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Grande via in L'Infanta sepolta di Anna Maria Ortese
Analisi del racconto

Il racconto Grande Via comprende tre sequenze narrative disposte in crescendo, connotato da suspence e un misterioso senso di attesa che solo l'ecphrasis conclusiva riesce a colmare. In verità l'inizio ci introduce alla vista di una via rumorosa ed affollata, addobbata di negozi ed insegne pubblicitarie, pervasa dal movimento consueto delle città, poi quasi all'improvviso la via si slarga ed assume delle connotazioni antitetiche ed impensate: gli elementi nuovi, che appaiono improvvisi ed impensati come un aprosdoketon, sono la solitudine, l'acciottolato simile ad un letto di fiume, i colori tetri dell'ora serale, l'atmosfera meditabonda, immobile e cimiteriale. Mentre il primo tratto, per via dei suoi negozi, richiama una folla vivace e numerosa, nessuno si spinge oltre, nella parte in cui l'attività produttiva e consumistica cessa. Riflessione e silenzio prendono il posto dell'attività, in un percorso verso una dimensione che sa di assoluto e di Aldilà.

Nella prima zona della Via Grande si sente un odore di passato, di carta macera, che proviene dai libri delle vetrine; le copertine dei libri aprono un universo di paesaggi ed avventure, in cui eroi del passato hanno realizzato la loro vita ed ora continuano a dispiegarla al viandante solitario, come gli eroi magnanimi del limbo di Dante. Qui, come nel canto quarto dell'Inferno, possiamo risalire alla biblioteca della Scrittrice e possiamo conoscere gli Autori (Verne, Dickens, Dostoevskj, Hugo) sul cui modello Anna Maria Ortese ha plasmato le sue virtù eroiche, sia avventurose che spirituali. Le gesta ricordate richiamano alcuni racconti autobiografici ad iniziare dal diario di vita toledana, in cui l'immaginazione di un'infanzia povera e triste, ma fervida e libera, si mescola ad eventi e personaggi della dimensione familiare: la Scrittrice sogna imprese straordinarie lontano dalle mura domestiche e dalla civiltà dei mercanti, e le affida ad uomini prodi e generosi, amanti della libertà, della cui effigie tappezza la sua stanza, assimilandoli anche ai suoi fratelli che, terminati gli studi, si imbarcano su un veliero con una dedizione all'ideale fino al sacrificio supremo. Questa infanzia fantastica, che sopperisce allo squallore della realtà, cessa quando i fratelli, con cui aveva condiviso le consolanti e compensatorie proiezioni, prendono il volo scomparendo nel nulla del mondo vorace e la stanza istoriata dagli epici ritratti viene convertita ad altri usi. Con grande emozione la Scrittrice ci fa assistere alla distruzione dei poster murali e alla rassegnata morte dei suoi pionieri, indiani e messicani dai nomi arcaici e primordiali come Cavallo Bianco, calati giù dalle pareti in cui avevano continuato a raccontare la loro storia. Ma le virtù eroiche dei sogni giovanili non si sono vanificate e hanno preso posto nel luogo assegnato loro destinalmente, una specie di iperuranio dove possono ritrovarsi i residui e le essenze della vita nella loro forma ideale e simbolica.

Nell'ultima sequenza la dimensione assoluta e cimiteriale si approfondisce, e se ne fa portatrice un'altra arte, la scultura. Se le precedenti reliquie della vita hanno trovato la loro urna nella scrittura poetica, volta a tramandare le gesta degli uomini prodi, altre forme sono consegnate alle lapidi marmoree. Qui la Ortese traduce in parole le immagini scolpite, in un travaso artistico denso di emozione lirica e sottesa riflessione. Le lapidi parlano allo spettatore come i medaglioni dei sepolcri foscoliani: ci sono testine variamente atteggiate e volte ancora verso gli aspetti della vita terrena, ci sono gruppi a formare scene, c'è la scena di un ragazzo accompagnato da una bella donna verso una nuova vita piena di promesse. Su quest'ultima scena indugia la descrizione, tesa a cogliere lo stato d'animo del ragazzo che si guarda intorno alla ricerca di un aiuto in direzione delle belle cose della terra, rifiutando le carezze della Beatrice oltremondana. Il quadro viene colto in movimento, nella diversità di atteggiamento che separa le due figure e nello sguardo inquieto del giovane volto in direzione contraria, nostalgico degli alberi, del sole, delle attività e degli affetti della vita terrestre.

