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Il potere: conservazione e trasformazione della simbologia

Le mosche del capitale è un romanzo sul potere, le sue simbologie e le trasformazioni che adotta per adeguarsi o reagire ai problemi della storia, soprattutto ai fini della sua conservazione. Volponi sperimenta la vita in azienda, come intellettuale adibito ai rami del servizio sociale, in due aziende del Nord nell'area piemontese, che, tra Ottocento e Novecento è quella a più alto tasso di industrializzazione, e lascia in questo, ma anche in altri romanzi, traccia consistente delle problematiche aziendali vissute ed osservate. Anche nel Memoriale sceglie tale sfondo ed affronta la problematica dalla parte dell'operaio, che vive sulla sua pelle e sulla sua malattia i problemi della costrizione, della manipolazione, della solitudine fino, appunto, alla malattia, covata e sofferta senza protezione ma,anzi, nella asciutta incomunicabilità dell'ambiente circostante. Ma nelle Mosche del capitale la problematica emerge a tutto tondo e fa entrare il lettore nei vari rami dell'industria, sia quello dei dipendenti che in quello delle leve di comando nelle loro stratificazioni interne.

Certo il mondo descritto da Volponi non acquista mai una vera trasparenza, si pone dietro una cortina di dilemmi e misteri mai portati alla luce e celati da una continua retorica di discussione che promette e non conclude. Sembra che l'autore voglia addirittura verbalizzare gli interventi dirigenziali nel vivo dibattito dell'azienda, con quel profluvio verbale con cui esso si svolgeva nei convegni, con l'intento di mimarne la dialettica di sviluppo- non sviluppo. Si tratta ogni volta di un avvilupparsi di slogans ricorrenti tipici del linguaggio dell'industria che, ormai come in ogni ramo sociale, sta sviluppando, in modo sempre più superlativo, le tecniche di comunicazione, a cui non corrispondono le modalità di produttiva sperimentazione. Volponi riproduce, con una lingua densamente imitativa, la retorica della programmazione aziendale, volta a ricevere consenso con l'uso di una terminologia facente capo agli immancabili obiettivi di ammodernamento, ma soprattutto di benessere e miglioramento sociale. Non soltanto l'industria doveva superare la sua arretratezza nella società mondiale, ma doveva porsi i problemi della collettività nell'ambiente di vita e di lavoro. La città, ormai, ha il sopravvento sulla campagna e il lavoro industriale ha soppiantato quello agricolo ed artigianale; si può dire che l'industria, la sua ubicazione e le modalità lavorative stanno sempre più modificando la vita e l'ambiente, e quindi, in relazione al suo sviluppo, vede insorgere nuove problematiche sociali da affrontare.

Se questo dibattito interdisciplinare percorre le pagine del romanzo, Volponi sembra esporlo a parodia nel mentre le riproduce, facendoci assistere a tutte le forme di sviamento e di critico fallimento delle strategie. Si alternano pagine programmatiche, dense di termini costruttivi e propositivi, con cui i convegni presentano il loro splendore autoreferenziale, ed altre in cui mondo unano e naturale esibiscono il loro status di degrado, destinati alla sottomissione e all'annientamento. E' chiaro, allora, anche dal montaggio delle pagine e dallo straniamento che producono, l'obiettivo demistificante e parodico di Volponi e il suo insinuante interrogativo sui valori umani enunciati e negati. Nello stile vario e disorganico, nella mancanza di linearità cronologica e tematica, si intravvede l'alternarsi delle fasi di uno sviluppo che sembra avanzare e retrocedere, come una fatalità misteriosa difficile da tenere sotto controllo, quasi in un vero scacco della ragione. Certo sono gli uomini, capi e dirigenti, che muovono le pedine della storia dell'industria e delle sue connessioni con il mondo della politica e delle mode culturali, e i cosiddetti fallimenti, se visti dalla mente della società operaia, sono scacchi voluti dall'alto per finalità egoistiche produttive. Ma nelle pagine ci sembra di avere a che fare con un'entità misteriosa, il progresso tecnologico, misteriosa voluntas metafisica, che alla fine inghiotte tutti, anche gli appartenenti alle leve del potere. Volponi presenta la mitologia del potere, recuperandone emblema e terminologia, ma abbassandoli e dissacrandoli. Ancora ricorrono termini come “ principe, regno, palazzo, corte”, ma essi non conservano lo splendore alto e ieratico dei regni storici, vengono svuotati di senso, ridotti ad una semplice voce cui non corrisponde nessuna realtà. Volponi, con tale recupero verbale, vuole ammiccare e alludere al potere come si configurava nel mito e nella storia arcaica, in un tempo attuale in cui non esistono più né regni, né principi, né palazzi reali, né corone. Il nuovo potere è quello del capitale aziendale e le figure che ruotano intorno ad esso sono i manager variamente stratificati : presidente, amministratori delegati, capi ed assistenti preposti ai settori economici- lavorativi.

