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Grigiore e sogno nella narrativa di Anna Maria Ortese

Nella narrativa di Anna Maria Ortese la luce e il grigiore coesistono, alcune volte nello stesso racconto, in cui un'apparizione anche semplice può avere effetti rasserenanti sull'atmosfera grigia dell'esistenza; ma soprattutto la contrapposizione connota diverse sezioni narrative, generando rinvii e soluzioni a distanza. I due colori metaforicamente corrispondono ai due poli della realtà di vita presentati dalla scrittrice, tra quotidianità esistenziale e sogno.

Il senso del grigio emana da una serie di fattori, che si associano a determinare un'atmosfera avvolgente e tetra, come una nebbia che si deposita su luoghi bassi, sui bassifondi dell'esistenza sociale.. Il colore grigio è perfino tecnica di selezione memoriale che, ad esempio, induce la scrittrice a preferire alle tante divise smaglianti la giacchetta grigia degli allievi della Nunziatella, legata al ricordo dell'amico Prunas.

L'ambientazione insiste su interni scuri e chiusi, ghetti e tuguri di poveri o vicoli stretti e chiusi su cui non piove la luce del sole, il più delle volte collocati nei quartieri depressi di Napoli, metafora e privilegiata scenografia di una condizione senza rimedio. Tali ambienti, che certamente ritraggono realtà note e vissute, si dilatano fino a formare una costante immobile e non modificata da alcun dinamismo sociale, come se alla scrittrice non interessassero meccanismi e gerarchie, e tantomeno discorsi di impegno sociale, tesi a promuovere cambiamenti nel tenore di vita. La collina di Granili, immensa ed oscura come appare allo sguardo della visitatrice che vi si inoltra accompagnata dalla sua guida, si contrappone a distanza ai luoghi edenici creati dal sogno, come l'inferno si contrappone al paradiso, senza dialettiche di evoluzione, superamenti, passaggi. Sembra di scorgere sulle sue pareti di ingresso il secco monito di “Lasciate ogni speranza voi ch'intrate”, e non perché si è precipitati per propria colpa nel cono infernale, ma perché si vive sulla terra nella tipica condizione di tutte le sue creature. Si tratta di un indeterminato pullulio di esseri creati dalla natura senza distinzioni e gerarchie, chiamati a condividere il loro destino terreno, talora con scambi e metamorfosi, senza possibilità di primati e di conquista di “magnifiche sorti”. Grigiore e tenebra, perciò, rappresentano chiaramente la realtà di Anna Maria Ortese, simile ad una vita di umbratile sottobosco piuttosto che all'umana e piramidale Città del Sole. Si tratta sempre, come già esposto in un altro saggio, della propensione della scrittrice verso un realismo naturale che respinge la visione esaltante ma limitante della ragione, tutta centrata sull'uomo e sulle sue conclamate possibilità di progresso. Una visione quest'ultima restrittiva, tesa ad escludere varie forme di vita che la natura, ricca madre ed artefice, promuove e crea, in una sua recondita e cieca armonia, mai traducibile in destini eccelsi di una specie sulle altre. La scrittrice, di per sé, rifiutò la connotazione realistica o neorealistica attribuita al suo stile, proprio perché riteneva la realtà oscura ed inconcepibile nelle sue leggi e nei suoi meccanismi, più caos ed informe "pianissimo"che cosmo ordinato e misura.

Alcuni racconti, come Un paio di occhiali e Interno familiare, risultano centrali nel dibattito sul binomio Natura- Ragione, qui non affrontato con il linguaggio dell'impegno militante, ma implicito nelle vicende narrate. In Un paio di occhiali la vicenda è letterariamente giocata sul contrasto tra oscurità – cecità e chiarezza – vista; l'oscurità, ancora una volta, rappresenta l'ambiente della povera gente ammassata tra tugurio e vicolo; ma su tutto emerge la cecità della bambina, che aggiunge alla situazione depressa anche il suo triste handicap, messo in evidenza dalla ricorsività della espressioni indicanti, a mo' di ripetitiva cantilena, il difetto della bambina cecata e il dono di un paio di occhiali da parte di una zia generosa .Gli occhiali, tanto importanti nell'universo di attesa magico-fantastica della bimba, si rivelano uno strumento inutile, anzi dannoso per la sua salute. La prima situazione di vita della bambina è quella di una normale e familiare convivenza, di una consuetudine senza ragioni e distinzioni, con in più la possibilità interiore di sognare. Gli occhiali, come invenzione tecnica tesa a promuovere benessere e fiducia, producono risultati contrari alle aspettative, mettono a nudo contorni e distinzioni, brutture e difetti cui non sanno porre rimedio. Tutti gli aspetti tristi e dolorosi dell'esistenza nel vicolo vengono focalizzati in modo impietoso da quello strumento del sapere tecnico, non favorevole all'uomo, reso sempre più cosciente non solo della sua condizione naturale, ma anche, in aggiunta, di una ragione sociale che separa, discrimina ed esclude.

Nel secondo racconto citato l'interno logoro e tetro costituisce la costante dell'ambiente familiare, non riscattato né dall'imminente festa natalizia, né dalla figura di Anastasia, la protagonista che, con il suo ruolo di piccola imprenditrice, riesce a sostenere una famiglia in procinto di allargarsi con i matrimoni del fratello e della sorella. Nonostante i preparativi della cena festiva, la scrittrice focalizza ritratti deformati e stanchezza di vita, piuttosto che magnificare le doti gestionali di Anastasia ed avviare un discorso sui temi del moderno progresso sociale e dell'affermazione femminile, come il lettore si aspetterebbe.

Leopardi e Verga sono entrambi richiamati nella narrativa della Ortese, l'uno nell'attenzione verso i ceti primi ed umili ai fini di una essenziale ricognizione dei dati di fatto, l'altro nella visione della vita senza antropocentrismi e superbe illusioni. Non intervengono a dissipare il grigiore le promesse costruttrici della ragione e neppure quelle delle dottrine religiose; certe reminiscenze religiose nei racconti suonano in modo pessimistico e frustrante per le aspettative dell'uomo che, cercando bontà e giustizia, trova indifferenza e supplizio (Occhi obliqui); oppure esse contemplano afflizioni senza beatitudini, veri deterrenti verso l'inesausto e legittimo bisogno di godimento dell'uomo, anche a contatto con le stesse bellezze dello spettacolo naturale (Jane il mare).

Gioie e piaceri, per la scrittrice, consistono solo in sogni e costruzioni fiabesche; si tratta di quella fiaba della felicità incarnata nell'animo umano ed insopprimibile, ritratta con i tocchi leggeri di fugaci apparizioni, o in ampie e luminose sezioni narrative. In alcuni racconti dell'Infanta Sepolta, come Le sei della sera o il Signor Lin, le “primizie del deserto” sono eventi semplici, piccoli atti generosi, capaci di dissipare la malinconia della povertà e dell'ora serale, come interventi angelici ipotizzati e supposti. Ma l'utopia di un mondo alternativo felice si dispiega nella silloge degli Angelici dolori, come risposta ed evasione, non dottrinale, ma umana e naturale. Più che nei racconti realistici, qui emerge la ricerca linguistica letteraria, in particolare nella descrizione raffinata e preziosa di cornici di delicata rarefazione; i colori tenui, disposti in bella armonia, richiamano certe atmosfere estenuate dei Preraffaelliti o la preziosità Arcadico-Rococò, tanto leggera ed effimera quanto voluta e costruita. Rose appassite, serti di fiori di campo si alternano con le immagini floreali degli stipiti in un intreccio illusionistico che mescola vita e finzione artistica. Anche la natura intorno alla villa magica perde i suoi lati oscuri per assumere un abito luminoso, dolce e morbido. Fin dal primo racconto, L'isola, lo scenario è quello di una Via Lattea, o quello “Della primavera e delle favole antiche”, in cui la Luna, le luci della stelle, gli alberi e gli uccelli circondano l'uomo di una serena armonia cosmica. Nella finzione poetica la natura, favorevole alla protagonista Anna, alter ego della Scrittrice, si piega verso di lei con atteggiamenti di sensibile languore. Si respira un senso di stupore, come se la Scrittrice temesse di incrinare la favola, mantenendola il più possibile aerea e sospesa. E' evidente la nostalgia verso un mondo rischiarato dalla bontà, dalla felicità e dall'armonia. Il pensiero va ad un Dio buono, non lontano o indifferente, ma vicino e familiare, modello di bontà per gli uomini; Nel racconto La villa Cristo e la Vergine costituiscono una famigliola umile tra il verde della natura e i fiori alle finestre, capace di effondere serenità non solo tra gli uomini, ma in tutte le creature.

