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Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese

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Il porto di Toledo, romanzo difficile da definire e delimitare con una formula, può appartenere a varie tipologie narrative e perfino esorbita da queste, in quanto prosimetro che intercala al racconto composizioni lirico- poetiche. Perfino la sua realizzazione desta curiosità, in quanto vuole presentarsi come riunificazione ed organizzazione di appunti in forma di diario, risalenti ad epoca anteriore. Appare come una compilazione cronologicamente stratificata: c'è la mole di annotazioni in stile discontinuo ed informale di un'adolescente sensibile ma inesperta della tecnica della scrittura, e c'è la cornice unificante di un'Autrice adulta, che ha trovato interessante il manoscritto giovanile e lo ha predisposto per la pubblicazione. Anche questa ricognizione bidimensionale appare troppo semplificata, allorché ci si accosta alla materia del libro per vari aspetti sfuggente, che esige l'esercizio di una "seconda vista", cui Anna Maria Ortese sempre del resto rinvia nella sua scrittura. Ci si pongono vari interrogativi: l'Autrice, che pubblicava il manoscritto giovanile, quale modifica ha apportato al testo? Si tratta veramente di lavoro informale, in quanto riflesso di sensibilità precoce e di ingenua attrazione alla scrittura, quasi una riprova della definizione romantica della poesia naturale? La Ortese ha voluto rispettare lo spirito primo e la vena pura sgorgante con immediatezza nelle pagine di un diario, o si è posta in ascolto memoriale verso il lontano passato, con la disponibilità a rivivere anche al presente l'incanto di un'esistenza in formazione? Tanto più che gli stessi appunti diaristici sono intercalati da Resoconti narrativi e liriche poetiche di forte espressività. La duplice stratificazione assimila il testo ad un prosimetro, in cui la cornice funge da accompagnamento e connessione verso i materiali poetici be.n più preziosi e destinati dall'adolescente alla pubblicazione su una Gazzetta Letteraria.

Nell'Avvertenza apposta alla fine del romanzo, l'Autrice ci fornisce qualche notizia sul lavoro di confezionamento del testo ai fini della pubblicazione e sulle istanze che hanno motivato il percorso memoriale. Anna Maria Ortese dice di aver ritrovato un suo manoscritto giovanile e di averlo accolto volentieri come canovaccio da riordinare in una Memoria, in un difficile momento storico, minacciato da eventi aggressivi come tigri; gli eventi traumatici successivi alla Seconda Guerra mondiale La spingono ad un solitario ritiro, per comprendere il senso del reale, ovvero del reale- reale, doppiamente reale, da contrapporre agli inganni della storia. La vera realtà le si offre in qualità di memoria, e questa connotazione si attaglia perfettamente al Porto di Toledo. La memoria soggettiva, quindi, ha più valore della realtà storica oggettiva, offre più garanzie di comprensione e di universalità, oltre che porsi come istanza urgente ed imprescindibile per ciascuno, nel momento in cui si sente che tutti gli accadimenti creano nell'anima una cassa di risonanza e proprio qui si collocano per restare, come aspetti misteriosamente selezionati della vita. Questi dati, filtrati dalla particolare attitudine della memoria, diventano gli emblemi e simboli esistenziali. A questa storia interna, tanto soggettiva quanto fondatamente universale, si sono appassionati vari poeti e narratori del nostro tempo, a seguito degli studi filosofici e psicologici che hanno fornito un apporto propedeutico alla conoscenza dell'interiorità. Le parole con cui la Ortese motiva il suo passaggio dalla razionalità storica a quella esistenziale, restituita da una memoria lirica e mitica, richiamano la difesa proustiana della memoria. Nel Tempo Ritrovato (Adelphi, XV), l'Autore francese sviluppa in numerose pagine la sua poetica della soggettività memoriale in antitesi alla tanto conclamata arte realistica di impegno sociale. Proust contrappone alla vita sociale quella interiore e segreta, in cui soltanto si può attingere, oltre i fenomeni ingannevoli e mutevoli, la connessione totale ed assoluta della realtà. Si assapora, in questi autori, un distacco da fenomeni ed eventi, per cogliere ciò che è fondamentale e che l'io soltanto può cogliere. Solo ciò che attraverso la vita si deposita dentro, può fruttare conoscenza, mentre quello che fluisce all'esterno si perde tra speranze e disinganni, se non trova forze di coordinamento spirituale. All'uomo interessa la propria storia personale non di per sé nella sua mera limitatezza, ma per depurarla con i sensi interni fino a renderla emblema della vita in generale della creatura.

