Servizi
Contatti

Eventi


Il bosco e la ricerca: cosa rimane della materia cavalleresca in Caproni

Il conte di Kevenhuller convoca i cavalieri, la posta in gioco è rilevante e sollecita l'ambizione dei suoi fedelissimi; si tratta di catturare una grande bestia che porta intorno violenza e distruzione. Sembra che Caproni, già con questo proclama posto ad esergo dela sezione poetica, voglia mettersi sulla scia della tradizione cavalleresca con i suoi noti elementi di riferimento. La figura del cavaliere tenuto a rispettare i doveri del suo status, l'ambiente impervio della selva in cui si svolgono le sue azioni, la ricerca di occasioni in cui mettersi alla prova, sono elementi della tradizione contemplati in questa sezione poetica.

Ma, come è noto, il genere cavalleresco, a cui spesso la poesia ha chiesto ispirazione, si è adattato ai rivolgimenti e alle mode culturali fino a svuotarsi dei suoi contenuti originari, pur conservando l'apparato e la scenografia di riferimento. Ariosto, Cervantes, Calvino dimostrano questo smontaggio dell'antica materia in un'opera di continuo ammodernamento. Il mondo della cavalleria continua a suscitare attrattive per le sue potenzialità fantastiche ed allegoriche, per cui l'eroe protagonista delle azioni, da figura reale ed operante in una realtà storica a lui confacente, si universalizza e diventa in astratto l'uomo alle prese con il suo destino.

In Caproni la quete si spoglia di tutti gli ornamenti del cerimoniale per conservare nella scarnificazione il richiamo del dovere, un dovere che per di più si consuma in una realtà priva di risposte e gratifiche. Nell'Ariosto la selva si anima di presenze, lo scenario è movimentato, l'intrigo selvaggio del luogo non scoraggia, ma stimola l'avventura tra prove eroiche e colpi di scena romanzeschi; la selva nel suo proteiforme aspetto dà illusioni ed ideali, si presta alla varietà dell'azione, tra incontri e scontri, silenzi ristoratori tra l'erba e momenti di dense convergenze. Il duello, con il suo rituale di formule verbali e schermaglia gestuale, esprime tutta l'energia interna del cavaliere, che si batte onorevolmente contro i pericoli della vita anche nell'abbassamento delle finalità sacre non più urgenti ed operanti. In Calvino si sente solo l'eco dell'avventura nel bosco, in quanto lo scenario ripreso è quello della taverna in cui i cavalieri, reduci dal percorso, confrontano i loro destini. E' scomparsa anche la voce e il confronto si fa sulle figure dei tarocchi, dispiegati opportunamente, in modo da far coincidere ogni tappa del proprio destino con la scena impressa sulla carta. Lo scenario si interiorizza, al movimento subentra l'atto riflessivo della narrazione, il percorso è già avvenuto e ognuno, nelle scelta della carta, vuole evidenziare le scelte della propria vita, in un incrocio tra desiderio personale e superiore predestinazione. Pur nel silenzio della rammemorante riflessione, le carte si animano ed offrono un pittoresco mosaico, un fascinoso arabesco, come se la vita evocata non avesse perso il piacere dell'avventura e le immagini mitiche, come icastiche icone, traducono il significato delle prove ricorrenti dell'esistenza.

Nella boscaglia di Caproni vige un'atmosfera grigia, priva di immagini e colori, di eventi e sorprese. Non accade nulla che soddisfi la ricerca, la stessa bestia che ha mosso la caccia, non appare e di lei non c'è traccia, non si conoscono forma e identità. Il una landa desertica e stagnante il cavaliere volge lo sguardo da ogni parte nell'attesa di qualche apparizione all'orizzonte; ormai ha attraversato tanta terra, è giunto all'ultimo lembo in un territorio di confine ed è stanco del percorso infruttuoso. Ricorrono termini come “landa, bosco, buio, foresta, frana, alluvione” per indicare un luogo inospitale, quasi simile ad un precipizio o alla morte; e, in effetti, gli stati d'animo di paura e perdizione alludono ad un flagello da cui non si esce indenni come dalla morte. Neppure la selva dantesca, ugualmente letale, è così insuperabile per il pellegrino che voglia rimettersi sulla retta via affrontando le prove atte a riabilitarlo. Le connotazioni estreme del paesaggio cristallizzano le coordinate spazio temporali, ad indicare l'esemplarità allegorica della vicenda che ha molte analogie con il percorso del personaggio leopardiano dell'Islandese. Anche l'Islandese percorre tutta la terra, non risparmiandosi l'esperienza dei luoghi più inospitali, per soddisfare la sua missione. Alla fine l'immagine gigantesca e statuaria della Natura gli appare e gli rivela la triste sentenza del ciclo dell'esistenza. Il cavaliere di Caproni neppure negli estremi confini della terra ha la fortuna di vedere qualche apparizione, per lui c'è solo stanchezza nel nulla di fatto. Certo l'Islandese non ha da rallegrarsi delle verità enunciate dalla Natura, né egli può porsi in atteggiamento interlocutorio di fronte ad una divinità inaccessibile e rigorosa nella sua perentorietà, ma l'incontro con una figura ben visibile e l'ascolto di una voce emessa da quella figura in risposta alle sue domande costituiscono un evento e una conclusione per il suo impegno di vita. Dall'altra parte in Caproni la mancanza di ogni elemento di riferimento o reale denuncia l'assurdità della condizione esistenziale in cui lo sguardo si muove a vuoto e si disorienta nell'indistinto grigiore senza forme su cui appoggiarsi. Sembra che la poesia rinunci ai suoi strumenti di creatività, capaci di costruire mondi fittizi ed utopici, immagini antropomorfizzate, come appunto la Natura e l'Islandese o il Coro dei morti. Lo scenario della poesia di Caproni evoca Mallarmé e con il poeta francese ha in comune anche la scarnificazione e l'impotenza linguistica, come forma di traduzione visiva del naufragio e della frustrazione. Non immagini visive, non voci nel silenzio, non discorsi rivelatori, ma sillabe scarne e secche sull'orlo della vertigine.

