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La letteratura come espressione di rancore e di approccio risentito verso la realtà nell'opera di Antonio Tabucchi

Il racconto "Il rancore e le nuvole" della raccolta "Piccoli equivoci"presenta una parabola di vita e insieme la storia di una vocazione letteraria. Nell'attraversamento di varie fasi, come adattamento alle condizioni sociali del dopoguerra, si pone al centro il lavoro impiegatizio che offre ai due personaggi del racconto le possibilità di sopravvivenza. La prassi quotidiana ed abitudinaria tra lavoro e casa, senza voli e senza speranze ideali, acquista un tono di squallore fino all'indolenza e alla passività. Ma se la protagonista femminile resta avvolta nell'apatica e stanca condizione, accettando la dura necessità, il protagonista maschile cova in sè aspirazioni di uscita e cambiamento e le affida ad un curricolo di studi che lo porterà alla laurea e poi al dottorato. Egli è disposto perfino ad abbandonare la famiglia, di cui avverte i condizionamenti, per realizzare il suo programma di riscatto. All'interno della sua esperienza universitaria emerge ad un certo punto la sua vocazione, per cui il percorso di studio si trasforma in percorso di formazione personale , che, nel suo caso, significa la scelta dell'identità del letterato. Prendere coscienza della sua vocazione significa per lui capire il suo posto nel mondo, costruirsi una struttura alla cui realizzazione far convergere strumenti ed esperienze possibili. Si tratta di identità e struttura originale e personale che si fa strada , con tenace incisività, nell'indifferenziato ed obsoleto bacino dell'istituzione letteraria. Ad orientarlo nelle scelte non sono i professori della casta universitaria, deputati alla trasmissione della cultura, ma alcuni poeti ed intellettuali europei, scelti senza pregiudizi spaziotemporali, tra cui Bachtin e Machado, che hanno attribuito alla letteratura fini di conoscenza esistenziale più che di cortigiano e dotto intrattenimento. Vocazione, quindi, vale come poetica, concezione della letteratura attraverso la matura autocoscienza del letterato. Le tappe della formazione si susseguono rapide ed incisive, come è tipico dello stile fattivo e senecano di Tabucchi.

Con "Nuvole" viene intesa la letteratura accademica cortigiana, improntata ad intrattenimento colto , autoreferenziale e compiaciuta dei propri orpelli, con "Rancore" si intende il comportamento di problematica ricerca, che non si acquieta nell'assaporamento estetico e nell'evasività astratta dai contesti reali, ma si immerge nella dinamica della vita, ne coglie contraddizioni e paradossi, svolge operazioni di smontaggio delle costruzioni inautentiche. Nel racconto il rancore si volge sia contro il poeta cortigiano del Cinquecento, che si fa forte della padronanza degli stilemi del genere lirico encomiastico, sia contro l'acquiescente giudizio dell'accademico del convegno. La visione risentita del letterato contemporaneo emerge serratamente in due riprese della conclusione del racconto: prima a confronto con il commento dell'accademico domenicano sul testo del Cinquecento, poi nell'interpretazione di una terzina di un poeta del Novecento. Viene smontata tutta la poetica classicistica - platoneggiante ancora vigente nelle voci idealistiche tardoromantiche di cui vengono riportati i postulati salienti: autonomia del testo poetico che prescinde dalla biografia del poeta, platonismo ed idealismo, visione di un empireo nel quale vagherebbero i concetti poetici per scendere poi come parole nel recipiente vile del poeta. Ritroviamo la visione sognante ed inconsapevole della mania poetica espressa nello Ione platonico , in cui il misero mortale è toccato da messaggi divini di cui non è responsabile , come un vaso offerto alla potente voce del dio. La poesia, quindi , scende dall'alto di un mondo di incontaminata beatitudine e si limita ad offrire riparo ed evasione dalla realtà, con le immancabili conseguenze sul piano dell'esistenza, negata e svilita dall'iperuranio dell'arte. Allo spazio metafisico e puro del letterato platonico si oppone lo spazio della vita, attraversato con le antenne della percezione vigili ed attive. La terzina del poeta contemporaneo contiene la domanda ed implicitamente lascia emergere la risposta che urge .

"Di cosa si formano le nostre poesie? Dove?

Quale sogno avvelenato risponde loro,

se il poeta è un risentito, e il resto è nuvole?"

Risentimento è la risposta ai veleni della vita , l'atteggiamento di chi non elude la realtà sollevandosi in una sfera superiore, ma si inoltra nel grande libro dei destini umani con inesausta responsabilità di decifrazione, pur sentendo di rimanere sempre in ritardo.

Il termine rancore può ben riassumere l'espressione letteraria di Tabucchi, la sua visione inquieta della realtà, complessa e riluttante ad essere ingabbiata entro generi e schemi, vera sfida per una letteratura che si prefigge impegno e discesa nelle dinamiche della vita. La realtà si offre alla decifrazione , mantenendo però il suo mistero e richiedendo perciò approcci non solo culturali, ma profondi e spirituali.; essa si rivolge non all'intelletto, ma ad una zona più estesa dell'io, all'anima intera. In questa concezione sofferta ed esistenziale del fare letterario, entra in crisi la narrativa tradizionale con le sue ordinate sequenze, e l'opera di Tabucchi è tutta una messa in crisi della possibilità di un ordine narrativo, come presupposizione di padronanza conoscitiva dei fatti; rancore è sofferenza, ricerca inesausta, coscienza della distanza tra le parvenze storiche e le renitenti zone notturne che richiedono un affinamento dei linguaggi e dei sensi di penetrazione.