Da qui l'importanza della memoria in Anna Maria Ortese come in Proust, e in entrambi assurgono ad eventi assoluti di una memoria salvifica l'amore e l'arte. Altre affinità percorrono l'operazione di recupero del passato nei due autori, e una di queste è l'imprescindibilità del tempo giovanile, come radice di apprendimento; sembra che l'età matura serva solo a portare chiarezza, fissandoli in pensieri e parole, i simboli della prima età. Le immagini e le sensazioni impresse senza difese e convenzioni logiche, sono le vere intuizioni mitiche dell'esistenza. In questo discorso di formazione attraverso la memoria si colloca anche Dante, la cui Vita Nova sembra che abbia prestato alla Nostra Autrice molti spunti di ripiegamento e soluzioni formali. Il prosimetro dantesco, come il romanzo del Porto di Toledo, pone al centro l'amore, e sull'amore, scandito dal tempo, si avvia un percorso di comprensione. Tra i due citati autori si pone la Ortese, tra l'autore medievale che scandisce il proprio iter di elevazione fino all'estasi divina, e l'autore moderno, che prova lo stesso godimento in un assoluto umano, costituito da amore ed arte. In Anna Maria Ortese ritroviamo lo stesso incanto delle immagini stilnovistiche nelle sintesi purificatrici dell'arte. Davanti alla figura dell'amato, Lemano, scompare la realtà esterna, la città di Toledo affonda le sue vie, torri, chiese in un'unità indeterminata di solo colore, ora rosato, ora cinereo, la comunicazione si fa afasica e sospesa, l'immagine senza contorni. L'estasi, come nelle visioni mistiche, porta a balbettare e ad ammutolire, l'amore diventa vibrazione che attraversa la materia, una forza sovrana che non ammette renitenze, ma anche cibo che nutre e rivitalizza l'anima avvilita dalla quotidianità. Gli incontri sono apparizioni immotivate, eppure attese, in cui ricompare il bene desiderato, e questa dialettica di presenza- assenza, luce- eclissi, sembra costituire il respiro della vita.

La memoria si estende nel libro fluida e prensile, stratificandosi in varie dimensioni, presentandosi irriflessa e stupita nella giovinetta che patisce le vicende della sua vita senza capirne la trama, cercando una commossa comunione con le altre creature del cosmo, riflessa e problematica nella narratrice adulta che, pur subendo il fascino della sua delicata Vita Nova, cerca di trarne messaggi e procede ad una possibile ricognizione di luoghi e tempi. Non sempre è possibile operare distinzioni tra il passato della storia e il presente delle ricostruzione, perché la memoria rivendica il suo potere evocativo nel riportare sempre e quando vuole davanti a sé le cose del passato, innervandole per goderne al presente. Neppure si può asserire del tutto che conoscenza e riflessione combacino esclusivamente con il presente della composizione, in quanto il percorso conoscitivo si identifica con il fluire stesso dell'esistenza. Alcuni frammenti possono essere esplicativi di questa fluidità della coscienza all'interno del romanzo; "Stranamente, a periodi di visioni e avvenimenti speciali, ..seguono sempre, ho notato, stagnanti secche, sbiancamenti, una quotidianità fioca e priva di luce.." (Il Porto di Toledo, Adelphi, pag.167), o "Devo dire che, a galla di questa ebbrezza, io ancora mi movevo? E' certo, ma poco ne ho ricordo." (pag.223), o "Queste e altre ipotesi, supposizioni, fantasticherie toccavano la mente fino a smarrirla, in quel mio tempo di nulla che andò, credo, dal primo giorno di marzo fino alla metà del maggio veniente..." sono esempi, ricorrenti nella narrativa e poesia di memoria, della coscienza che sa di inseguire il ricordo, ma anche di essere fragile ed insicura, non perfettamente certa." Ora, da questa sera, anzi giorno...al tempo- devo dire così, dilatandosi al modo che il campo di un anno si dilata alla misura di un secolo- da tale giorno a quello che rividi Lemano, passò molto..." (pag. 222) : questo frammento indica non solo la problematicità dell'io memorante che tenta di circoscrivere la vicenda, ma anche la fluidità del tempo, soggettivamente ora accelerato, ora lento e dilatato. "Così ci separiamo..e questo vedo ormai, camminando, in una gran confusione grigia. Che mi guardano, vedo, poi, mentre io mi allontano.. A casa, tornando, ecco di nuovo la carrozza. Era nera, e le passai attraverso... Otto carrozze..cominciarono a passare, ed erano sempre le medesime.."(pag.433- 434) : questo frammento, alternando il passato della vicenda con il presente del racconto, chiarisce la capacità evocativa della mente, che torna a rivivere lo stato d'animo confuso e smarrito di Damasa, di fronte al passaggio della carrozza di Espartero, bardata a nero per simboleggiare la fine dell'amore; il trauma è così profondo che non si cancella neppure dopo molti anni e può riemergere in tutto il suo alone delirante.

