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La Core nella fantasia mitica della Ortese

Non è difficile riconoscere, in una Scrittrice attenta alla natura e ai problemi primi autentici dell'uomo come la Ortese, la presenza di miti fondanti, anzi di una vera struttura mitica su cui poggiano la sua filosofia e psicologia. Soprattutto alcune vicende narrative si rapprendono in figure di un soffuso alone mitico, tali da funzionare come archetipi originari con i loro significati profondi ed universalistici. La Scrittrice può aver attinto direttamente ad una sua formazione classica, o ai numerosi filoni culturali letterari e filosofici che al misticismo poetico originario si rifanno. Il percorso conoscitivo e paideutico nel grande alveo naturale è apparso sempre all'intellettuale come ricerca primaria, avulsa dai condizionamenti di una ragione strumentale e socialmente determinata. A partire dal Rinascimento si sente come il recupero del mito permetta di riappropriarsi di un'enciclopedia cosmica e naturale, fatta di "figure" che non sono speculum di un superiore ambito metafisico, ma direttamente facenti capo al ritmo vitale della natura. La struttura della vita cosmica, cui anche Anna Maria Ortese guarda, è la metamorfosi, complessa e ciclica fenomenologia capace di rispondere agli interrogativi, alle illusioni e alle speranze umane, oltre che destare emozioni e promuovere una coscienza di solidarietà tra tutti gli aspetti del creato.

Nella scrittura della Ortese il mito ora si comunica all'intera struttura portante della narrazione, ora si rapprende in plastiche concrezioni, alla pari delle immagini artistiche e poetiche. E' il caso della Core, la fanciulla, che unita alla madre richiama il famoso binomio mitico alla base della religiosità ancestrale mediterranea. La vicenda delle due figure divine, Demetra e la figlia Persefone, descritta nelle Metamorfosi di Ovidio, è punto di riferimento per la religiosità del mondo antico, ma seguita a proiettarsi nelle coscienze per i suoi paradigmi misterici esistenziali. Anche Leopardi e Rilke sono sensibili all'occulta poesia che emana dal ritmo vitale della Core, e i due poeti sono certamente presenti alla formazione della Nostra Scrittrice. Nella narrazione ortesiana a volte la fanciulla si abbina alla madre, come a ricostituire l'arcaica complementarità delle due figure, a volte è la figura singola a proiettare una carica di emozioni, tipica del suo status di sognante fragilità. Ferrandina ed Elmina accompagnano rispettivamente Floridia ed Alessandrina, con una presenza severa di mater dolorosa molto affine alla Demetra cosmica, portatrice del mistero del mondo. Ma soprattutto è la fanciulla a stagliarsi in primo piano con maggiore densità poetica di immagine e significato: si tratta di una creatura che avanza nella vita alonata dal suo sogno giovanile di amore e felicità, accarezzata da una natura bella e radiosa, aperta al godimento delle cose terrestri che le si rivelano eterne, mentre le sfuggono precipitandola nell'abisso. Non si esclude che nella mente del poeta si annidi il riferimento al mito nel suo complesso e a quella continuità cosmica rigenerante, come soluzione al problema del dolore e della morte. Alessandrina nel Cardillo addolorato, Floridia nel Mistero doloroso e perfino l'iguana nella figura della giovinetta Estrellita sono delle fanciulle che irradiano la luce intensa e gracile della Core mitica, come le fanciulle leopardiane sciolte in una splendida primavera e insidiate dalla morte, come le Madchen rilkiane, ritratte nel loro sogno d'amore e bellezza e poi chiamate nel regno delle lamentazioni e della morte. Emozione e nostalgia, ritmo delicato e danzante della loro apparizione, piacere delle cose belle prossime a sfiorire si imprimono in queste figure e rimbalzano dalla narrazione di base fornita da Ovidio, destinata ad eternare l'emblema della giovinezza in una cornice fiorita, ma anche e contemporaneamente il suo doloroso sfiorire.

Per non parlare della Matelda dantesca, fanciulla pura ed innocente dell'Eden, soffusa di teologici riferimenti, le altre citate si caricano delle emozioni e riflessioni di una religiosità umana e terrestre, pongono interrogativi sul destino umano e sul ritmo della vita- morte, visibile- invisibile, da comprendere e abbracciare nella sua infinitezza. Le creature della Ortese, accomunate dalla loro vicenda dolorosa, richiamano lo sprofondamento della Core ovidiana nell'Ade e quello delle fanciulle rilkiane, molte volte additate dal poeta come le versunkene, le sprofondate appunto, ad indicare una corrente di ispirazione poetica incentrata sul mistero della vita, per cui i misteri eleusini costituiscono l'arcano profondo incipit.