Che si voglia fare opera di parodia e banalizzazione è evidente, se si pone attenzione su alcuni oggetti assunti come nuovi feticci ed emblemi. Una vera scenografia comica investe la poltrona di donna Fulgenzia, la sovrana imprenditrice. La poltrona appare un surrogato del trono dell'antico sovrano, come questo ha un'esclusiva appartenenza, è riservato all'augusta figura, è intangibile da altri, può solo essere contemplato a distanza con un senso di solenne riconoscimento come per i luoghi della sfera del sacro e del divino. Ma la poltrona di Donna Fulgenzia si ammanta di apparente magnificenza e recupera solo esternamente il senso di emblema, non è un trono, è semplicemente un sedia comoda che sa aderire, con le sue morbide pieghe, alle volute di un corpo e della sua specifica parte. L'oggetto si carica non di splendore e bellezza, quanto di sensuale comodità, di cui sono capaci gli oggetti della laica società attuale. Quando una mattina un'inserviente addetta alle pulizie casualmente si rovescia su di essa, scoppia la tragicommedia: l'idolo della sovranità, profanato con la grave infrazione, si rivolta contro la volgare profanatrice, cerca di colpirla fino a sbalzarla via. Per l'operaia è un momento confuso e delicato: da una parte avverte la colpa della trasgressione, una colpa di intima moralità che le sorge dall'interno, perché il richiamo viene dall'oggetto stesso e dalla sua incarnata intangibile emblematicità; ma ella avverte anche una riposta emozione di sensualità come se, per un folgorante miracolo, fosse assunta e sollevata in un luogo celeste che non le appartiene. La commedia è ben realizzata nella sua capacità di attraversare il doppio senso, l'ambiguità di realtà opposte e speculari: la solennità intangibile di un trono e la sensualità vissuta come desiderio erotico e invidiosa ambizione verso la poltrona di un padrone cui si è sottomessi. Alla reggia subentra l'azienda, con i piani che corrispondono ai livelli di importanza, dal piano terra adibito al lavoro operaio, ai vani più alti ocupati dai ruoli dirigenziali. Tutta una ritualità governa la giornata dirigenziale, attraverso scansioni e diversificazioni. Più che apparato di magnificenza, nel plazzo aziendale si respira un senso tetro e labirintico, un oppressivo silenzio rotto solo dal fruscio delle macchine nella zona operaia, e un silenzio cimiteriale nei reparti alti, dove mancano anche punti di riferimento, come non luoghi connotati solo da stilizzati oggetti e dai quadranti delle porte. Anche qui i due linguaggi corrono in parallelo con i rispettivi universi, l'uno in absentia evocante la sfera mitica, l'altro con la presenza dell'incombente attualità.

