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La penna dell'angelo in L'infanta sepolta di Anna Maria Ortese
Analisi del racconto

Il testo comprende tre sequenze che si dispiegano con ritmo uguale, senza anacronismi o discrepanze temporali; come in genere, compaiono descrizioni ricche ed articolate con ampio uso dell'aggettivazione, non per sottolineare precise caratteristiche ambientali, ma sfumature coloristiche, stati d'animo e sentimenti. Nella prima sequenza viene descritta la località solitaria, un'isola indeterminata, in cui la protagonista malata attende la morte, come le è stato annunciato. Nella seconda sequenza, quella centrale della vicenda, si assiste all'arrivo di un gruppo di angeli, guidati da un Capo, per assolvere alla sacra funzione del trapasso dell'anima. Il Capo si addossa tutto il compito di annunciare ora e modalità del passaggio, cercando di convincere l'anima del migliore destino che la attende nell'altra vita. La terza parte, con un rovesciamento delle attese, vede la comparsa di Enrico, l'uomo amato che col suo amore salvifico inverte la rotta annunciata, facendosi traghettatore non verso l'aldilà, ma verso il recupero della vita terrestre.

Il racconto è privo di coordinate spazio- temporali, in quanto viene presentata una terra lontana, un'isola senza tempo, senza alcun accenno ad eventi che possano offrire una qualche determinazione; l'unica condizione rilevata è la luminosità, unita ad un senso di quiete e di attesa; su tutto predomina l'attesa della morte, a cui la pacatezza del luogo, con il distacco da eventi e passioni, dovrebbe predisporre. Anna Maria Ortese vorrebbe riportare il topos della bella morte, del distacco dell'anima pura dalla vita terrena per incontrare la luce di Dio e degli angeli, suoi messaggeri, ma questo luogo della letteratura religiosa viene ricodificato e modificato; se in un primo tempo la protagonista sembra immergersi nella cornice rasserenante e purificatrice dell'imminente seconda vita, man mano torna ai ricordi dell'amore terreno, rifiutando il distacco e l'oblio di sentimenti a lei tanto cari.

Rifiuto e disubbidienza all'accettazione della morte caricano di significato la seconda sequenza, quando arrivano gli angeli per portare a compimento il destino terrestre: la protagonista non è predisposta ad accogliere 'l'annuncio, ponendo in crisi la missione degli Ufficiali celesti. Il gruppo, imbarazzato, si ritira presso la finestra e il Capo invano cerca di appassionare l'anima ai gaudii dell'altra vita con descrizioni di bellezze superiori a quelle note della terra. " ..la cattiveria, il male, la sofferenza, il desiderio, l'angoscia, i patimenti tutti, fino a quelli spasmodici dell'agonia, mi esaltano, sono la mia vita...forse mi sarebbe concesso lassù rannicchiarmi in un angolo, e con singhiozzi di gioia chiamare Enrico, Enrico? (pag, 99) : sono le parole con cui ella cerca di piegare il perentorio ordine divino, alla luce di ragioni umane, insofferenti della quiete immobile di un Paradiso avulso dalla vita dei sensi. Tutta la sequenza appare una ricodificazione della tradizione religiosa espressa nella poesia e nell'iconografia degli affreschi, ad indicare la visione naturalistica della Ortese, che, sconfessando l'idea metafisica di un' altra vita, fa della terra il Corpo celeste in cui si svolge in comunione il destino degli esseri animati. L'aldilà non è immagine diafana e luminosa, promessa che effonde una superiore pace. L'angelo stesso, non è più il portatore di un indiscutibile appagante messaggio divino, ma un ufficiale che svolge una funzione per garantire il funzionamento di una legge imperativa, di un sistema freddo e disumano; l'angelo Capo, pur nella sua bellezza mirabile, appare inquieto e turbato, prova pietà per l'uomo e la sua morte, tanto che cerca di fare opera di convinzione con argomenti alla portata dei desideri umani; così egli descrive il mondo divino:"..abbiamo bei giardini,..strade mirabili.....son d'oro i palazzi... vergini sono affacciate ...e si specchiano vezzose nei vetri, aggiustano un fiore nella treccia molle adolescenti ...gremiscono le vie, ..alzando, pieno di scherzoso e malinconico desiderio, l'occhio alle finestre, dove qualche fanciulla ..scopre inavvertitamente tra i veli il rosso cupo delle ascelle..." (La penna dell'angelo in Angelici Dolori, Adelphi, pag. 100). All'armonia tra Dio e l'anima, tra l'uomo e il sistema metafisico, subentra un'armonia interna alla Natura, un ritmo misterioso di comunione e trasformazione, a cui la Ortese guarda come fondamento autentico della vita.

