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La cefalea come naufragio nell'infinito nel Tristano muore di Tabucchi

Tristano, l'eroe dell'omonimo romanzo di Tabucchi, si racconta sdoppiandosi nella prima e terza persona, tracciando, allo stesso tempo, un diario al presente della sua malattia e una memoria frammentaria, critica e problematica del suo passato di eroe. Nell'opera scorrono, in modo vario e composito, conformemente alla inquieta sintomatologia psico-somatica, i vari stati d'animo di un uomo violentato e destabilizzato dalla malattia terminale, ridotto ad una coscienza abissale da sottosuolo. Le condizioni della sua esistenza risultano abnormi e scisse dalla normalità, motivo per cui si acuisce la scissione tra dimensione storica e personale interiore, tra le reazioni fisiche e quelle inconsce, entrambe estremizzate fino a raggiungere tratti di sublime tensione. A ciò contribuiscono gli accessi del dolore e le cure a base di morfina che alterano le condizioni di normalità, trasferendo il personaggio verso un limite che è altro dalla vita, o meglio momento paradossale, inusuale ed ineffabile in cui la vita vede rilassarsi i suoi parametri per approdare all'oltre.

Il momento culminante di tale esperienza abnorme di Tristano si identifica con la cefalea, concentrazione di tutta la vitalità anche inconscia di un uomo, una "conlatio" che attiva tutte le potenzialità contemporaneamente, come mai può avvenire nell'esistenza normale, permettendo all'eroe un approdo all'infinito, una specie di incontro vita- morte, io- mondo. Si tratta di un'esperienza che può essere denominata con la voce poeticamente ricorrente di naufragio. L'evento si pone nel mezzo del romanzo, in una posizione chiave, di raccordo di eventi precedenti e successivi, in climax rispetto agli altri stati di coscienza e come scioglimento pacificante. L'importanza dell'evento si incontra con la sapienza narrativa di una voce che nel romanzo procede senza intermediari, aderendo incondizionatamente all'avventura abissale di un'anima. Lo svolgimento stesso del fenomeno, con il suo ricco corteo di sintomi, rende la cefalea qualcosa di diverso da una malattia, da analizzare e curare con supporti della cultura medica, una vera dimensione sublime, un percorso conoscitivo nel profondo. Si può paragonare ad uno di quegli stati abnormi, naturali o ricercati artificialmente, in cui poeti e mistici hanno cercato di attraversare i vari gradi interni, per conseguire forme profonde e superiori di conoscenza.. Una tale esperienza i mistici medievali e i poeti romantici hanno posto al centro delle loro conquiste interiori, denominando in vario modo il particolare viaggio della mente con le sue ineffabili conquiste, non rapportabili all'universo comune di pensiero, e perciò indescrivibili.

Si tratta di un metaforico naufragio tra le onde di una marea che non appare come impeto e furia di mare tempestoso, ma qualcosa di simile ad un vortice capace di esercitare attrattiva e fascino; questo viaggio, destinato non al raggiungimento di prode sicure, ma ad un graduale fatalistico naufragio, non è nel suo insieme conturbante, perché dopo il primo umano turbamento, offre prospettive impensate di assoluto godimento. Alla misteriosa oltranza permessa da alcune esperienze elette, come la cefalea per Tristano, non si può opporre resistenza, ma si cede come allo svolgimento di un mistero che esige piena e venerabile adesione.. Tristano può così aggiungere al suo passato epico di eroe militare la sublime esperienza degli eroi romantici, attratti dal mistero e dall'infinito.

Viene in mente il naufragio dell'eroe dantesco nella sua duplice versione: Dante infatti, da uomo medievale, riconosce due traiettorie nel percorso oltre il limite, l'uno legittimato e celeste, l'altro negativo e folle, l'uno teso verso l'alto cioé la sede divina, l'altro verso l'abisso o luogo della dannazione. In tale visione solo il naufragio nella luce divina ha per il Poeta caratteri salvifici e pacificanti di godimento. Viene in mente il dolce naufragio leopardiano nel mare dell'infinito, che giunge come momento di grazia dopo le tensioni dell'esistenza in balia del dolore e della noia, come cedimento del pensiero dopo i timori dell'inusuale immensità; queste rotte infatti richiedono un'inversione della mente, disposta ad abbandonare l'apparente sicurezza delle cose consuete per varcare il limite conturbante, per affidarsi alla pienezza sempre più gratificante del dolce mistero. L'anima del poeta appare vigile nel riscontrare sui suoi stessi sensi i segni dell'avventura "altra," ma solo nel dissolversi delle resistenze, può finalmente percepire in un corpo come adagiato e docile l'approdo ad un'altra dimensione e goderne pienamente. Questo approdo dà l'idea della morte o, comunque di un'uscita dalla consueta dimensione della vita, forse quello stato limite di congiungimento vita- morte, che la creatura può ancora percepire e sentirlo pacifico e rasserenante, perché fuori ormai dalle tensioni acute dell'esperienza vitale. Leopardi, del resto, nel dialogo di Federico Ruysch e le sue mummie descrive in modo persuasivo l'esperienza della morte come momento sereno,perché in esso tutte le tensioni si rilassano e perdono forza, man mano che viene meno la vita autrice di tali tensioni.

