistenziali e ad allontanare dalla scrittura la profonda eco della sua divergenza sociale. La sua opera risulta pertanto uno specchio critico della società contemporanea, nei vari livelli del pensare, del ricordare e soprattutto del poter dire letterario.

Era naturale chiedersi, come sempre nel fare letteratura, che cosa scrivere, per chi e soprattutto come scrivere. Anche se alto e basso, poesia e prosa da tempo hanno perso la loro distinzione in uno spirito di contaminazione e reciprocità e in una ricerca sempre più mirata di realismo, e quindi prosa, la poesia ha conservato la sua pregnanza come ricerca della parola ed attitudine a meglio addentrarsi nella realtà per interrogarla e non semplicemente raccontarla. Tale peculiarità, che la poesia si riserva, riguarda non solo il particolare uso della parola, ma la ricerca di sensi, per cui si scontra sempre più con la logica del mondo che è logica della produttività e del consumismo e si esaurisce nele superficie di una chiacchiera quotidiana invasiva e ridondante , priva di oltranze segrete. Un poeta come Giudici, che nella sua funzione impiegatizia si sente parte servile e compiacente dell'attuale società, come poteva salvaguardare il dettato poetico, cui era legato per tradizione, incrociando la banalità del reale nell'unica logica del progresso materiale? La poesia di per sé non si adatta a tale ricezione e, se si abbassa a compiere un servizio così umile, si avvilisce e scompare. Questo problema della salvaguardia dell'arte, nella difficile congiuntura della impoetica società industrializzata, ha travagliato la mente degli intellettuali che, continuando a coltivare la loro disposizione spirituale, si sono trovati a dibattere tra sé il problema e a cercare le soluzione per esprimersi. Per loro la poesia, nel suo specifico linguaggio, doveva continuare ad essere l'espressione dei valori dell'umanità da salvaguardare a tutti i costi dalle soffocanti forze esterne. Di qui la poesia si fa strada tra mille ostacoli, nelle crepe della compatta aridità materiale, ora con lamentosa sentenziosità, ore come attesa ed utopico presagio, ora come simulato satirico consenso, ora come liberazione ed autoimmunizzazione in un territorio proprio, mantenuto faticosamente indenne nel cassetto degli hobby personali. Questa sfida con se stesso tra impegno critico, simulato abbassamento e liberatoria compensazione, si ritrova nela poesia di Giudici, che si pone all'attenzione proprio per le varie soluzioni messe in atto a rimarcare le reazioni di un uomo smarrito nelle pieghe di una strumentale e fredda organizzazione, ma non ridotto al silenzio e all'indifferente quietismo.Come Montale egli dispiega una varietà di moduli poetici per rivelare le sua divergenza e ricercare un proprio spazio soterico.

