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Interno familiare in Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese
Analisi del racconto

In tutte le opere degli autori si possono individuare testi o parti da leggere come microcosmi del tutto, per la condensazione di temi ricorrenti nel corso dell'opera; sono testi pregnanti, che riflettono più di altri il sistema di pensiero e la politica dell'autore."Interno familiare" è un racconto, inserito nella raccolta Il mare non bagna Napoli, in cui si possono rintracciare vari archetipi e motivi della narrativa di Anna Maria Ortese. Il titolo stesso contiene due parole tematiche consone agli interessi della Autrice, spesso ripiegata sulla vita quotidiana della famiglia, colta nel suo ambiente naturale. L'ambiente interno e raccolto richiama il suo interesse più che i campi lunghi delle problematiche sociali e degli eventi storici: alcuni di questi racconti a sfondo familiare sono narrati in prima persona, tra ripiegamento autobiografico e filtro della scrittura, indicando il coinvolgimento verso tale scelta tematica. Con questa titolazione di Interno la Ortese presenta al lettore non solo le cupe e grigie abitazioni dei poveri di Napoli, ma anche strade e cortili che collegano i noti e degradati pianterreni, i "bassi", riunendo fatalisticamente intere masse umane, costrette a condividere le stesse condizioni di esistenza. I bassi, infatti, sono per così dire affossati su una strada o su uno stretto cortile che annulla ogni separazione, rendendo promiscua la vita, corale e univoca la comunicazione. Anche gli eventi, festosi o luttuosi, appartengono a tutti, sulla bocca di tutti rimbalzano le notizie che appartengono alla storia della loro strada, mentre non esiste altra diversa e più ampia storia. Il vivace dinamismo della vita del cortile raggiunge la sua migliore realizzazione descrittiva nel racconto "Il mare di Napoli" della raccolta "L'Infanta sepolta"; qui si sviluppa un vero teatro grottesco e tragicomico, che mette a nudo e rappresenta il dramma della vita nella sua essenza, a cui partecipano attori veri, gli uomini e le donne del quartiere. La vita esprime i suoi bisogni naturali, come il cibo e il sesso, l'aria e il sole, senza commenti e filosofie, imponendo in modo perentorio le sue leggi di amore e morte.

Su uno di questi cortili comunicanti si affacciano le finestre della casa di Anastasia Finizio, la protagonista del nostro racconto, come quelle di altre abitazioni unite alla sua nel male e nel bene, nella partecipazione ai preparativi per la festa del Natale e al dolore per la morte di Donna Amelia, eventi oggetto della giornata tipo contemplata. Nel vicolo si rincorrono coralmente voci di "Buon Natale, Auguri a voi e tutta la famiglia..", si spandono le melodie di "cchiù bello 'e te, 'o sole mio", si vede fervere il lavoro nelle cucine attraverso le finestre spalancate, si commenta così la morte di Donna Amelia "..Povera Donna Amelia...E' morta con la benedizione del Santo Padre.. Non è più di questo mondo..Dio l'abbia in gloria.." C'è una concentrazione di interesse anche sul nucleo familiare dei Finizio, colto nell'atteggiamento del particolare giorno festivo, tra la spensieratezza dei più giovani, Anna ed Eduardo, entrambi promessi sposi e perciò intenti a farsi belli in attesa dell'arrivo dei rispettivi innamorati, e la fatica disincantata delle due donne anziane, su cui pendono i servizi della casa. Tra le due tipologie umane così qualificate, si pone Anastasia, figura problematica e difficile da catalogare: con i suoi quarant'anni, non è più giovane da poter condividere bellezza e spensieratezza della sorella, non è anziana come la madre e la zia, affaticate e sconfitte dalla vita. Lei appare volubile e disorientata in conformità all'ambigua sua stagione della vita, non è neppure soddisfatta e sicura di se', nonostante il fruttuoso lavoro di gestione di un negozio. Su di lei si appunta lo sguardo dell'Autrice, che fa ruotare attorno alla sua figura tutto il gruppo. La situazione di questo interno familiare richiama da vicino quella del racconto "Un paio di occhiali", dove si ripresentano, con lievi variazioni, le presenze del nucleo con i fratelli più piccoli, la zia non maritata tenuta come per carità, ed Eugenia figura centrale che, se pur ancora bambina, osserva e vive in modo problematico la vita di tutto il vicolo.

