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La parola poetica di Caproni come icona dell'asparizione

Se la realtà vista da Caproni è affetta da sgretolamento e dissoluzione, la parola poetica esprime questo fenomeno, non come tesi del discorso, ma nel suo stesso aspetto formale secco, ridotto e rarefatto In questa poesia forma e contenuto coincidono, il concetto che Caproni ha del mondo influenza la ricerca della parola, una ricerca tutta in negativo, nel senso che la parola non può esprimere un mondo che non esiste o esiste solo per lampi isolati e frammenti richiusi su se stessi. La parola non riesce ad essere fondativa e a costruire un mondo alternativo ad opera del poeta-demiurgo che imita nel suo fare la creazione divina: di fronte a questo presupposto la ricerca di Caproni è fallimentare, perché non riconosce certezze o fondamenti, e quindi mina alla base ogni logica creazionistica.

Tanta distanza separa Caproni dalla poesia tradizionale e si risente in lui la ricerca delle avanguardie, a cominciare da quella simbolista e in successione i vari movimenti che attraversano il Novecento. Nella poesia tradizionale forma e contenuto costituivano due componenti del fare poetico, quella creativa e quella espressiva, per cui ancora il Croce poteva riconoscere nel contenuto l'elemento romantico soggettivo e nella forma quello estetico oggettivo La forma si apponeva all'idea come una veste e un elegante ornamento, così da ricomporre in armonia le insoddisfazioni e i tormenti dell'io. La parola disponeva le idee in una struttura logica e discorsiva, dove anche le antitesi creavano un contrappunto armonico. Non c'era nessuna realtà dolorosa e negativa che non trovasse un compenso nella retorica delle simmetrie, controbilanciando il il male col dolce della parola, il macrocosmo del mondo reale col microcosmo della struttura formale che agiva da correttivo verso le brutture del mondo. Il poeta costruiva il suo mondo come una cattedrale, una sinfonia o una tela: in questa ottica compositiva e totalizzante si pongono la Commedia, l'Orlando Furioso, il Decameron Perfino la Ricerca proustiana si compone in un ampio mosaico, nonostante l'azione del tempo che disgrega il mondo, rendendolo fatuo ed appariscente. Qui ad arginare la spinta dissolutrice c'è la fede nell'arte, che aiuta il poeta a disporre la parola in una struttura solida in cui le parti combaciano, appunto, come in un fitto mosaico

Le avanguardie del secondo Ottocento e Novecento, invece, rifiutando le certezze logiche della tradizione, percepiscono lo sgretolamento della storia priva di basi fondative, senza approdare ad una realtà assoluta in sostituzione. La forma poetica esprime in immagine il travaglio della ricerca, il dramma della pagina bianca, la mancanza di una struttura compositiva, producendo come risultato la parola isolata e rara sul bianco del foglio, come illuminazione repentina, come un'asparizione nel linguaggio di Caproni. Basta osservare la poesia di Mallarmé per cogliere la difficoltà e l'impotenza della poesia nella sua avventura verso la verità, o la parola ungarettiana, come reperto portato faticosamente alla luce dall'oblio. Il poeta può anche scegliere la strada del plurilinguismo esasperato e del pastiche, ad indicare il labirinto della storia, dove la parola si scontra con l' universo vuoto e relativistico della comunicazione senza potersi affermare che in qualche raro monosillabo.

La poesia di Caproni sembra aver attraversato una catastrofe diluviana per ritrovarsi spoglia e secca, fino a ridursi a qualche scarna sillaba sulla pagina bianca e vuota. Si aprono spesso parentesi o punti di sospensione ad indicare l'impossibilità di comporre in discorso i frammentari piani delle idee, fino alla reticenza, all'afasia, all'incapacità di dire e proseguire Caproni non trova una realtà logica ed ordinata da comunicare, ma spezzoni in dissolvimento, e neppure contraddizioni che si possono risolvere in armonia, ma il vuoto che non fa capo a nessuna cornice storica; per questa assenza di connotati reali , sempre vacillanti e in via rarefazione, la sua poesia non porta alla comunicazione, ma al silenzio, ad un semantico silenzio