Il Porto di Toledo è un romanzo di formazione molto avvincente, in cui le problematiche esistenziali, consapevole ed imprescindibile principio della poetica della Ortese, diventano il vissuto di un io partecipe e coinvolto nella ricerca di una sua identità, umana e cosmica più che storica. Dalle pareti domestiche lo spazio si allarga alle strade della città di cui vengono percepite le distinzioni urbanistiche e sociali, con quella separazione, sempre sensibile nei racconti della Scrittrice, tra la parte alta, luogo di dominio dei notabili, e la parte bassa e portuale, andirivieni caotico di casupole. Non ci sono descrizioni vere e proprie, quanto richiami velati ed allusioni, stati d'animo inquieti, attraversamenti spossanti della città in un continuo disordinato girovagare, incontri e voci tra amici di strada volti a disegnare sogni ed attese di "età successive" .Le storie parallele, che incorniciano quella principale e sembrano potenziarla, contribuiscono alla presa di coscienza della condizione personale e al tempo stesso della condizione umana.

Il tempo assurge a fattore predominante e vero nume trascendentale che scandisce i ritmi di tutte le storie, come in un libro -miniatura da cui trapela la trama portante e l'eterno ritmo, pur velato dalla varietà fenomenica. Agli occhi trasognati dell'adolescente si rivelano i nessi profondi della vita e della morte, il passare e disperdersi delle cose, il gioco annientante del tempo- natura, in un succedersi di stati di indifferenza e stimolanti pulsioni. Fin dalle prime parti, quindi risalenti alla prima età adolescenziale, è avvertita tale evanescenza: "Io, insomma, sentivo la giovinezza, o prima età, andarsene, portarmi via, in modo inarrestabile, benché insensibile, quieto. Sentivo il tempo come un'emorragia. Le ore battevano pesanti nel mio petto, e ogni istante qualcosa, come le acque di un fiume, staccavano e trascinavano via.." (pag,35) A quell'adolescenza si fa risalire un dialogo col tempo:"Grido: ....Voglio- il sole per una eternità, non voglio- che il sole muoia... Risposta: Eppure un giorno finirà.. Io: Corre! Dove va?- fermati, Sole, non andare. Voglio- che tu mi stringa..." (pag.36) . Tempo e morte attraversano il libro, creando movimento e pathos, che impregnano anche il paesaggio e il costume con simboli di croce ed infinite settimane sante. Damasa, la protagonista, già in famiglia conosce il lutto per la morte di due fratelli, che si imbarcano dopo aver conseguito il diploma nautico e trovano la morte in mare. E' il primo atto importante del percorso formativo di Damasa, che viene colpita nei suoi sogni di eroismo e libertà, coltivati insieme ai fratelli e ritenuti veri ed eterni. Scompaiono Rassa, Albe e Lee in una sequela di traumi, sogni profetici e visioni che costituiscono il contrassegno di tutto il romanzo. Quando Damasa entra nel mondo delle amicizie e degli amori, vede moltiplicarsi la dialettica di apparizioni- sparizioni, amore- morte, e in questa fluida alternanza delle cose del mondo si pone la vicenda d'amore per Lemano. Le apparizioni del giovane finlandese, professore di scienze oceaniche, finiscono per assorbire la vita della giovane tra dense intermittenze del cuore ed indifferente depressa quotidianità, quasi all'unisono con l'attesa esaltante e il vanificarsi delle cose, nel gioco assurdo eppure vitale dell'esistenza. Infatti, come nelle filosofie e poetiche contemporanee, da Leopardi a Nietzsche, anche nella Ortese nichilismo e vitalismo convivono in quella catena eraclitea del divenire, movimento e dinamismo della vita. Il divenire stesso non è monotona successione quantitativa di attimi, ma si articola in nodi e connessioni qualificanti, come pause, impennate, crocevia di impulsi, eventi, riflessioni. Nel romanzo l'esistenza non è acquiescenza al gioco fatale, ma si arricchisce e si arma di vitali reazioni, ponendosi in un atteggiamento corale non solo con gli altri, ma anche con le realtà e creature tutte della natura. La storia d'amore di Damasa e Lemano non si vanifica e non si rifugia solo nel sogno, come altre storie parallele del romanzo ripubblicate in racconti autonomi, ma si rigenera e rifiorisce sulle sue rovine, opponendo resistenza al fatale vanificarsi delle illusioni, a rappresentare la tenacia della vita contro le opposte forze negative: l'incontro conclusivo, appartato tra le mura di un portico, mentre Toledo cade sotto i colpi dei Turchi, ricorda La Ginestra leopardiana: l'amore maturo, conquistato con impegno, si salva dagli assalti dei nemici del tempo e della storia.

Vita ed arte si sostengono a vicenda: la vita ha bisogno dell'arte per comporsi e capirsi e l'arte dei messaggi della vita da cui sgorgare. La vita offre eventi e contenuti all'arte, che li combina e rielabora in sintesi ideali, come realtà nuove vissute a tutto tondo dall'io interiore. Le forme espressive, all'interno del romanzo sono chiamate Resoconti, cioè racconti rivissuti, in cui Damasa condensa le esperienze: i momenti più coinvolgenti della vita in comune con i fratelli, le amicizie, gli incontri. Appaiono come pagine di diario, corrispondenti alla traduzione di vicini vissuti, ma al tempo stesso superamento e distacco dall'immediatezza, forme di arte spontanea, bisogno dell'animo, vero esprit de finesse, riconosciuto e difeso dall'Autrice in tutto il corpo della sua opera di contro all'arido e limitante esprit de geometrie. Il mondo dell'espressività, formula che ricorre in pagine di riflessione all'interno del romanzo, si pone in continuità con quello della vita, anzi lo completa e lo coglie a livelli di maggiore penetrazione, proprio perché operano insieme tutte le facoltà intellettuali ed immaginative. La Ortese, dando dignità all'espressività giovanile, vuole fissare attraverso i modelli esemplari di quel tempo, i fondamenti della sua poetica: l'adesione intima e sensibile al ritmo della vita, una visione metafisicamente trasognata e non "misurata" della realtà, parola emotiva ed espressiva, disposta a travalicare la banale regolistica fino al frammento e alla sospesa afasia. Il lavorio della scrittura, stimolato dall'urto delle circostanze, produce gratificazione e pace, smorza il dolore e le passioni, permette di rivivere l'esperienza con una carica vitalistica più pura e più significativa del tempo della fruizione diretta. La protagonista è accompagnata, nel suo percorso formativo da una non ben identificata figura chiamata, "Maestro d'armi", cioè di precetti e strumenti utili all'espressività. Dalle sue lezioni Damasa apprende la prima definizione di Arte ed attinge la rivelazione della sua vocazione artistica. Cogliamo tale coscienza e vocazione in corso ed in fieri, a differenza di Proust che per tutta la giovinezza può godere dell'approccio indiretto dell'arte attraverso la fruizione di opere altrui, come il suo Bergotte e Vinteuil, e solo dopo anni di dubbio critico sulle sue personali possibilità può giungere al miracolo della creazione. L'Espressività, ossia l'immagine che l'uomo si fa del mondo attraverso le arti tutte, è, così come apprende dal maestro, "una seconda realtà, immensa appropriazione dell'inespresso, ...una seconda irreale realtà; non tanto irreale, poi, se vedevamo la realtà vera disfarsi continuamente.. e la realtà irreale dominare in eterno...dove, finché sul mondo vi fosse stata la caducità, i naufraghi avrebbero