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Il nostos dell'esule nella narrativa di Vincenzo Consolo

Il 1860 costituisce per l’intellettuale siciliano un momento traumatico che determina ripensamenti e difficili scelte di vita. L’isola entrava a contatto con il Continente, diveniva una propaggine dello stato italiano in rapido processo di modernizzazione; con l’annessione al continente inizia un’altra storia, un passaggio epocale: dalla storia ciclica e ripetitiva sulle due sponde del Mediterraneo alla storia progressiva, i cui dinamismi non coincidevano più con l’armonia ciclica della natura, ma con le nuove tecniche del potere; avveniva un distacco dalla culla naturale con cui l’uomo dell’isola aveva sempre familiarizzato, anche di fronte ad eventi di violenta portata, come il terremoto del Seicento. In questa occasione, studiata da Consolo con il ricorso ad una storiografia di chiara sicilianità, l’isola aveva dato il meglio di sé, imprigionando nelle felici ondulazioni del Barocco i movimenti della natura.

L’intellettuale è il primo a prendere coscienza della svolta e a subire il fascino della modernità, intraprendendo il viaggio verso il cuore della vita politica ed economica italiana, Roma e Milano. In questa schiera di transfughi isolani c’è Verga e dopo di lui Pirandello, Vittorini, Sciascia, D’Arrigo ed anche Consolo, che si pone sulla scia dei predecessori e la conclude con un bilancio consuntivo dell’esperienza dell’espatrio. I suoi romanzi ripercorrono un secolo della vicenda italiana, con lo sguardo accorato di chi non trova un affiatamento con i meccanismi della grande storia snaturante e disumana, ma è ripiegato verso le tradizioni della sua civiltà. Il Ritratto dell’ignoto marinaio è il romanzo della svolta, dell’uscita dalla civiltà naturale con le sue sicurezze e ripetizioni, per entrare in quella degli sconvolgimenti sociali, di soprusi, rivendicazioni, rivolte. Il marchese intellettuale è coinvolto in una realtà improvvisamente mutata e deve prendere posizione negli eventi della cosiddetta “Lombardia siciliana”, a memoria del popolo nordico trapiantato nell’isola. Egli non riesce ad aderire alla realtà, che gli appare troppo problematica per poterla interpretare col suo linguaggio; non resta che dare voce a quelle proteste dal basso, come agli atti del potere e dei tribunali, senza commento. Nel secondo romanzo storico, “Spasimo a Palermo”, lo scrittore si sposta su una storia più avanzata, di pieno Novecento, con le inchieste mafiose, le bombe, la morte dei magistrati. Il trauma, per chi conserva illusioni e tradizioni s’ingigantisce, fa esplodere rabbia e spasimo, rinuncia alla storia. Consolo esprime anche direttamente la sua sfiducia nella storia e la sua rinuncia al romanzo storico, a vantaggio di una scrittura rapsodica e lirico - epica, tanto vicina alla poesia. L’epoca del romanzo storico per lui è finita, nel momento in cui non ci può essere comprensione dei fatti, né una formazione in seno alla storia. Egli anela all’espressione poetica d’impronta antropologica ed archeologica, scelta che lo accomuna al poeta Zanzotto, direttamente citato.

Il disagio di fronte alla storia, che ha sconvolto la mediterranea civiltà insulare, produce le figure dell’eremita, del recluso, dell’esule, come configurazione appartata e straniante che l’intellettuale sceglie di assumere. Si tratta di figure del disagio ricorrenti nella letteratura dell’ultimo secolo, che gli scrittori siciliani hanno raccolto, sostenendole tragicamente anche nella pratica di vita. L’eremita di Consolo è una figura solitaria di intellettuale, un pensatore che non appartiene ad una scuola, non produce sistemi, né addiviene a conclusioni, ricerca una sapienza che non è consequenzialità, ma nodo senza soluzione. La verità, che egli credeva di ritrovare intatta nell’isola natale al suo ritorno da figliol prodigo, è costretto a cercarla fuori dalle vie battute, nelle poche vie in cui non è stata ancora sommersa, nei ruderi che ne sono ancora portatori; con la sua lucerna si pone sulle antiche tracce, le ricerca e le studia, prima che vadano disperse dall’avanzata della cementificazione speculativa. Si tratta di una verità tragica ed eschilea, superiore alle tante illusorie partorite dalla modernità., che Consolo ritrova in Verga, l’Eschilo moderno, il narratore della chiusa ripetizione, senza trame ed intrecci. Una figura simile è quella di San Girolamo e di Sant’Antonio del Deserto dei dipinti e del calviniano libro dei Destini; il destino dello scrittore diventa quello dell’eremita che si apparta dalla città e sceglie, come ambiente congeniale, la grotta e il bosco, luoghi senza clamore e abissi di profondità secolari. In luoghi siffatti si aggira lo scrittore Consolo, come il poeta Zanzotto nella selva del Montello, per riprendere contatto con l’idioma autentico della vita. L’eremita di Consolo è anche recluso, forse nel senso di monaco intento allo studio delle memorie della civiltà, forse nel senso di escluso dagli avanzati, scioccanti meccanismi dell’attualità, che sommergono anche l’isola, esule perciò incapace di reintegrarsi nella sua terra.