In questa particolare ambientazione la Ortese avvia il suo percorso di approfondimento della vita, con uno sguardo obliquo e turbato, teso a cogliere il lato oscuro e cieco delle cose; non uno sguardo sociale, teso ad osservare dinamismi ed eventi, ma una passione o, come dice Lei stessa nella introduzione, una nevrosi dettata dallo spaesamento e dall'incomprensione delle ragioni della vita. La vita che l'Autrice osserva, infatti è quella vera ed autentica, quella imposta dalla natura e che nessuna dottrina o dialettica può aggirare e modificare. Come cogliere questo fenomeno della vita, che tanto ci riguarda, se non avvicinandosi a chi è più fedele a quella sorgente? I personaggi dei vicoli, come i popolani di Verga e Belli, sono meno inquinati dalle dottrine che si ricambiano e, anche quando hanno subito qualche forma di civilizzazione, conservano il carattere indefinito delle emozioni e un sentire profondo e radicato sulle cose essenziali della vita, messe a nudo e non coperte ed aggirate.. Nella famiglia Finizio la vita diventa l'area predominante, il problema su cui si misura lo stato d'animo di tutti; la vita è gioiosa e leggera per i più giovani, come Anna che viene descritta bella e fresca come una rosa, e per Eduardo che in maniera spassosa gode nel contemplare il presepe, sua opera d'arte, e nell'intingere furtivamente il dito nella torta; per i giovani la vita è festa ed amore, tanto che il Natale è la loro festa da trascorrere con la persona amata, senza alcun onere o dovere. Per mamma e zia la vita è fatica e sudore, responsabilità della casa e servizio, l'aspetto stesso le rivela come delle figure di umiliati ed offesi, le loro espressioni suonano come insoddisfazione e rivalsa. La madre appare esasperata, non tranquilla, come chi sa di aver finito di essere giovane e sente gravare su di sé le leggi della vita, tanto da trovare consolazione perfino dall'avvilimento degli altri; i pensieri diventano più cupi proprio durante le feste che" se le godono solo i giovani. In quanto a noi non c'è più niente che possa portarci consolazione. Servire, servire fino alla morte, ecco quanto ci rimane.." La povera zia, la Nana, è più rassegnata alla sua condizione, che è, poi, la più umiliata e mortificata dalla vita, in quanto serva in casa della sorella, e l'avvilimento si è perfino somatizzato in lei, "in un corpo di rana....corpo orrendo, la faccia cerea....strisciando sul pavimento.."Anastasia occupa nel percorso della vita la fase intermedia: da una parte si abbandona alle illusioni, miracolosamente ridestate dalla notizia del ritorno dell'antico innamorato, dall'altra ha una speculare coscienza di sé, del suo presente che volge le spalle alla giovinezza, dei problemi dell'età adulta che le impediscono di godere della festa. Lei si pone al centro del nucleo familiare con il suo soliloquio e il suo sguardo alla finestra, come uno specchio di riflessione sulla vita altrui e la propria. La vediamo in quasi tutto il racconto guardare attraverso i vetri, come Eugenia negli occhiali, entrambi strumenti- filtro atti a potenziare l'analitica ed introversa conoscenza del mondo. Anastasia è personaggio che si pone al di sopra degli altri, come del resto suona l'etimologia del nome, per la capacità di pensare e dialogare al suo interno, più e prima che con gli altri.Il soliloquio di Anastasia attraversa tutto il racconto, qua e là espresso con lo stile indiretto libero strettamente legato alle inflessioni del suo pensiero e ai calchi delle sue parole turbate dall'emozione, come quando si vede in casa del suo Antonio, come una vera donna serve un uomo, preferendo fare la serva in casa di lui e nient'altro; altre volte immagina i commenti dei vicini alla notizia che anche lei si sposa nonostante l'età" Abbiamo sentito che Anastasia si sposa...Lui è più giovane di lei, ma gli uomini hanno queste curiose passioni... è geloso non la lascia mai...lei è quasi vecchia, ma lui le vuole bene lo stesso..."