trovato salvezza...una seconda terra: il vero reale; e davanti a tale mondo reale, il mondo di ogni giorno..non era che un sogno, una veloce ombra." (pag.112-113) L'adolescente, fin dal tempo primo della sua formazione, tuttavia, supera i precetti del maestro e li mette in discussione, in una prospettiva che prelude alla poetica della maturità. Non accetta l'arte come unico strumento di salvezza dalla caducità, mentre la moltitudine delle cose e tutti i suoi cari sono consegnati al generale destino di annientamento e di morte, soffre nel vedere la condizione effimera delle cose del mondo e si pone il problema della loro salvezza. Comincia a pensare che "ogni cosa si esprime, anche se non in documento; l'uccello canta, e perciò si esprime. La vela si apre, e perciò si esprime. Apa invoca il suo Rassa, e perciò si esprime. E, una volta espresso, tutto ciò non potrà mai più morire. ....io volevo salva la vita...nessun attimo o respiro si doveva perdere." (pag. 114) Il problema spinge l'Autrice ad ipotizzare uno spirito universale in cui tutte le cose possono trovare salvezza senza distinzione, anzi in reciproca comunione ed integrazione ; proprio questa percezione profonda di una celestialità insita nella vita della natura, non vista più come mero sistema fisico, attraversa l'opera della Ortese. Il Resoconto Fhela e il lume doloroso (pagg. 120-137) può aiutare il lettore ad immergersi in questa dimensione cosmica, resa con ampiezza di emozioni e la convinzione di una fede interiore. La protagonista vive dei notturni meravigliosi in cui tutta la realtà portuale fino alla collina e al cielo si anima, in una comunione di sentimenti che trascorrono in tutta la loro varietà e gradualità; il vento, la luna, il mare acquistano voce e figura, la campana diventa una donna consolatrice, tanti lumi, ciascuno col suo nome e una sua identità, creano uno scenario, e tra questi il Lume Delicato che colpisce il cuore di Damasa, riempiendolo di dolcezza; anche Fhela, la pianta, appare come una giovane creatura, dotata di splendore e bellezza, sensibile e partecipe alla vita circostante, così da gonfiarsi e impercettibilmente ritrarsi ad ogni minimo trasalimento. Questa favola si pone come contraltare e pausa sospensiva delle esperienze dolorose, un superamento delle brutali leggi fisiche in una visione più allargata della vita, e quindi benevola e pacificata. La natura riacquista la dimensione mitica delle favole antiche, appare dotata di una propria forza spirituale, capace di assicurare al contempo conforto, rinnovamento ed eternità; sembra che l'uomo, solo partecipando intimamente alla sua vita "celestiale", senza blasfeme rivendicazioni o razionali lucidi piani di profanazione, possa trasformare quello che appare un assurdo gioco fatale in ritmo pulsante ed armonico.