Rancore è una presa di posizione critica nei confronti di una letteratura invariata e mummificata nei suoi canoni fissati dalla tradizione, ma anche della forma letteraria evasiva, costruita sugli artifici della fantasia , di cui è pervasa la comunicazione della cultura di massa. Il fatto che Tabucchi si orienti verso una narrativa di breve respiro, costituita da racconti e romanzi brevi, scanditi al loro interno da brevi capitoli irrelati come frammenti, indica lo scardinamento del continuum narrativo del grande romanzo e del rapporto di armonica rispondenza tra scrittura e lettura, cioé del tradizionale patto narrativo col lettore, predisposto a gustare tappe ed intrecci di un universo narrativo attraente e di facile assimilazione. Le brevi dimensioni e il carattere interrotto , secondo una logica combinatoria accessoria e casuale, indicano una presa d'atto del dissolvimento di un abusato e insufficiente tipo di comunicazione.

La stessa presa d'atto risulta nella narrativa di Calvino, il cui testo"Se una notte d'inverno un viaggiatore" denuncia al suo interno l'impossibilità del romanzo nel suo farsi. Calvino pone in rassegna 10 tipologie di romanzo e le annulla nei loro meccanismi interni, secondo un processo socratico di superamento e falsificazione tra le opzioni di volta in volta in campo. Il testo narrativo, sottoposto a questo metodo, si interrompe intralciato da sempre nuove comparse, indicando, di riflesso, l'universo frantumato della storia e del tempo. Il frammento narrativo è l'unica opportunità che si pone alla rapida percezione fino ad identificarsi con interferenze casuali e simultanee, momenti in cui l'ispirazione, per ragioni indefinite, intercetta la vita cosmica. Tale carattere puntinistico contrassegna la testualità tabucchiana, in cui prevale la logica del frammento fino al vero e proprio punto, particella in sospensione, una frase , un motto, una citazione, , che sembra rapprendere il senso dell'intero organismo.Ogni costruzione romanzesca non è altro allora che invenzione e menzogna. Anche il romanzo di Pirandello si pone in questa tendenza alla frammentarietà, se si pensa che in Uno, nessuno, centomila la parvenza di un intreccio romanzesco tende a scomporsi in tanti e capillari capitoli, quasi segmenti e relitti dell'erosione logico- cronologica.

Il disagio del narratore, la sua sofferenza e il suo rancore, che scombinano la serenità dell'atto narrativo, nascono come problematica esistenziale in seno alla vita e alla sua lacerante inafferrabilità. Il disagio a vivere dissolve la struttura del racconto, cioé il sereno raccoglimento su una finzione sentita come simulacro della vita . La presa di coscienza della frattura tra vita e finzione letteraria blocca l'entusiasmo dell'ispirazione, per convogliare l'impegno nella tensione conoscitiva entro gli strati complessi di una realtà che si nega. Questa tensione conoscitiva come sfida all'oscurità impronta variamente la narrativa contemporanea; il narratore contemporaneo non può più farsi costruttore di una storia , definendone le varie parti come articolazioni adeguate dell'organismo, compiacendosi per di più delle sue capacità, sicuro di agire in coerenza con un contesto reale e in rapporto con un suo pubblico. La realtà che si offre, si nega alla comprensione, come un organismo stratificato e labirintico che sempre rinvia, imperniato di simboli sfuggenti, segmentato e parcellizzato, non promette soluzioni, ma procede per salti e sentieri interrotti. La realtà pone all'osservatore una netta dicotomia: o la chiacchiera spersonalizzata con l'invenzione dei virtuali simulacri della tecnica, o l'attesa metafisica di un "oltre", verità baluginante nelle visioni dell'anima, epifania che interompe la superficiale ridondante quotidianità. Il narratore sente l'impegno di penetrare in questa coltre di apparenze, per selezionare un messaggio di verità, nel rischio di sempre fallire, o perché sommersa dall'esplosione della parola convenzionale che intasa l'aria, o perché nascosta entro una mezza luce notturna , non ponendosi più come il modello platonicamente riconoscibile da imitare.

Questo spiega la nuova identità del narratore contemporaneo, che si pone con violenza verso la realtà, come risposta all'ostilità della realtà stessa. Gadda e Pirandello , con metodi diversi, sperimentano tale atteggiamneto bellicista , l'uno frantumando la realtà, dissolvendola nelle numerose forme in cui si offre, l'altro aggirandola nel vortice della sua inesauribile creatività verbale. Non c'è sicurezza e calma nell'universo letterario, ma tensione nella difficile decifrazione della simbologia destinale.

Tutta questa densa sintomatologia si annida nella vocazione rancorosa del letterato tabucchiano; capitoli irrelati, frammenti, puntinismo di voci e citazioni appaiono la sfida del narratore nell'ascolto e nella percezione delle possibili intermittenze della vita cosmica. Scrittore e lettore, in questa tipologia del narrare, sono accomunati nella decifrazione, simile ad un'esperienza misterica, di un epifania - destino colta nella parola, o celata in absentia tra le righe.

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