Nel libro di Volponi, Le mosche del capitale, il contenuto si sviluppa senza linee logiche e cronologiche, frammentandosi in varie tematiche che, riordinate, possono così classificarsi: riferimenti al passato recuperato nei suoi tratti archetipici e la storia attuale nei suoi sviluppi, fino a preludere a futuri risvolti che si sono avverati in tutte le loro conseguenze. Quanto alle attinenze mitiche, un discorso a sé merita l'handicap di Donna Fulgenzia che potrebbe riecheggiare il mito di Edipo, l'antico sovrano di Tebe su cui alcuni filologi hanno fornito un'originale interpretazione, adeguata alla cultura democratica di Atene. Lei, con il suo handicap alla gamba, rappresenta, come l'eroe antico, il potere cui è consentito di muoversi arbitrariamente in ogni direzione, al di là delle norme della corretta deambulazione. Le forme storiche poi, si incrociano e si affinano fino all'avvento della tecnologia con conseguenze chiare ed attuali. Donna Fulgenzia e il nipote Astolfo presentano una gestione aperta ed umanamente sociale, si potrebbe dire umanistica, perché pongono al centro l'uomo e il suo benessere. Gli obiettivi culturali sociali ed umanitari dei due personaggi di Volponi corrispondono effettivamente all'assetto espansivo di alcune aziende del Nord Italia in un certo momento di slancio progressivo del secolo scorso. Questa esperienza viene vissuta da Volponi stesso e da altri intellettuali, che erano assunti, appunto, per realizzare la gestione di funzioni collaterali dell'azienda, come la cura dei rapporti con il personale, della biblioteca e dell'acculturazione operaia, dei convegni culturali e dei rapporti con il territorio. Di questa esperienza personale c'è ampia testimonianza nel libro, dove il tema dell'ammodernamento della vita aziendale, oltre la sua specificità produttiva- lavorativa, attraversa le pagine più propositive. Nei discorsi di Donna Fulgenzia ricorrono citazioni culturali che presuppongono rapporti diretti con mostre, pubblicazioni, artisti su cui vengono espressi giudizi.. Accanto alla sovrana prende posto Bruno Saraccini, alter ego dell'autore, ben apprezzato negli alti ranghi dell'azienda per la sua formazione umanistico- culturale, che gli permette di incarnare un ruolo trasversale e polivalente. Anche il nipote ed erede dal nome poeticamente cavalleresco, Astolfo, è figura di non facile codificazione, proprio per le sue aperture e la sua sensibilità di fondo tesa a valorizzare la natura che, per merito suo, fa capolino e diventa elemento pulsante di vita nelle fredde stanze del palazzo. Nella sua stanza di lavoro figurano dei cactus e un pappagallo, non come semplici strumenti ornamentali, ma carichi di linfa vitale, capaci di far sentire la loro voce e di ispirare i progetti del dirigente, volgendoli al buon senso e alla dimensione umana. Solo Astolfo apprezza questa convivenza con le creature della natura, le riporta nella sua stanza quando qualcuno accanto a lui vorrebbe accantonarli e riporli in qualche angolo buio, lontano dagli sguardi. Tra Astolfo e il pappagallo c'è una valida intesa, al dirigente l'uccello parla della bellezza dei boschi e di lontani paesaggi esotici, oltre che fornire consigli che, dettati dalla natura, non possono che parlare di valori positivi, di conservazione della vita, cioè di accordo natura-cultura come la sfida somma della modernità. La villa, con il suo giardino ben curato, si contrappone al palazzo con le sue incolori e fredde corsie. Alla gestione del mondo operaio vengono dedicate varie pagine, con proposte da vagliare e da affidare all'intellettuale Saraccini, che più volte viene menzionato per il suo ruolo trasversale di collante tra i piani alti dirigenziali e i bassifondi del lavoro. Al lavoro attuale, connotato da isolamento e degrado umano, viene contrapposto, nella mente di Bruno Saraccini, il passato, quando l'operaio poteva comunicare col vicino ed anche col capo -reparto che viveva tra i suoi operai, quando cioé la comunicazione non era stata soppiantata dalla macchina imperiosa e disumanizzante. All'atteggiamento espansivo dei due sovrani si oppone quello dei dirigenti e amministratori delegati, che appaiono le nuove leve e guide dell'impostazione attualizzante dell'impresa.

La contesa tra umanesimo e tecnologia, tra industria e gestione umana, tra benessere psico-fisico e una certa agiatezza economica permessa dallo sviluppo tecnologico, percorre le pagine di Volponi, e soprattutto di questo romanzo- saggio. Da una parte, come si è detto, il programma socio- culturale a valenza umanistica di Donna Fulgenzia, la sensibilità naturalistica di Astolfo che dal suo studio nell'ultimo piano non perde il suo sguardo sul mondo e sulle sue creature, dall'altro il comportamento di astrazione razionalistica del ceto dirigenziale. Questo dilemma si ripete nelle scene di animazione in cui la sensibilità poetica porta Volponi ad ascoltare le voci di tutti gli esseri reali, anche oggetti cui presta pensiero, animo e voce. Si può ricordare il dialogo tra la luna e il computer in cui la superba autopresentazione del PC vuole alludere alla vittoria della tecnologia come fase finale del processo. Il calcolatore, l'oggetto tecnologico per eccellenza, rivendica la sua centralità nel mondo, la sua superiorità sulla natura, sull'uomo, finanche sull'assetto cosmico- planetario impersonato dalla luna. Esso si accinge ad introdurre processi di automazione, sbarazzandosi dell'opera dell'uomo, che crede di essere ancora al centro, mentre si avvia ad essere solo un subordinato dalle abilità superate.