La Grande Via è una visione e un percorso nell'Aldilà, alla ricerca di una verità che la vita qui ha depositato e svelato; tutta l'opera della Ortese è una ricerca di un senso e un messaggio che sempre appare lontano e problematico fino all'assurdo, perché assurdo è quell'appassire e morire, intravisto nel meccanicismo cosmico. Si avverte un desiderio disperato di salvezza verso tutte le cose senza distinzione, e sembra che le cose chiedano a noi di essere salvate, a noi che, come sente anche Rilke, siamo i più caduchi e transeunti. In questa via, più limbo che paradiso, sembra che la vita abbia svelato il suo segreto in immagini simboliche. La Ortese interpreta tale messaggio come già aveva intuito precedentemente, avendo la conferma dell'assurdità del vivere, volto verso la morte e nostalgico insieme della bellezza delle cose terrene. Le figure evanescenti, dalle orbite vuote, proprio mentre si allontanano, traducono, nel loro atteggiamento sospeso ed inquieto, tale eterna nostalgia : nei loro occhi la Scrittrice rivede alberi, sole, mare, tutta la ricchezza della natura, leopardianamente esaltata in antitesi e malgrado il suo assurdo annullante meccanicismo. La visione di Anna Maria Ortese conserva quel carattere obliquo ed inquieto, tipico della sua narrativa; anche la dimensione oltremondana non ha luce e speranza, non la fede di Dante e neppure quella di Foscolo. Qui non c'è paradiso e non ci sono i mausolei che splendidamente assicurano eternità e quindi offrono un compenso di valore all'esistenza, la Strada grande rimane chiusa nel suo grigiore, con libri polverosi, sapore di macerie e marmi imperfetti. Anche l'arte non offre bagliori di luce eterna, ma si offre in una dimensione fioca e flebile, parlando anch'essa di realtà morte ed assurde. I marmi appaiono esempi di arte neoclassica, quel tipo di arte che, nella visione di Heidegger, si lega al monumento funebre, esposto anch'esso, come tutte le realtà, alle vicende della terrena caducità. Date le numerose varianti in cui si esprime e si ripete l'opera della Ortese, si può ritrovare analogo percorso in alcuni racconti di. Angelici Dolori, fantastici ed autobiografici insieme; la Bella Casa posta fuori dalla rotte ordinarie, solitaria e preziosa, porta con sé il sapore del passato e dell'eternità, ma le sue immagini delicate di un classicismo rococò parlano di caducità e nostalgica evanescenza. Anche in questa casa sono allineate opere marmoree, altorilievi scolpiti dal nonno che la Scrittrice immagina di incontrare nella visita alla casa segreta, ricevendo da lui spiegazioni e sollievo spirituale. Alcune immagini di giovani su cavalli galoppanti o mari con le vele dondolanti richiamano gli eroi pellerossa del diario infantile, altre assumono un tono tenero ed accorato come certe scene del foscoliano velo delle Grazie (Interni di dolci case vi erano, dove la madre vegliava contenta il sonno dell'ultimo nato, e i colombi, tubando, rotavano sul pavimento sconnesso).

In tutte queste varianti, che affiancano la Via Grande, si evidenzia un bisogno di bellezza, nobiltà ed amore, e il desiderio di trovare una Via in cui tali illusioni possano consistere senza spegnersi ed appassire; Anna Maria Ortese non trova una soluzione religiosa all'interno della Scritture sacre, ma auspica uno Spirito di gioia e bellezza interno alla Vita e si dibatte nel voler conciliare caducità ed eterno, riflessioni sul divenire e sogni compensatori. Questo bisogno ispira la sensibilità dei personaggi dei racconti e il messaggio stesso che la Scrittrice esprime direttamente in un discorso testamentario di Corpo celeste; tutta la sua opera d'arte, poi, è visione magica ed angelica che mira a superare l'assurda ed intollerabile realtà.

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