Eppure l'attesa nella radura non cessa e, proprio dove i sentieri si interrompono, si avverte il pronostico di possibilità arcane, di inversioni e mutamenti. Il linguaggio di Caproni, nei momenti di intensificazione semantica, diventa paradossale, si chiude in aforismi illogici ed assurdi, come a dire che un mondo potrà risorgere su altri fondamenti e su altre logiche, laddove quelle note e correnti hanno fallito. Si respira un senso di religiosa attesa, ma ciò che è atteso non conserva le certezze della vecchia metafisica, bensì si avvolge in un mistero senza bordi in cui gli antipodi e le antinomie possono sussistere. Il richiamo va ad alcune filosofie contemporanee che, proprio sul crollo delle verità consunte del passato, hanno posto le tracce profetiche di un futuro lontano ancorché indecifrabile a cui non possiamo applicare le nostre consuete categorie di pensiero e linguaggio. L'uomo, nella solitudine della radura, in attesa di un Essere che riempia il vuoto, è immagine significativa di Heidegger ben evocata dalla poesia di Caproni, in cui i paesaggi sono proprio radure, ambienti che stimolano suggestione ed intuizione più che comprensione. Sono luoghi che, nel loro nulla incolore, sembrano celare l'essenza prima, la verità e il mistero in modo diverso dalla consuetudine filosofica e teologica. Dall'angoscia e dal tremore, una volta annullate ogni voce e segno della civiltà, può svilupparsi l'attesa. La civiltà, con l'eccesso di proclami e comunicazioni, con il timor vacui della chiacchiera, ha soffocato ogni essenza ed ora dal vuoto e dalle sue ceneri si attendono nuove risposte e nuovi dei.

La ricerca nella boscaglia assume in Caproni un significato allegorico; si tratta di un'allegoria senza fondo, che sembra non rimandare a nessun codice certo e noto, come è tipico della cultura contemporanea. L'allegoria nella tradizione era un linguaggio figurato, atto a coprire con il velo della fabula una verità significativa e questo significato si fa cercare perchè traspare e balugina attraverso l'immagine, come accade nel mito. Nella cultura contemporanea il rinvio dell'azione di superficie risulta inesauribile, non garantisce un fondamento che regga ed illumini l'architettura soprastante, nelle infinite possibilità può adombrare anche il nulla. Lo stesso Caproni, in una prefazione, allude ad uno stoicismo della non- speranza, allo spirito di contraddizione e all'assurdo. L'attesa non viene scoraggiata, ma rinviata all'infinito; perfino nell'ultimo orizzonte la situazione permane tenebrosa e crepuscolare, carica di un'incertezza disponibile a qualsiasi soluzione: all'apparizione folgorante che potrebbe finalmente dissipare la nebbia, oppure al buio e allo squallore persistente. Non esiste la metafisica dei fondamenti, da cui si dipanavano sillogismi logici e ragionamenti privi di incrinature. Il vacillare sempre relativo del pensiero, la compresenza delle antinomie tiene la vita umana sospesa sull'orlo del nulla, sul filo pericoloso di una corda. Il nulla è sempre in agguato, ma intanto la vita se ne difende con attenzione e circospezione, accettando perfino l'assurdo delle contraddizioni, pur di non sprofondare. In tutto questo scenario poetico si ritrovano le proposizioni di Nietzsche e le allegorie di Kafka. Nel Castello Kafka fa vivere al suo agrimensore il travaglio di una fede altalenante, che tanto avanza verso le porte del castello, quanto retrocede carica di pentimento ed umiliazione per il suo ardimento. Egli non conosce neppure la sua funzione ed identità, messa sempre in crisi da messaggi contradditori, eppure non demorde dall'impegno, come se da un momento all'altro dovesse assistere allo schiarimento definitivo della situazione. Lo stato d'animo del personaggio di Caproni è identico, è come se egli conservasse dentro di sé le promesse e le fedi dell'antico cavaliere, in nome delle quali si batte, ma trovasse un mondo non più adatto al suo statuto, un mondo stravolto con sentieri che non approdano a nulla e nessun sovrano che riconosca i suoi meriti. L'antica metafisica rimane celata e in certo senso ancora operante, ma non offre più un terreno su cui concretizzarsi, un regno in cui avverare le sue promesse. Lo sfondo, come nella cultura di riferimento contemporanea, diventa religioso: fa riferimento a qualcosa che nello sconvolgimento dei tempi si è perso, ma che ancora fa sentire il suo alone, e non si può abbandonare di botto come un abito dismesso. Questo fondo dispone l'uomo ad un'attesa, ad una nuova rivelazione che si pone tra gli orizzonti delle possibilità.