La figura dell’uomo studioso e solitario percorre tutta l’opera di Consolo. Già il barone Mandralisca del Ritratto è persona dedita agli studi appartati, con personali propensioni, naturali, artistiche, archeologiche. E’ attratto dal mistero della natura con un senso poetico idillico, in antitesi al clima di rivendicazioni sociali che iniziano a scomporre la vita contadina; d’altro canto, i suoi particolari studi di malacologia sembrano portarlo verso i lati più oscuri della ciclicità esistenziale, sviluppando una inclinazione regressiva ed intrusiva, che ben si coniuga con la sua seconda passione, quella archeologica. Si tratta sempre di uno sguardo non orizzontale e razionale, ma interno e profondo, escludente svolgimento e causalità., di cui la lumaca diventa l’emblema. La descrizione delle chiocciole sposta i dati oggettivi verso le regioni inconsce della vita, nelle ombre delle necropoli, o si collega etimologicamente al rapporto mitico tra il leggendario re Cocalo e il costruttore di labirinti Dedalo. Non romanzo di conversione all’impegno il Ritratto dell’ignoto marinaio, ma romanzo di incapacità di adesione alla storia, in cui il confronto tra natura e storia risulta delicato e vacillante, con una conclusiva riaffermazione della ciclicità, metaforizzata nella spirale labirintica della prigione. Due visioni si fronteggiano: quella storica consequenziale, diretta in avanti, e quella naturalistica, legata al mito e al destino dell’eterno ritorno. Lo studioso solitario del Ritratto lascia il posto all’eremita dell’opera L’olivo e l’olivastro Qui, nel viaggio di ritorno nell’isola, l’Autore o il suo alter ego, rivive le vicende arcane del mito, le storie delle Vacche del Sole e della reggia dei Feaci, rivede i luoghi dell’antica armonia, conosce figure, racconti, linguaggi di chiusa ed oscura verità.. La stessa visione antistorica ed epica ispira la storia delle tonnare, in Al di qua del faro; qui l’universale legge della vita - morte, accomuna l’uomo e l’animale, in un mare che è il luogo per eccellenza della ripetitività e della purezza incontaminata: Con i diversi linguaggi, verbale dell’uomo, gestuale dell’animale, si compie la tragedia della vita attraverso mattanza e sopravvivenza. La tonnara non è luogo di leggi sindacali e diritti del lavoro, ma momento rituale dell’alterna esistenzialità.

La figura dell’esule, quindi, coincide con l’escluso ed eremita, come già in Verga che incarna il prototipo delle patologie dello sradicamento; non solo nei suoi personaggi, ma direttamente egli soffre ed ostenta nella sua vita le sofferenze dell’esule e del recluso, prima nell’anelito verso la sua terra, e poi, al ritorno, nella dura ma accettata solitudine della casa di Catania. Per questo egli resta il più vicino a Vincenzo Consolo, per il suo silenzio e la rinuncia al clamore letterario, la sua vita senza colore, rassegnata a scontare un esilio senza ritorno. Consolo sente molto il problema dell’esilio e del nostos, che, mentre lega lo scrittore siciliano all’illustre navigatore omerico, da quello lo distingue per il finale senza idillio di un tempo uscito fuori dalla favola..