Nella sezione del Conte di Kevenhuller il viator protagonista parte per la ricerca di una mitica bestia che infesta la zona, ma poi, all'interno, la bestia si rivela irraggiungibile, forse inesistente. Nel corso della ricerca lungo luoghi boscosi ed inospitali, essa subisce nella percezione del cacciatore delle metamorfosi, identificandosi con Dio o con la parola: “Io solo, con un nodo in gola sapevo. E' dietro la parola” “L'amorfa porta che conduce ottusa e labirintica là dove nessuna entrata può dar aditoLa porta morgana: la Parola”, “non resta neppure il lume nel grigio ad aspettar la sola (inesistente) parola”. Questa identificazione indica un'equivalenza importante della parola con le entità e gli idoli fondamentali del mondo, come la verità, la divinità, l'idea La parola non è rivestimento dell'idea, ma è tutt'uno con l'idea e quando viene meno l'idea, viene meno anche la parola, subentra il nulla che è grigiore e silenzio. Ecco il tipico silenzio della frontiera di Caproni, quando, al culmine dell'itinerario, l'io si addentra in un territorio inospitale, fino ad una zona limite avvolta dal silenzio e dalla nebbia che inghiotte tutte le parvenze fisiche e lascia solo adito ad un'attesa infinita La bestia è detta assassina come la parola, le due entità hanno la stessa caratteristica, quella del nulla che logora la vita Il viaggio di questo Ulisse nella poesia di Caproni è più tragico di quello dantesco: entrambi sentono non solo la passione della verità, ma anche il dovere come connotato essenziale dell'essere umano, ma l'uno si avvia sostenuto dagli amici di una vita, dalla fiducia nella ricerca e dai precedenti successi di uomo intelligente, l'altro non ha compagni di appoggio, è solo, è una monade spinto solo da una forza a lui connaturata, una forza meccanica coma la schopenaueriana volontà che non promette mete ed approdi; l'uno giunge ad un altro mondo, anche se non potrà toccarlo, perché non legittimato a godere della nuova dimensione spirituale, il viator di Caproni può solo giungere ad una linea di frontiera in cui non intravvede nulla e in cui è destino che anch'egli si annulli.

La parola scarna, sillabata, che accenna a mancare, sembra proiettare sul foglio l'alone della nebbia e l'assenza del nulla, riflettendo il travaglio dell'uomo all'unisono con il travaglio dell'espressione poetica. La vicenda dell'uomo, che avanza con un fascio sulle spalle fino a precipitare nell'abisso, viene raccontata da Leopardi e descritta mimeticamente da Caproni con la messa a fuoco dell'area semantica dell'assenza e della mancanza.

Altra caratteristica della poesia di questo poeta è la contraddittorietà ed illogicità, per cui ogni affermazione diventa subito dopo negazione, soggetto ed oggetto coincidono, fattori che, minando la logica, introducono l'assurdo della condizione umana, fanno crollare il principio di identità L'io che avanza agisce ed è agito, non è più protagonista perché alla pari di lui si pone la bestia e ogni altra presenza amica o avversaria. Non può mai essere sicuro delle sue azioni, non sa dire se ha finalmente raggiunto e ucciso la bestia o se è lui ad essere stato ucciso: “Cadrà, anche se non cadrà mai. La preda che ti uccide uccisa “, “ Non era lui ero io con un balzo è sparito (ero io, non lui”, “ Se volete incontrarmi, cercatemi dove non mi trovo”, “ Dio esiste soltanto nell'attimo in cui lo uccidi”, “ Non lo cercare se non vuoi perderlo negalo, se lo vuoi trovare”. Un esempio magistrale della contraddittorietà è il testo di Confessione: qui l'io sa che non troverà qualcuno in casa, per questo ha scelto quel giorno per andare a trovarlo; la persona cercata non c'era ma venne lui in persona ad aprire; conclude “se si fosse trovato in casa, non mi avrebbe aperto, non mi avrebbe (io non lo avrei) accoltellato”. Crollano tutti i principi fondamentali della logica secondo cui noi ordiniamo la realtà, rendendola a noi confacente. Qui i nessi positivi e negativi convivono in una concordia-discors, e tale discorsività, priva dei legittimi cardini logici, introduce shoch e riflessione. La poesia della maturità di Caproni evade da coordinate storiche e sociali, e in tale vuoto di referenti reali sembrano introdursi altre possibili logiche che esulano da quelle tradizionali; il poeta mima nella sua espressione il crollo della storia con i suoi consequenziali principi, porta ad icona l'assurdità e il vuoto della condizione umana , alle presenze e certezze oppone una lucida ricognizione delle assenze

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