"Florì sembrava più grande dei suoi dodici anni, sembrava più alta, e di un'altra condizione, quasi una regina. Indossava un abito di pallidissimo rosa Sui capelli aveva una coroncina di rosmarino. Al petto, un fazzoletto rosso faceva risaltare la sua ineffabile bianchezza ...Si era sciolti capelli, che aveva legato in fondo con un nastro anche rosso. Era dunque tutta rosa,verde di rosmarino e rossa di fazzoletti, e parve a Cirillo un essere oscuro e sovrumano.." (Mistero doloroso, p.70). " E una volta una luce ovale, che pareva vagare qua e là sopra il tetto e tutto intorno, proprio a modo di una palummella........una luce così si posò sulla torrette grigia della Casarella, e illuminò una figurina, certo una bimba mentre correva, inseguendo un cerchio di luce rosa- viola sul tetto... ..la piccina, come sollevata in aria dal cerchio- quasi, finora, non avese fatto che prove di volo, si alzò un attimo al di sopra e al di fuori di una grondaia, non avendo sotto i piedi un bel nulla... ("Il cardillo, p.238) Sono descrizioni di due fanciulle colte nei tratti caratteristici di luce, colore ed evanescenza, cui l'iguana Estrellita aggiunge il tipico corredo femminile di merletti, scarpine e specchio.

Queste immagini riaccendono la nostalgia per il mito e quindi per il mistero, acuito dall'imbarbarimento della società moderna decaduta nella mera fisicità e nella logica del parvente. La società antica era propensa a contemplare il tema del destino e lo dipanava in veri percorsi filosofici e religiosi scanditi da tappe di iniziazione, sia a livello rituale collettivo che ascetico individuale. Si spostava con naturale semplicità dal mondo sensibile a quello spirituale, da cui traeva una ulteriore e più motivata ragione di vita. L'uomo della modernità, non più preparato per tale itinerario, si è appiattito sulla quotidianità materiale, fino a perdere il bisogno di mistero. Il titolo Mistero doloroso, scelto dalla Ortese per il suo lungo racconto, suona allora come proposta e richiamo atto a ripristinare l'uomo intero nella sua realtà creaturale e cosmica. Il problema del destino umano caduco e transeunte si complica nel deterioramento della vita attuale, resa fragile non per la legge dell'universo divenire, ma anche per la devianza dell'uomo non più sensibile nel difendere e motivare la vita, capace di reciderla dalle fondamenta. Accanto a questo problema di ordine etico- sociale, resta comunque incisiva e pregnante le simbologia della Core-primavera-giovinezza, segno fulgido antitetico alla caducità e alla morte. Leopardi, nell'alternare idillio e verità, sembra voler ragionare ed apostrofare con protesta la natura che illude e poi dà la morte; anche rilke contrappone paesaggi luminosi e stellati e tutto il corredo delle belle cose della giovinezza alla legge del divenire che ne determina la sparizione; nella narrativa di Anna Maria Ortese le due realtà si dipanano e si richiamano a distanza, conservando l'efficacia del simbolo poetico.

Il mistero doloroso, identificato con la vita stessa, si risolve nella conquista matura di uno spazio interiore, che è immensità infinita e cosmica religiosità, corrispondente al ritmo della vita universale. A questa conquista si giunge con un faticoso apprendimento, insieme esperienza e meditazione. Rilke sentì aprirsi tale Weltinnerraum dopo l'esperienza traumatica della morte di Vera, una giovinetta figlia di amici, elaborata da lui proprio con il ricorso ai miti misterici, che lo proiettavano alla pienezza sempre rigenerantesi della vita; nei Sonetti ad Orfeo il dolore per la giovinezza sfuggente riesce a fare tutt'uno con quella della giovinezza danzante, come due facce complementari della vita nel suo insieme. Anche in Leopardi le immagini femminili, insidiate dalla morte, continuano a proiettare il fascino del maggio odoroso, fondendosi con esso in una continuità inscindibile. Anche nella Ortese visibile ed invisibile si associano nell'armonia cosmica, la vita torna ad accogliere l'altra parte di sé che la completa; gioia e dolore si apparentano nella visione della terra, cui la Ortese assegna la preziosa dote della celestialità.
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