La ricorrenza del tema, ora affermato direttamente, ora potenziato dalla simbologia, riguarda il ritorno in patria come tensione verso l’etos primo ed autentico, ricerca dei luoghi ancora indenni dall’azione erosiva del progresso. Di qui la preziosità conoscitiva di ruderi, boschi, grotte, capaci di restituire depositi antropologici ed essenze culturali. Esemplari sono a tal proposito le grotte di Pantalica, necropoli in cui la posizione mortuaria, rannicchiata a guisa di feto nel grembo materno, costituisce una simbologia fondamentale. Monasteri e chiese sono le mete del viaggio con i loro culti pagano - cristiani, di un sincretismo culturale durato fino al diciottesimo secolo, in un perdurare nell’isola dell’età degli dei ed eroi, altrove trascesa e superata. Nello Spasimo a Palermo, in un lavorio psicologico affannoso tra memorie perdute e memorie ritrovate, figurano flash su opere d’arte e sacre rappresentazioni disseppellite dallo sguardo attento che fruga. Nel Ritratto dell’ignoto marinaio il pellegrinaggio a Tindari, su un mare di antica e luminosa bellezza, prospetta segni salvifici di magia paganeggiante. La stessa interpretazione etimologica del patrimonio linguistico viene praticata da Consolo come memoria che ridà vigore e senso alle cose. Particolare attrattiva suscitano nell’animo dell’esule i luoghi facenti capo, nella radice onomastica, al culto delle api, animale mitico, il più vicino alla natura e al suo ciclo vitale, il più adatto a richiamare, con i prodotti del miele e della cera, momenti di somma ritualità, come la dolcezza del nutrimento e la maschera mortuaria. I luoghi della api ricordano il vigore delle antiche comunità: Sant’Agata di Militello, ricostruita sulle rovine del terremoto seicentesco, viene decantata per la sua posizione fortunata, in una felice conca e in uno scenario che moltiplica, agli occhi del visitatore, le sue bellezze e i suoi richiami. Michele Amari, citato da Consolo, evidenzia l’opportunità dell’ambientazione naturale, scelta dal gruppo per risorgere dall’evento catastrofico. Vengono decantati gli elementi geografici all’unisono con le virtù del popolo, come a ribadire la giusta simbiosi natura - cultura..

Nel nostos la terra siciliana diventa luogo universale, come per D’Arrigo, e per altri scrittori siciliani, selezionati da Consolo per l’affinità del ripiegamento lirico epico, che si imprime anche nella lingua della contemporanea letteratura siciliana. Consolo, in particolare, usa una lingua di ruderi e pezzi che non si combinano, ma suscitano un alone di rattenuto fermento. Non si può parlare di stile barocco, e neppure di espressionismo gaddiano, ma di una particolare pratica linguistica corrispondente all’attività dell’eremita - monaco, che cerca di incollare i pezzi dei suoi ritrovamenti per lavorarci sopra col pensiero e la serietà della difficile ricostruzione.

. I preziosi reperti riemergono tra le sterpaglie che li ricopre, mentre nelle città non potranno più riemergere, sepolti dal cemento e dall’opera delle ruspe, che faranno crescere sulla terra violentata case e condomini. All’olivo è subentrato l’olivastro, una proliferazione selvaggia, che ricoprirà millenni di civiltà. Il ritorno all’isola non costituisce, quindi, un approdo sereno nella ritrovata pace della propria terra, di cui l’intellettuale esule è diventato degno dopo le peripezie purificatorie, ma occasione di delusione e disincanto. L’innocenza ha abbandonato anche l’isola, avviluppata dagli stessi tentacoli corrosivi della modernità, che si chiamano speculazione, industria, tralicci, ruspe. La stessa memoria procede a stento, condizionata dalla sfida dell’abbrutimento attuale, triste termine di confronto. Ogni tappa del percorso, di per sé affannoso e struggente, attraverso l’isola, si conclude con la vista della irriconoscibile e deformata realtà presente: cementi, rumori, linguaggi sclerotizzati ed amorfi, musiche senza ritmo. L’esule della contemporanea letteratura siciliana non è l’uomo valoroso che ritorna e ritrova un mondo agognato, ma l’eremita emarginato dal mondo, che cerca di agganciare le memorie con le impronte dei suoi faticosi ritrovamenti.

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