Si può dire che tutto il racconto si assimili al flusso interiore della protagonista, alter ego dell'Autrice che torna a dare la sua personale interpretazione del concetto di Realtà e di Realismo, come visione, ansia metafisica, vista febbrile ed anche allucinata, proprio perché proiettata sulla vita, quella vita che, come "meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte...era incomprensibile ed allucinante." Allude anche al grido di fronte al dolore delle cose così create, ma in genere lo stile della Ortese è rattenuto e pensoso, attento non al movimento delle cose quanto al segreto doloroso che esse celano; il suo sguardo penetrante, ma delicato, fa emergere la durezza del vivere anche prima che tale legge si manifesti: Anna ed Eduardo, nella loro spensieratezza giovanile, portano già, latenti e in sospensione, segni di malattia e un destino di morte precoce, l'una col languore di un sangue scarso di vita, l'altro con il suo petto incavato ed appiattito come un ragno essiccato. Queste leggi della condizione umana si rapprendono nel binomio Amore e Morte, ricorrenti nei due racconti già accennati e confrontati. Se in Interno familiare i due poli della vicenda umana vengono enucleati solo ad una sintesi astrattiva attraverso la panoramica della giornata e la percezione dello scorrere del tempo, in Mare di Napoli la teatralità della giornata sfocia in un notturno di personificazioni simboliche, in cui, come nelle rispondenze corali della tragedia, risuonano canti di amore e canti di morte.

Come altri narratori anche la Ortese, nonostante le istanze socio- politiche dell'avanguardia realistica attiva nel secondo Novecento, si interroga sulla possibilità di aderire alla realtà e di comprenderla, incontrando in tale ricerca i problemi misteriosi ed inestricabili della vita e dell'umanità. Anche per la Ortese le sovrastrutture culturali e le dottrine non possono offrire risposte, ma momemtanee consolazioni, false sicurezze e superbe pretese di domino dell'uomo; il suono festoso delle campane, le funzioni religiose, il tremolio delle candele, l'odore funebre dell'incenso hanno reso intontita ed insicura Anastasia; il presepe appare inerte ed insignificante nella sua grotta e conserva qualche vitalità nelle figure dei pastori assimilati a personaggi della vera quotidianità; i discorsi economici e i profitti del negozio, che dovrebbero riempire di orgoglio la protagonista, ponendola al di sopra dei fratelli meno abili, non soddisfano il bisogno interiore ed autentico di amore e comprensione. Anche in questo racconto natura e ragione si fronteggiano e la vita con le sue leggi fa crollare tutte le impalcature, imponendo all'anima il suo mistero.

Anastasia supera le lacerazioni del suo lungo soliloquio con una prova di maturità e di sacrificio per gli altri, disponendosi ad aiutare la madre con un deciso "vengo"; il suo atteggiamento è una specie di amor fati, non gioioso come quello dell'uomo nuovo nicciano che ha sconfitto credenze e timori, ma Kantianamente serio e pensoso di chi abbraccia moralmente la fatica del vivere; si può riconoscere nelle scelte di Anastasia una profonda sensibilità derivata dalla conoscenza del mistero doloroso della vita, che tanto più fa soffrire quanto più avvicina l'anima alla sofferenza altrui. Con espressione dell'Autrice stessa (Indifferenza di madre in Infanta sepolta), l'anima, proprio quando si ritrova in solitudine ed assenza di amore, diventa delicata e generosa ed è propensa a spandere amore intorno a sé, dedicandolo a tutte le creature, anche uccelli o foglie e fili d'erba. Anastasia è simile ad Elmina, personaggio del romanzo "Il cardillo addolorato" che, nell'accettazione del dolore come componente naturale, pensa di poterlo consolare attraverso la coesione con tutti gli altri esseri che abitano la terra, al di là di qualsiasi statuto o legge portatrice di selezione o separazione.

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