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La bolgia dei ladri nell'Inferno dantesco

Alla bolgia dei ladri Dante dedica due canti, uno spazio maggiore di quello accordato ad altre situazioni infernali, attinenti peccatori di rilievo e colpe ben più gravi per la sua sensibilità morale e religiosa. I personaggi di questa bolgia, infatti, hanno nomi poco noti se non addirittura incerti e discussi dalla critica interptretativa, e non hanno nulla da raccontare all'agens, non avendo inciso nella storia come altri, cui Dante dà udienza tramandandone la vicenda personale. Ad esempio, un solo canto contiene la simonia e i suoi illustri rappresentanti, i Papi che profanavano la purezza della Chiesa, con un comportamento altro da quello richiesto. Sembra che qui Dante trovi tanta materia da riempire due canti, e questa materia non è costituita da eventi storici e biografie degne di nota, secondo un modulo ricorrente nella Commedia, ma da una tipologia narrativa accreditata nei racconti mitici classici, la Metamorfosi.

Si può notare che Dante non è solo uomo religioso, teso al riscatto morale della società, ma poeta colto che usa dialogare con la vasta cultura a sua disposizione, adeguandola alle varie situazioni trattate, sia a livello tematico che formale e retorico. Talvolta è proprio la componente formale a sollecitare la sua ispirazione, offrendogli l'interesse di fondo su cui disporre l'intero contenuto referenziale. L'allegoria del matrimonio con una donna particolare, Madonna Povertà, nell'undicesimo canto del Paradiso, dà luce e slancio alla vicenda di San Francesco col suo stile di vita tutto spirituale, antitetico a quello praticato dalla Chiesa ufficiale; la tecnica del rovesciamento, usata per descrivere peccatore e pellegrino- confessore nella bolgia dei simoniaci, risulta strumento adeguato per far risaltare, anche visivamente attraverso l'icastica grottesca posizione, il grave problema della caduta morale della Chiesa..

Nei canti XXIV e XXV dell'Inferno, Dante trova nel modulo narrativo della metamorfosi un polo interessante di ispirazione, su cui intende mettere alla prova la sue abilità. Dannati e serpenti si scambiano reciprocamente forma, in un dinamismo continuo in cui il peccatore si abbassa alla condizione animale di serpente per poi tornare uomo, e tutto accade di botto come nel cosiddetto mal caduco o nella vicenda dell'araba Fenice. Alla metamorfosi Dante dedica anche il canto XIII dell'Inferno, descrivendo la selva dei suicidi trasformati in piante, e qua e là dissemina similitudini in cui i peccatori subiscono una pena che li abbrutisce ed imbestia, perdendo, a causa della loro caduta, la sublime figura umana donata loro da Dio. Pier delle Vigne, nel canto XIII, descrive brevemente a Dante le tappe della trasformazione dell'anima, ma qui, nei canti dei ladri, l'agens assiste direttamente allo spettacolo drammatico che si svolge davanti ai suoi occhi, con una varietà di scene che destano stupore ed orrore. Vanni Fucci, nel XXIV, è il primo ad esibirsi davanti al compatriota fiorentino, e subisce l'umiliazione dell'imbestiamento, opponendo l'unica reazione ammessa nell'inferno, la bestemmia. La figura mitica della Fenice, utilizzata nella similitudine, sembra alleggerire l'intensità dell'orrore, in quanto creatura spirituale che "erba né biado in sua vita non pasce, / ma sol d'incenso lagrime e d'amomo; / ma questa incursione mitica stende sul repentino evento di morte e rinascita dei dannati un velo di incomprensibile mistero, quasi Dante volesse dichiarare la sua incapacità a penetrare tale realtà soprannaturale, come farà di fronte all'ineffabilità paradisiaca. Nel XXV, in un crescendo di perizia compositiva, il modulo metamorfico raggiunge gli effetti più virtuosi e paradossali; vengono coinvolti vari peccatori in due tipologie di applicazione: da una parte si assiste alla simbiosi di uomo e serpente con la formazione di un essere mostruoso, dall'altra si assiste a due passaggi che avvengono in parallela ed antitetica simultaneità. I due eventi sono seguiti puntualmente nel loro dinamico svolgimento e con attenzione alle singole parti anatomiche asservite al triste rituale. Nessuna parte va persa, nessun membro è indenne dalla legge della trasformazione, che agisce secondo criteri di necessario meccanicismo come in una legge naturale; viene seguita in modo preciso e scientifico la logica della sistemazione della materia per adeguarsi all'uno e all'altro organismo, come nei vv.125- 129 ( "e di troppa materia ch'in là venne / uscir li orecchi de le gote scempie; / ciò che non corse in dietro e si ritenne / di quel soverchio, fè naso e la faccia/ e le labbra ingrossò quanto convenne/).