Anche la terza sequenza, con una vera frustrazione dell'attesa, rovescia i luoghi tradizionali, presentando non il volo dell'anima alla dimensione beata, ma il ritorno alla terra, alla casa e alle cose familiari della vita; appare Enrico, l'uomo amato che salva e rapisce la giovane con una traversata in mare; in antitesi con l'angelo traghettatore, che trasporta le anime con la sua navicella, inverte la rotta assegnata, riportando l'amata spaurita a casa sua. Non quindi un'uscita dal luogo caverna dell'isola per raggiungere la vita spirituale in una superiore dimensione, ma la riconferma del destino terrestre dell'uomo, costituito dai sensi e dalle passioni piuttosto che dalle astrazioni e dalle scorporanti purificazioni.

Un'analisi intertestuale può avvalorare questa visione della Scrittrice, con la citazione di altri testi di cornice: in" Jane, il mare", la protagonista, che subisce la prigione per una recondita colpa, dopo aver atteso con letture edificanti alla sua salvezza, sente il richiamo delle bellezze terrene e si innamora del mare guardando gli occhi azzzurri di Jane. Dice che quegli occhi "avevano lo sguardo del mare, di quelle acque azzurre, infinite e trionfanti, che io avevo desiderato con tante lagrime, sognato con tanta febbre in tutto il corso della mia crudele espiazione.." (Jane, il mare in L'Infanta sepolta, Adelphi, pag.78) E romanticamente conclude " Era come se...il mio corpo si fosse confuso con gli elementi celesti, al di là di ogni regola, grazia, memoria. Non ero più spirito, ero solo una fresca pianta dai colori brillanti." (ibidem, pag, 80). Nell'Infanta sepolta, che dà il nome alla raccolta, il tema della rinuncia e dell'espiazione viene ripercorso nella figura della Vergine nera che col suo Bambino è stata portata da alcuni monaci nella solitudine di una grotta, in una chiesetta abbandonata; l'Infanta vuole fuggire dalla sua prigione di morte per vivere la vita della carne e dei sensi, vuole vivere come donna e non come statua; la protagonista, io narrante, prova pietà per la negata umanità dell'Infanta. Nella conclusione, con un salto temporale, alludendo al crollo della chiesetta e alla dispersione delle membra dell'idolo, la Scrittrice sembra compiacersi del suo ritorno alla vita degli elementi fuori dalla sacra prigione :"Vi sono sciagure teneramente invocate, tristezze che danno pace. Io sorrido quando penso che sole, vento, pioggia, le cose e gli anni si avvicendano su quelle macerie."(in L'Infanta sepolta, Adelphi, pag,69)

L'amore di Enrico che salva dalla morte, oltre che richiamare il tema "cortese ", centrale in un gruppo di testi della raccolta Angelici Dolori, esprime la più ampia visione di vita della Ortese, basata sulla contrapposizione tra presenza ed assenza dell'amore, i due fenomeni cardine che generano la vita o la fanno appassire fino alla morte, Di qui il supplizio dell'uomo non amato, l'accartocciarsi della foglia non più idoleggiata dal Creatore, il dolore di tutti gli esseri che vengono schiacciati dal predominio freddo dell'uomo.

Materiale
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