E' interessante assistere al percorso di Tristano e valorizzare l'atto comunicativo con cui il personaggio segue, in modo autoreferenziale, emozioni e passaggi dell'attraversamento con una pregnanza romantico- decadente degna di Novalis o Rimbaud. Tristano entra nello stato della cefalea e, mentre vi si tuffa, ne elenca i sintomi, tutte sensazioni note giacché la sua cefalea ha una storia e un inizio determinato, una data, un dieci di Agosto, e una ripetizione nel tempo. Le sensazioni si dispongono in successione, prima uditive con riferimento ad uno strano suono come di un campanello lontano, poi visive con azione deformante sugli oggetti, finché, con un crescendo psicosomatico, convergono in un'esperienza sensitiva oltreumana ed ineffabile; la terminologia usata presuppone la novità dell'avventura, definita come viaggio abissale, malefico. Tutto si svolge in una distesa di miasmi e nuvole, una distesa che si propaga in ogni direzione, suggerendo l'idea del niente e del tutto. L'abisso è anche marea ondeggiante, ai cui flutti è bene abbandonarsi, diventando un granello dentro il grande polmone dell'universo. (Tristano muore, Feltrinelli, pp. 85-86) Più avanti Tristano torna ad elencare i sintomi della cefalea aiutato dal dottor Spiegler che, contemporaneamente, ascolta, interroga ed illustra sulla base di conoscenze fisiologiche e psicologiche. Questa volta la sintomatologia è arricchita ed impreziosita da chi ha studiato il fenomeno e può citare esperienze di personaggi famosi, che hanno fatto degli attacchi del male descrizioni utili a suffragare quelle di Tristano un po' esitanti ed insicure. Mentre il malato allude e suggerisce, cercando difficili analogie, rifugiandosi in numerosi "come se", il dottore dà voce ad una materia tanto problematica ed indefinita, e soprattutto onora Tristano, che può vivere un'esperienza così sublime, alla pari di mistici e poeti. Le parole del dottore accompagnano come un controcanto l'affannosa comunicazione del paziente, completandola ed esaltandola. La cefalea diventa una malattia sublime che annulla le categorie spaziotemporali in uno stato di estasi mistica. Il dato temporale del dieci Agosto sembra confermare il carattere esaltante di una condizione definita "aura", proiettandola in una cornice astrale di bagliori e splendori. La vita di Tristano sconfina nella favola, in una surreale fantasmagoria di stelle cadenti che, toccando il suo corpo, hanno tracciato il suo destino ( pp.116- 120. passim).Le emozioni allucinate della cefalea risultano quindi rivelatorie e proiettano la vita dell'eroe in dimensioni abissali e paradisiache. Le stesse memorie sopite e rimosse, che si ridestano e scorrono davanti agli occhi come in un film, indicano una proustiana eternità ed una simultaneità infinita, concesse dallo stato di grazia che ha interrotto l'insignificante quotidianità.

La malattia, il distacco dal flusso dell'attualità, la posizione supina riportano l'uomo al contatto con le forze autentiche e prime della vita, come un'immersione nella culla o urna della terra. La stessa posizione è pregna di significato: mentre la posizione eretta predispone all'attività e alla proiezione nella fattività del futuro, quella adagiata indica cedimento e ripiegamento, una sfera temporale di indefinito presente- passato, un magma sensoriale denso ed esteso, in cui a percepire non è solo la mente, ma tutto il corpo divenuto oggetto- soggetto del mistero che lo avvolge. Questa esperienza magmatica e notturna si ritrova nelle pagine del Notturno di D'Annunzio e nella Morte di Virgilio di H. Broch. A noi lettori è concesso assistere, nei numerosi cartigli dannunziani e nelle centinaia di pagine del narratore austriaco, alla vicenda esistenziale di sconfinamento di due personaggi, colti nel momento sublime in cui la vita giunge alle sue più ineffabili manifestazioni, facendosi tutt'uno con la morte e l'universo. La dilatazione poetica, nell'opera di Broch, rende ancora più manifesta la ricchezza della vita colta nelle sue interessanti inedite penombre, riuscendo ad allacciare in un punto memorie lontane e separate, come l'amore per la terra natia e quello per la sua donna. Ma anche l'avventura di Tristano non è da meno nel suggerire l'esaltante legame con l'universo che una creatura può percepire in uno stato di sofferenza ed insieme di grazia.

Marea e naufragio nel mondo antico erano termini negativi ad indicare le prove attraversate dagli eroi, prove a cui si poteva scampare con difficoltà; Enea affronta sia l'impetro della marea, sia il naufragio in Africa, scampando ad opera degli dei che tessono il suo destino glorioso nel Lazio; Ulisse fa delle sue peripezie e dei naufragi momenti di conoscenza di sé e del mondo, finché per la pietà divina può tornare alla sua terra; altri eroi scontano in mare la colpa della guerra troiana, trovando la morte nel naufragio. Negli autori latini i due termini entrano come elementi forti della loro filosofia esistenziale: essi sono metafora dell'inquietudine, della strenua inerzia, dell'abisso inferico da controllare con l'equilibrio della ragione. Quando la ragione moderatrice si rilassa e si ammala, subentrano i mostri del dissolvimento a distruggere umanità e civiltà. La sensibilità moderna si è slanciata verso queste zone abissali dell'anima, incontrando nel cedimento della ragione aspetti cosmici ed infiniti, forme di approfondimento e prolungamento della conoscenza.

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