Il sogno si identifica nella storia d'amore tra la protagonista ed Enrico nel testo che dà nome alla raccolta. e in quelli immediatamente seguenti. Tutta la finzione sembra nascere da una vicenda personale, adombrata nell'incontro durante una festa: un giovane colto e sensibile è attratto dalla fanciulla silenziosa ed appartata, che chiama perciò a far parte dei suoi problemi. e dei suoi studi. Sono diversi dai coetanei, hanno un'anima pensosa e poetica, perciò disponibile all'amore, proprio come accade nella letteratura. Si espande in vari racconti una storia amorosa cortese ed angelicata, densa di sentimento e di allusioni letterarie. In un senso rovesciato delle parti, si sviluppa il rapporto cortese da inferiore a superiore, in cui l'amante si compiace di soffrire, giungendo ad atteggiamenti di mistica adorazione verso l'essere amato, sovrano e sublime nel sigillo della sua imperiosità. Enrico non è più il giovinetto incontrato alla festa giovanile, ma incarna tutti i contrassegni di superiorità e perfezione del Signore; è bello e maestoso, capace di assicurare protezione e salvezza. La vicenda tutta interiorizzata, come nei poeti medievali, si sviluppa in momenti di dialogo col cuore, struggimenti, sogni e stupori, alla stregua di una Vita Nova. Non mancano riferimenti alla classicità sulle orme di Catullo, nel descrivere i sintomi dell'amore: “E una gravezza mortale mi giunse al cuore, e non vidi che ombra e sentii le ginocchia vuote, la gola pulsante, la testa orribilmente oppressa. Con un grande sforzo e guardandolo dolorosamente, mi alzai e trascinai in un angolo delle panchina. Dopo di che la testa mi cadde sulle ginocchia, e non sentii più nulla.”(L'avventura) Altro riferimento va alla favola di Amore e Psiche di Apuleio, per la tenerezza e la dolcezza con cui i soggetti della vicenda interagiscono; Anna deve tutta la sua felicità ad Enrico, non chiede altro pur tra i dirupi e i flutti impetuosi che circondano la casa in Bretagna, vive un'intimità gioiosa con il suo Signore, come accade a Psiche nel castello tra i monti, piena nell'animo del suo soave amore.

Si capisce perché Anna Maria Ortese abbia voluto esibire tante doti letterarie nel costruire il suo mondo angelico, andando controcorrente rispetto ai tanti impegni realistici del tempo, opponendo alla realtà le modalità dell'arte; in un discorso sulla musica di Chopin e sulla poesia, fa dire ad Enrico:”Noi abbiamo un grido nell'anima, delle passioni, delle lagrime e insensibilmente siamo portati ad esprimerle. Cosa facciamo con tale operazione? Quel che in termini musicali si dice “trasporto” La vita, caos, diventa “forma”. Ed è questa l'unica degna di essere guardata...” E più avanti, sempre attribuendo il pensiero ad Enrico che cercava le leggi del nostro pianeta:” Indi parlò della vita, divisa in due compartimenti: mobile ed immobile, vissuta e scritta. La seconda solo è veramente nobile, l'altra di inferiore qualità, e destinata alla sparizione.” (Angelici dolori).

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