L'auctor compie un capolavoro d'arte, della cui riuscita va fiero davanti al lettore e ai Padri che l'hanno preceduto. Appare sicuro dei suoi mezzi artistici, dilatando perciò la descrizione in un vero saggio di bravura e compiutezza. Si dispone, come sempre, al dialogo con i vari esponenti della cultura che incontra nella sua creazione; tanto più ampia è la cultura, quanto più necessario si pone il confronto, che diventa occasione per rielaborare, rivedere, formulare una nuova visione in una logica di superamento. Dante, proprio in questi momenti di incontro e frizione culturale, accetta di mettersi in gioco, per dichiarare la sua personale poetica ed ideologia. "Taccia Lucano......Taccia..Ovidio": espressione con cui Dante non intende soltanto introdurre un certame poetico, ma un perfezionamento di prospettiva nei confronti delle imperfette verità del mondo pagano. Come, ad esempio, nel canto V dell'Inferno la letteratura amorosa viene citata per essere superata dalla visione religiosa dell'amore, così la visione fantasmagorica dell'universo ovidiano viene corretta dal superiore ordine etico, di cui il Poeta cristiano si fa portatore. Se nel poema classico viene richiamato, proprio nel trapasso, il destino di comunione cosmica in seno alla natura, nel poema cristiano la natura è differenziata in gradi e livelli, la cui l'armonia è la rispondenza alla volontà divina; in questa varietà di gradi l'uomo occupa il posto più alto, può aspirare ad elevarsi ancora per raggiungere l'eterno, e ogni abbassamento al livello animale non significa comunione con la natura, ma allontanamento da Dio. Dante, quindi, come San Francesco, contempla serenamente tutto il variegato mare dell'essere, in cui si riflette l'ordine della Provvidenza, ma pone l'uomo in una posizione critica, per la sua libertà di percorrere tutti i gradi della creazione, rischiando di perdere il suo obiettivo e privilegio di elevazione.

Non si deve inscrivere il certame dantesco in una logica di orgoglio poetico, con un richiamo a quella superbia riconosciuta all'artista come connaturata inclinazione e subito punita nella digressione filosofica di Oderisi, (XI Purgatorio), ma in un'idea dell'arte come interpretazione e mediazione dell'opera divina; l'arte perfetta è quella prodotta da Dio e il Poeta è solo chiamato a tradurla negli strumenti umani per il bene della società, riconoscendosi umile mediatore, sempre impari ed inadeguato di fronte a quella suprema perfezione. Così risuonano le ricorrenti dichiarazioni nella terza cantica, le lodi agli splendidi altorilievi della parete della cornice dei superbi del Purgatorio (canto X), così il riconoscimento della potenza divina "che cotai colpi per vendetta croscia" ( Inferno XXIV). Quindi, anche nella bolgia dei ladri, Dante, tra stupore ed orrore per tanta straordinaria realtà, non fa che riconoscere la sapienza divina nel creare tali mirabilia di giusta punizione.

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