La maggior parte della poesia di Giudici ha la parvenza del dialogo, come se il poeta rivolgesse i suoi pensieri ad un'altra figura a cui non dà la parola ma ne sussume le opinioni; il tu è assorbito nel discorso generale, il discorso di un uomo non integrato socialmente, critico e consapevole della falsità dei messaggi sociali, che promettono miracoli e nel contempo sottraggono risorse intellettuali e spirituali. Il dialogo si colora delle opinioni dell' interlocutore, mettendo in evidenza nella trama il dissidio delle due parti in causa : l'interlocutore riflette il comune e piatto senso sociale, la progettualità materiale,la soddisfatta aproblematica quotidianità tra chiacchiere e oggetti di consumo; dall'altra parte la voce del poeta rimarca dissenso ed insoddisfazione. Di qui una doppia valenza linguistica, l'una recitativa e descrittiva, legata al racconto mimetico della futile progettualità economica, l'altra ironica e sarcastica, tesa alla concentrazione concettuale e sentenziosa. Proprio la gnome rappresenta lo strumento critico del pensiero poetico di Giudici, essa intercala il discorso e conclude gli enunciati, filtra la tensione nella parola acuta e precisa, taglia ogni evasione alternativa con lo straniamento dalla norma del vivere servile, denuda il meccanismo dela vita assimilandolo al meccanismo della natura. Giudici accetta che la poesia diventi spia dei parametri sociali, l'unica che la società possa permettere ed accogliere come sua mimesi: a tal proposito l'opera in versi diventa catalogo di epistemi e mode sociali, cronaca di casi quotidiani, bilancio e programmazione, perfino burocratica programmazione della morte. Ma proprio quando la poesia si piega alle esigenze d'uso e di mercato, emerge l'assurdo del vivere sociale, il ribaltamento dei valori, la contradditorietà dei messaggi tra esaltazione del progresso e la latente area del vuoto sempre più affidata alla negativià di thanatos. Ma pur nella prosaicità dei messaggi utilitaristici, il poeta mantiene l'icona poetica, coltivando il verso, la strofa e l'ornatus retorico, come se volesse opporre alla costrittiva sfera pubblica la ben più vigorosa disposizione privata e continuare ad accedere alla cassetta dei suoi strumenti di studio. Dall'antitesi emerge una testualità tesa ed energica, una duplicità straniata che non vuole essere rinuncia all'agognato obiettivo salvifico, ma ai residui formali consapevolmente si aggrappa contro l'azione delle forze contastanti.

Alcune sezioni poetiche , come “ O Beatrice”, segnano un trapasso che merita una considerazione a parte nell'evoluzione della poetica di Giudici. Qui sembra che la poesia esuli dall'impegno di studio con cui Giudici aveva osservato e descritto la sua vita con risvolti satirici sul piano sociale, cui si è fatto riferimento, per diventare hobby personale, autentica energia naturale, forza vitale. Emerge un senso di liberazione ed immunizzazione che a volta rasenta l'euforia; non si sente più lo scontro con la società tecnologica, ma si attua una fuga compensativa; Giudici è riuscito a liberarsi dalla compressione logica della straniante etica tecnologica e perfino dal groppo interiore della sua colpa- compiacenza, per dare libero sfogo al suo impulso interiore, al piacere del non senso, ad una naturale carica erotica che imbeve la trama verbale. Da una parte l'ordito, che mantiene le sue coordinate, le strofe, le maiuscole, il computo sillabico, dall'altra la trama come un flusso ritmico e sensuale che colora la forma del segno, liberandolo dal'obiettivo del contenuto. Come nelle avanguardie più ardite e surreali del nostro tempo, Giudici ritrova un linguaggio preverbale, immaginoso ed inconscio, e in esso pone il suo iter salvifico, un risanamento della sua anima compressa ed assillata dalla nevrosi del disagio, una via tutta personale di risarcimento. Nelle liriche il lettore assiste ad un momento di straniamento liberatorio, quando dalle parole dense e sentenziose del racconto, ad un tratto, la trama verbale si alleggerisce nei toni della festosa filastrocca e nella corsa di inarrestabbili trenini vaganti. La verbalità libera e designificante di Giudici richiama anche una certa poesia di Andrea Zanzotto, e non senza ragione i due intellettuali hanno espresso stima ed empatia reciproche. Entrambi giungono alla liberazione della parola dai canoni della civiltà culturale, anche se l'uno sembra guidato dall'ansia di risanamento e di sopravvivenza umana, il poeta veneto sulla rotta della psicanalisi alla riscoperta del balbettio iniziale e naturale dell'uomo.