La formulazione di libro di memoria, ricostruito su un manoscritto precedente, indica, in sordina, lo spessore letterario del testo e la padronanza che la Scrittrice ha del fenomeno letterario con i suoi topici e riconoscibili espedienti. Anche se la Ortese non esplicita i modelli della sua formazione, presentandosi come Scrittrice ingenua e naive, e in questo romanzo più che nelle altre opere potrebbe trarre in inganno il lettore, dimostra di saper mettere in atto le varie tecniche della poiesi, anche nei suoi ambigui accorgimenti di svelamento- occultamento. Costruendo un romanzo memoriale, si affida alla poiesi più arcana e profonda che va sotto il nome di Mnemosine, madre di tutte le Muse, a quel linguaggio della finzione artistica da sempre sotto il segno del ripiegamento interiore e della ricerca di sè, per portare alla luce le linee destinali in una prospettiva di eternità, come il palombaro nella efficace immagine di Proust e di Ungaretti. Proust deve ripercorrere la sua esperienza salottiera e liberarsene, per fare il suo salto di qualità e provare la gioia della creazione, Dante e la Ortese hanno il privilegio di conoscere fin dall'adolescenza la grazia della contemplazione in interiore homine attraverso il mistero dell'amore.

L'amore giunge come forza arcana e sublime, potente e profonda come un oceano, di cui non si può parlare con logica e senso, ma solo avvertirlo nell'incanto di un sogno. Nella Ortese la vicenda amorosa si ammanta di una simbologia religiosa e sacramentale, attraverso termini ed immagini che ne sono il manifesto, come l'immagine di Croce che appare e scompare, il colore cinereo del cielo di Toledo in una perenne Settimana Santa, l'attesa profetica di un'età successiva come ritorno salvifico, nel mondo stravolto e travagliato, dei Padri Biblici. Alla Croce si accompagna una serie oscura ed intermittente di parole in un gioco di paranomasie, Inri-Reyn, che suonano allusivamente come simboli di calvario e rigenerazione. L'amore innesta una connessione visionaria tra l'umano e il divino, si crea un'equazione tra la passione dell'amore tradito di Dio per l'uomo e la sofferenza di Lemano- Espartero che asssite al vanificarsi del suo anelito verso il sublime . Il colore nero della carrozza e dei cavalli di Espartero riporta al proliferare delle immagini luttuose nella narrativa della Ortese, tra tutte la ricorrente immagine del pozzo che inghiotte l'iguana e il baldacchino che trasporta la divina farfalla, morta per il bene del mondo. (L'Iguana, Adelphi, pag.146) .L'ultimo biglietto ricevuto da Damasa porta solo una sigla, quella sigla simbolica della divina passione che si è impadronita dell'umanità di Lemano trasfigurandola."La parola, quell'unica, dato che non vi era altro, oltre la firma, io la portai, poi, a lungo nella mente....l'alone di fuoco che circondava la parola del biglietto svanì, impallidì, ma la parola rimase, Ed era come un disco ora di sangue, ora verde, un'ostia ora fiammeggiante, ora lucente di onde, e adesso vi era scritto I.N.R.I., adesso R.E Y.N.." (pag.457) La fenomenologia dell'amore, come congiungimento del mare e della terra, funziona come metafora onnicomprensiva della figura reale del Lemano professore di scienze oceaniche e del suo travalicamento nella filosofia degli universali del mondo. Un attraversamento così profondo dell'amore si può ritrovare nella lirica di Hõlderlin, in quell'unione mistica tra l'aorgico e l'organico, che allude al bisogno del divino di delimitarsi e dell'umano di elevarsi, superando la sua effimerità. In uno dei resoconti Damasa giunge a padroneggiare l'amore che l'ha avvolta col suo sconcertante vortice con l'idea sacramentale di cibo ed oblazione reciproca: "..Tra le cose più arcane e inebrianti, forse la più desiderata è questo appropriamento l'uno dell'altro, il sostare dell'uno, il più forte, nell'altro che non può opporsi e là, dentro a lui, fonderlo, amarlo... altra cosa l'aprirsi ad ospitarne la bontà...in questa sosta, ospitandolo, avete la sua vita...." (pag, 335).

Il Porto di Toledo è soprattutto un romanzo introspettivo, i cui indicatori sono identificati nell'Avvertenza nelle forme convenzionali della memoria e del diario. L'uso della prima persona non è parametro di interpretazione autobiografica, perché si sa che la figura reale dell'autore resta implicita e trasfigurata nelle finzione narrativa. A tal proposito, non esiste differenza o gradualità di oggettivazione tra la prima e la terza persona, per cui il Marcel della Ricerca proustiana non coincide con la reale figura storica dell'Autore, e analogamente ciò accade per la narrativa della Ortese e per i suoi presunti alter ego, anche quando compaiono con lo stesso nome di Anna. La ricerca esistenziale, che corre nel profondo e, come per un bisticcio di parole, rende la finzione più vera della realtà o, come affermano alcuni Autori, doppiamente reale, è la caratteristica dei testi poetici: ad esempio, si può trovare analogia tra la visionarietà della Ortese e i furori di Vittorini, entrambi tesi a ripudiare con insofferenza i congegni della storia, per attingere, come in una quarta atemporale dimensione, i bisogni primi, naturali ed eterni della creatura.

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