Lo scenario della boscaglia, che porta al confine oltre i luoghi giurisdizionali, ponendo il ricercatore di fronte ad un dilemma escatologico, non è circoscritto alla sezione del conte di Kevenhuller, ma si può dire che abbraccia molta parte della produzione di Caproni e torna insistente nel Franco cacciatore. Anzi qui viene meno anche il proclama di avvio lanciato dal conte verso i suoi cavalieri, mentre più scopertamente allusiva è la spinosa tematica religiosa, annunciata nella prosa di un inserto con il rigore stoico di chi non attende nulla e si affida solo al probabilismo delle possibilità. Superando ogni riferimento offerto da una fittizia cultura cavalleresca, il testo insiste sulla presentazione di scenari desolati, dove ognuno è solo con la sua coscienza senza incontri ed appoggi, dove si avanza barcollando tra le rovine di borghi dilavati e spopolati. L'oggetto della ricerca non è un'imprecisata bestia, ma un Lui atteso da un treno in transito, ma misteriosamente sfuggito e di cui nessuno potrà fornire qualche ragguaglio. La vicenda metaforica della caccia con la sua fittizia collocazione signorile feudale lascia il posto alla vicenda esistenziale dell'uomo alle prese con i problemi ultimi ed essenziali, in un mondo che non fornisce più sussidi fondanti, ma solo spiragli e tracce ignote. Il cacciatore beve l'ultimo sorso con gli amici nell'osteria e quindi imbraccia il fucile e parte per la sua avventura di vita. Egli sa che non può rimanere con gli amici, tra le comodità del mondo, il dovere interiore lo chiama, esige un congedo dagli altri, un percorso solitario ed arduo, in cui non è facile e scontato trovare risposte. Verso dove e che cosa è proiettato il viaggio di questo uomo? Un altro mondo, il nulla, la morte, una verità? Certamente si tratta, come si evince dalla terminologia anaforicamente estrema ed inconsueta, di un luogo-tempo altro, un oltre che modifica l'uomo, la sua condizione, la sua filosofia. Le risposte che il viator riceve sono aforismi di incomprensibile sentenziosità, contengono in sé antinomie di un pensiero assurdo e fuor di logica: non ci sono determinazioni e certezze, non si conosce la differenza tra il bene e il male, tra l'essere e il non essere, tra la bestia inseguita e l'uomo che la insegue.”..Non si può più dire chi sia il perseguitato e chi il persecutore; Lei cerca davanti a sé ciò che ha lasciato alle spalle; Lei non potrà mai arrivare, mi creda, dov'è già arrivato; Sparai. Forse sparò lui...S'io caddi (chi cadde), non l'ho saputo mai; (Franco cacciatore); Sicuramente cadrà, anche se non cadrà mai; La preda che ti uccide uccisa (Conte di Kevenhuller)”: sono antinomie che possono dare l'idea di un'ultra filosofia in cui si inerpica il cacciatore di Caproni.

Facendo un confronto con gli autori, implicitamente citati dal nostro poeta, notiamo come Caproni tenda a raggiungere esiti estremi, ignoti e desolati in cui non entra il lampo fantastico della poesia, ma l'aridità e l'angoscia di un imperativo etico arduo e stringente. Ariosto e Calvino vedevano nella selva il colore della vita, dei destini ammantati ancora dai simulacri della bella ingannevole avventura; Dante stesso fa della selva un luogo di passaggio tra il passato e il futuro e non toglie colore né ai fatti della memoria, né alle prospettive del futuro. Per Caproni c'é solo uno spazio grigio in cui non entrano i ricordi della vita passata, né le speranze del futuro, ma solo l'attesa inquieta di un oltre ignoto e lontano. Perfino Nietzsche dà al suo Zaratustra la pienezza e l'orgoglio di svolgere un percorso di superamento diretto all'altezza di nuove conquiste.

Materiale
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza