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Gli incanti in" Piccoli equivoci senza importanza" di A. Tabucchi

analisi del racconto

Il racconto, in apparenza semplice, denota una densa letterarietà e può essere variamente interpretato. Nelle sua polivalenza letteraria fa riferimento a vari generi narrativi, conservando tuttavia il peculiare stile di Tabucchi, sempre presente in tutte le finzioni narrative.

Il racconto può essere ascritto allo stile magico- fantastico con punte di horror e di occultismo. Evidenti riferimenti a Poe ed Hoffman si leggono nella selezione di eventi eccezionali e malefici e nel ricorso alla magia per comprendere la realtà profonda della vita e cercare di modificarla. Il gatto appare una creatura apportatrice di male e, nel contempo, segno rivelatore del male insito nella natura, una specie di segreto avvertimento di un'imminente aggressione. Alla minaccia del male l'uomo, in questo caso una bambina ipersensibile e duriosa, oppone le sue armi difensive, affondando nella magia, di cui possiede rudimentali e fantasiose informazioni, per tutelarsi nella dimensione misteriosa del mondo. Se la natura è mistero latente ed irrazionale, nei suoi confronti bisogna agire ad armi pari, uscendo dalla chiara e promettente razionalità di un presunto ordine del mondo..

Il testo può essere considerato anche realistico, perché non è privo di una logica reale e comprensibile. La vicenda appare semplice e di ordine comune: una vacanza al mare di una famiglia apparentemente normale e serena; alle spalle, in verità, c'è una vicenda dolorosa, la morte del marito di Esther e padre della bambina, ma c'è tutta la volontà di superare il lutto con i normali mezzi messi a disposizione dalla natura e dalla società. cio un nuovo matrimonio e la vita di spiaggia che ispirano solarità e vivacità. I doni generosi del nuovo pap, le passeggiate, il rituale del gelato, il ballo potrebbero testimoniare la ritrovata serenità nelle cornice di una luminosa estate.

Il racconto presenta anche delle tinte del tipo giallo e tale ambientazione si ripete nelle narrazioni di Tabucchi, sia nei racconti brevi che nei romanzi ; sono presenti allusioni ad eventi drammatici che sollecitano indagini, anche se svolte non da personaggi competenti investiti di questo ruolo, ma da amici o familiari che le trascrivono e le affidano al lettore. Anche in Incantesimo c'è sullo sfondo una duplice vicenda drammatica latente, sia all'inizio quando si fa strada nella mente della bambina l'ipotesi della morte delittuosa del padre ad opera del nuovo compagno di Esther, sia alla fine che presuppone un evento scioccante riguardante Esther con cui, in modo sospeso, si chiude il racconto. Entrambi i casi si pongono come eventi degni di indagine, ma la sollecitazione non ha seguito per cui la tipologia del giallo resta tronca.

Il racconto ha al suo interno un percorso di formazione, tematica da non sottovalutare nell'interpretazione del testo, ma anch'essa non seguita in pieno e toccata in lievi allusioni che spostano l'attenzione oltre e al di là dell'apparato testuale. Questa versione è come affidata al lettore che può trovare materia e spunto da sviluppare mentalmente in una sua riscrittura e sue personali soluzioni. Come non pensare alla crescita interiore e psicologica della bambina che, spiando nella vita degli adulti e rimuginando gli eventi familiari, attraverso rancori, delusioni e dispetti, con difficoltà e riluttanza potrà essere costretta ad affrontare un percorso di maturazione. Il racconto ricorda una certa narrativa di Bilenchi, come il "Conservatorio di Santa Teresa", in cui la focalizzazione è tutta penetrata nella psicologia di un adolescente e nei suoi turbamenti interiori sfocianti in avversione verso l'incomprensibile comportamento adulto dei componenti della sua famiglia. Questi sentimenti che portano alla solitudine e alla frustrazione, costituiscono, poi, l'iniziazione per il passaggio alla vita di comunità e alla crescita della conoscenza della vita.

Il racconto è anche di tipo psicologico, e tale interpretazione non è fuor di luogo in una situazione di lutto che scatena la depressione della famiglia, in particolare dei membri legati da vincoli naturali, come madre e bambina, entrambe colpite direttamente dal lutto per la morte del padre e marito. La depressione produce sintomi patologici evidenti nel comportamento di di Esther e di Clelia: solitudine, appartamento, mancanza di appetito, nostalgia del passato e insofferenza del nuovo che è subentrato, crisi di pianto evidente negli occhi sempre arrossati di Esther, accentuazione dell strabismo e il nervoso roteare degli occhi di Clelia. Tutto il racconto e la sua scioccante conclusione hanno questa radice patologica. Lo stesso intervento della magia può spiegarsi in questa luce in chi non è soddisfatto da strumenti normali e razionali e ne cerca altri suppletivi e più profondi, ritenuti più consoni alla gravità del male.

Certe coloriture possono rimandare al demonico di Dostoevskij, a certe forme di materializzazione del male in cui l'individuo vede riflessa la sua anima malata, ma il racconto non ha uno sviluppo etico- esistenziale come nell'autore russo; quella lotta tra male e bene, tra degradazione e sublimazione che si svolge, come in un dramma, nell'interiorità di ciascuno, non si ritrova in questo testo di Tabucchi in cui le problematiche esistenziali hanno altra radice. Il personaggio tabucchiano non vive un problema religioso determinato in cui deve decidere la sua collocazione nei vari gradini di una scala oscillante tra perdizione demoniaca e santità, ma vive il problema della sua identità smarrita nella vasta ed indeterminata dimensione cosmica. Per lui il male è la vita stessa di cui non ha certezze e in cui si trova a vagare tra segni inquietanti ed intermittenti, mai svelati del tutto. L'oltre, l'entità metafisica verso cui l'autore si protende in una scansione lenta e ripetuta come in un'iniziazione misterica, viene intesa come un destino mai evidente apparizione, ma ineludibile presenza.

Anche in questo racconto il tema dominante, colto nella sua densa semplificazione, è quello del destino umano come delusione e rovesciamento di sogni ed illusioni, recita di manichini e parti assegnate che è impossibile non recitare, a cui non ci si può sottrarre. Lo svelamento e la decifrazione diventano nostalgia per qualcosa di impossibile ed irrevocabile, per un sogno a lungo cercato, per ciò che avremmo potuto essere e non siamo stati.Di qui l'angoscia dei personaggi tabucchiani verso quelli che Egli chiama nel titolo della raccolta e definisce all'interno equivoci, come a significare che sia l'esistenza stessa ad elargirci equivoci e non di poco conto, bensì senza appello. In tutti i romanzi di Tabucchi c'è un personaggio che si carica di questa ansia di ricerca ansia di ricerca e tra segni ed equivoci giunge alla visione del grande libro della vita in cui sono fissati tutti gli assiomi del destino. Accade qualcosa di analogo al personaggio di Pirandello che scopre l'equivoco della libertà e l'appartenenza al turno delle leggi della vita. Nei racconti Tabucchi vuole semplificare il percorso dei personaggi fino ad annullare "quella cosa che si chiama Complicazione e che per secoli, per millenni, per milioni di anni ha condensato, circuiti sempre più complessi fino a formare ciò che noi siamo....E mi è venuta la nostalgia della Semplificazione.....che milioni di anni si dissolvessero...e ci ho immaginati seduti su una foglia.....i nostri organismi erano diventato microscopici e mononucleari...."(Piccoli equivoci senza importanza in raccolta omonima, Universale Economica Feltrinelli, p.17)

In tale semplificazione la vita si identifica nella metafora scarnificata della chiatta che trasporta su un canale delle figure di immobili manichini. Ancora in Any where out ofthe world si ricorre al destino per spiegare le vicende della vita, alle coincidenze del destino,alla ruota del destino che possiede degli stereotipi e, a distanza nello spazio e nel tempo, li imprime a caso nel mondo, nell'esistenza di altre persone, in strade differenti, in camere differenti. La scoperta dell'irrevocabilità dei sogni e progetti del passato genera inquieta nostalgia, come in Stanze dove Amelia non può guardare le foto della sua giovinezza senza tristezza e, dopo aver vissuto il sogno di una vita gioiosa in comune con il fratello, ha visto dissiparsi tale comunione protettiva in un muro che separa le loro stanze come i loro destini.

Questa necessità ineludibile, che determina l'esistenza a guisa della scelta heideggeriana, con il suo corteo di angoscia ed impotenza presiede alla logica anche del nostro racconto esaminato. Esther e Clelia vivono separatamente il loro dramma, secondo diversi livelli di coscienza; Clelia lo incarna nei fantasmi desunti dalle sue letture, impersonando il male nel gatto nero e ricorrendo alle sue conoscenze magiche; Esther è personaggio molto simile ad Amelia, che cova il suo dolore in profondità e nel segreto della sua stanza; sicuramente lei, in analogia con Amelia, rievoca il passato, ne soffre l'irrecuperabilità e tutto il lavorio della memoria scalfisce la sua vita, fissandola in un rigore senza spiragli. I due racconti, quindi, più di altri si apparentano nello stato d'animo di due donne alle prese con il corso del loro destino, pur nella diversa soluzione con cui escono dalla narrazione.

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