Le maiuscole vorrebbero magnificare la solennità strofica e disporsi a formare acrostici, poliptoti, anafore, omoteleuti si inseguono richiamandosi anche a distanza, come se il poeta volesse esibire gli strumenti del mestiere ed orientare la curiosità ermeneutica del lettore con la frequenza dei richiami. Questa strumentazione tradizionale, quando viene rimarcata, sottolinea aree di condensazione del significato e caratterizza il momento forte della comunicazione. Basti pensare all'uso dell'acrostico nella Commedia, che si colloca in canti di densa comunicazione e di sintesi del messaggio- missione di Dante; due letture, orizzontale e verticale, si potenziano a vicenda e la parola risultante dalla composizione delle lettere iniziali rapprende in essenziale pregnanza il discorso diffuso nel testo. Nella poesia di Giovanni Giudici c'è solo una parvenza dell'uso acrostico e dell'incipit maiuscolato, ché, anzi, disponendosi in modo singolativo e non strofico con l'eliminazione dei segni di interpunzione, tale ornatus costituisce un ostacolo per eventuali legami sintattici e logici. E' un'esaltazione degli orpelli in sé, avulsi da qualsiasi altro obiettivo, primo fra tutti quello della comunicazione di un significato concettuale, come se si richiedesse al lettore una mera disposizione all'ascolto fonico e all'accettazione materica di una realtà in fermento, affidata solo allo scoppiettio dei suoi elementi, suoni ed immagini. Il poeta qui richiama una forma di comunicazione primigenia, ma efficace, una specie di lingua prima del genere umano che fu, a detta dei filosofi, poetica ed ispirata dall'immaginazione o forse, come nel Cratilo platonico, dagli dei stessi.

In Alla Beatrice restano solo sillabe e frammenti dell'immagine dantesca ,come la “selva selvaggia che a te conduce”, che suona come sintesi del messaggio dell'antico poeta , e la ripetizione del sacro nome ad inizio di ogni strofa; ma la Beatrice di Giudici è abbassata su una superficie terrestre di bisogni naturali quotidiani ed osservata , con tutta innocenza , nella sue parti fisiche come i seni. Il ritrovamento di un'innocenza promigenia scorre anche nella poesia Pancia, dove è messa in prima posizione nelle strofe la parte più calda e carnale del corpo materno, sentito con sensi innocenti ed infantili; il poeta non ha alcun pudore, indotto dalle censure culturali , di toccare da vicino le parti di questo organo tanto caro “tuo tepore al mio timore...tuo lievito al mio tremito..letto di piume al mio fiume..tuo asilo al mio respiro..”E' chiaro l'intento di sfida liberatoria del poeta con l'opporre incondizionata creatività e suggestione emotiva ai binari aridi e regolati dell'altra comunicazione a sfondo economicistico- tecnico. Inoltre, coltivando la sua poesia hobby, egli sceglie la via personale e privata, rinunciando al confronto e alla comunicazione sociale. Talvolta la linea liberatoria si fa strada pur all'interno di una testualità mirata e connotata: ad esempio in Pedagogia la parodia delle scienze, che pretendono di guidare la vita umana , si scarica in una irrefrenabile filastrocca di enunciati privi di relazione e tutti giocati sul piacere della parola “Qui c'è la stanza/Qui la speranza/ Qui c'è il balcone / Qui la prigione...Qui il muro Qui la volta /Qui il vuoto dell'altra porta...”; in Gli oggetti interni, dopo l'annuncio di un tema ricorrente, il trapasso, segue un lungo elenco di attività e mestieri come pronunciati in un esercizio semplice di bambino alle prese con un elementare compito scolastico:” Il fornaio che in forno infornava il proprio pane / Il chirurgo che ad aprire si apprestava il proprio ventre / Il nudo che del niente si denudava / Il fabbro che si fabbricava una fabbrica /Il muratore che si murava un muro intorno/ L'inventore che inventava un'invenzione...” Del resto cosa potrebbe comunicare Giovanni Giudici della sua vita personale, ricca ma incompresa ed insoddisfatta, alla sua epoca progredita e felice? Non è più possibile fornire messaggi di valori e svolgere una missione sociale; la società, diversamente orientata, lascia il cittadino nell'isolamento dei suoi hobby personali, comprendendo tra essi anche l'arte, ormai vanificata e con essi innocuamente identificata. Il poeta Giudici ha ben compreso l'orientamento del suo tempo circa il destino dell'arte, e sa che deve assuefarsi all'omologazione di tutte le forme dell'otium o predisporsi al silenzio.

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