Delle future conseguenze terrestri ed umane, prodotte dallo sviluppo tecnologico, Volponi diventa profeta, nella sua narrativa le precorre e le fa vivere ai suoi personaggi. Animali e piante paventano il loro sterminio: i ficus hanno appena la voce per esprimere il loro lamento, declassati e coperti di polvere, segregati in angoli riposti e lontani dai luoghi di comando, o fulminati dalla forte luce dei neon; la stessa sorte riguarda il pappagallo, curato solo da Astolfo, mentre viene spostato di qua e di là dagli altri funzionari, visto come un oggetto insignificante da eliminare dalla vita dell'azienda. L'attenzione di Volponi, focalizzata sull'intellettuale Saraccini, si concentra sulla fascia operaia e sulla sua collocazione all'interno dell'azienda. Saraccini, mentre i dirigenti tengono consiglio nelle alte stanze del palazzo, vaga nel pianterreno e osserva attentamente le modalità lavorative, rimuginando tra sé come esse siano cambiate. Le sue riflessioni non sono diverse da quelle di Albino, l'operaio del Memoriale, che vive sulla sua pelle i mutamenti del lavoro fino alla malattia e al licenziamento forzato, come accade a Teofrasto nelle Mosche del capitale. Tutto un disagio fisico e psichico viene preconizzato dall'autore, in forma di male sociale che dai meandri insalubri della fabbrica si espande all'ambiente sociale circostante.

Due luoghi del libro sono soprattutto illuminanti per dimostrare il letale ed inesorabile impatto dell'uomo con le false architetture del progresso. Una famiglia non può vivere più nella quiete della sua tradizione, viene invasa da perversi ideali di successo, viene colpita nella sua parte più fragile, i figli, e viene annientata. Il figlio non completa gli studi pur avendo capacità intellettuali, cerca un avvenire assicurato e glorioso, perciò entra in una squadra di calcio; il suo comportamento muta, non mangia più come gli altri, sminuzza il cibo, lo accompagna con la ginnastica respiratoria, diventa sempre più sottile e stringe i punti della cinta. Fatiche e sacrifici, affrontati per coronare il sogno, lo portano alla morte. La figlia tenta di avvelenare la padrona, si dispera nel processo, ma subito dopo, sempre insoddisfatta, pensa come profittare del perdono e torna a tramare pensieri deliranti per fuggire via libera e ricca. Un 'altra vicenda riguarda la vita di due operai alle prese con i veleni della fabbrica: Albino, nel Memoriale è toccato nei polmoni, Canguro, nelle Mosche del capitale, nelle vie urinarie. Tecraso visita la fabbrica e nota i veleni delle vasche che indeboliscono le vesciche, poi va a trovare Canguro in ospedale per rendersi conto che la malattia dell'operaio non interessa a nessuno; la sua riflessione si esprime con queste parole:” Noi pensavamo di essere un popolo di formiche, in realtà la formica è una sola. Se si romperà o morirà, sarà sostituita da un'altra. Noi non abbiamo la sicurezza della formica...Noi siamo piuttosto uno stormo di passeri...sparati in gabbia a spiedini, fulminati sui cavi elettrici fra gli alberi...” Il dirigente è il vertice del mutamento, non si rende conto del male, preso com'è dalla foga della rivoluzione cui dovrebbe dare atto per ascriversi i meriti. Solo nella fase della malattia ritrova la corretta visione delle cose, riprendendo troppo tardi il contatto con un mondo naturale da cui è stato alienato. E' proprio il caso di Nasapeti, l'antiSaraccini del libro, che, solo in prossimità della morte, ritrova se stesso, se stesso uomo e bambino, accoglie con nostalgia gli uccellini che svolazzano nella sua camera di malato e di cui si era del tutto dimenticato. L'intellettuale, in tale condizione, è destinato a farsi coscienza e veggente, uomo non integrato, ma solitario, portato ad impersonare la parte sconfitta e apparentemente superata. Questa parte viene assegnata nel libro a Saraccini, che non acquista mai una funzione precipua nel processo aziendale, rimanendo sempre al di sopra con la sua coscienza critica e umanisticamente polivalente.

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